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La torta d’autunno

ottobre 13, 1999 Lafayette

La tregua estiva è servita solo ad affilare le armi.
Il grande Risiko della finanza italiana entra nella
campagna d’autunno a passo di carica. Le forze in campo sono
sempre le stesse, ma le carte del mazzo sono rimescolate. Nel pantano prospera il sottobosco del neo-consociativismo, faccende e faccendieri, veti e controveti, complicità e vendette. Prova ne è che i fondi
pensione, che potrebbero svolgere una grande funzione nella
stabilizzazione del capitale produttivo, non riescono a decollare.
Perché? Perché nessuno li vuole

La maggior disfida in campo aperto, l’offerta pubblica di Generali su INA, ha di nuovo il suo quartier generale in via Filodrammatici, così come avviene per tanti altri confronti di tono minore. Il prepotente ritorno alla centralità di Mediobanca nel teatro dell’azione è un aspetto che domina il nuovo scenario. Sancito dal vertice tra Cuccia e D’Alema e circondato dal massimo riserbo sul contenuto dei colloqui, il nuovo assetto della geografia del potere sta iniziando a prendere forma sotto i nostri occhi senza che riusciamo, onestamente, a percepirne tutta la portata e le finalità ultime. Quello che sta emergendo, però, basta e avanza per capire come si stanno evolvendo le regole del gioco.

Privatizzati a metà
Una prima considerazione è che tutte le grandi vicende che stanno tenendo banco hanno come oggetto le grandi imprese privatizzate: INA, col corollario di BNL e Banco Napoli, Telecom, IMI-S. Paolo, Comit-Cariplo, o in processo di privatizzazione più o meno avanzata, come Eni o Enel e Autostrade. I gruppi privati appaiono immuni da assalti o si propongono, in alcuni casi, come soggetti aggreganti, sostenuti dal supporto di grandi banche d’affari, in genere internazionali.

Il processo di privatizzazione dell’economia italiana, imposto dalle circostanze più che frutto di un profondo convincimento della classe politica e sindacale, ha sconvolto gli equilibri durati un cinquantennio. Industrie pubbliche, ma anche assicurazioni e, soprattutto, banche, sono state per decenni stanza di compensazione e valvola di sfogo di gran parte delle inefficienze sia dell’apparato statale sia dell’economia privata, che hanno a lungo gravato sui conti economici delle imprese statalizzate o a regime pubblicistico. Assunzioni di comodo o mascherate da considerazioni sociali (la “creazione” di posti di lavoro), consigli di amministrazione e incarichi direttivi riservati a sindacalisti e politici in carriera, agenzie assicurative gratificate ai pretoriani di provincia, ma anche appalti e contratti di favore con aziende private o crediti concessi con larghezza d’animo.

Con le privatizzazioni tutto questo si sta facendo fastidiosamente complicato. La gestione ordinaria è sotto gli occhi dei mercati finanziari: gli analisti dissezionano bilanci, modelli organizzativi e strategie gestionali e le loro considerazioni viaggiano in tempo reale sui circuiti dell’informazione professionale e della stampa specializzata. L’informazione rimbalza sui gestori dei fondi pensione e del risparmio collettivo, la loro reazione si riflette sui prezzi di borsa e sul valore delle aziende: una sentenza che può determinare il successo o la sconfitta di una strategia aziendale, una luce verde o una luce rossa sulla capacità di un’azienda di reperire mezzi finanziari per svilupparsi e rispondere alle sfide della crescita. O sulla sorte di dirigenti e amministratori che perseguano finalità deviate rispetto agli obiettivi di prosperità dell’impresa.

Siamo dunque, tanto per cambiare, nel mezzo di un guado. Contrariamente a quanto è avvenuto in paesi a più lunga tradizione di democrazia finanziaria, da noi i grandi complessi produttivi posti sul mercato dal processo di privatizzazione stentano a trovare un proprio equilibrio, per la mancanza di adeguate strutture di gestione dei capitali azionari che possano, a livello nazionale, costituire il baricentro degli assetti proprietari delle grandi strutture produttive del paese. E non è certo una questione di mancanza di mezzi finanziari e nemmeno, tutto sommato, di capacità professionali adeguate allo svolgimento di queste funzioni.

Chi sono i padroni del vapore?

Sulla carta esistono i fondi d’investimento, che dispongono di capitali destinati all’investimento azionario e, quindi, potenziali candidati a coprire un ruolo di capitalista “super partes”. Ruolo che però trova un limite, anche giuridico, nell’impossibilità di assumere una funzione strategica nella vita delle aziende e di divenire quindi un punto di riferimento stabile per il management. In effetti, in tutte le vicende clamorose di questi giorni, da Generali-INA a Telecom-Tecnost, da Comit-Intesa a Eni, senza dimenticare l’iperattivismo di Enel e Autostrade, la domanda chiave è banalissima: ma nelle aziende italiane chi comanda? E chi decide chi deve comandare? E perché?

Nell’equilibrio di una democrazia matura non è un problema meno importante del sistema elettorale o del funzionamento della magistratura. Forse è per questo che nessuno sembra aver voglia di risolverlo. Nel pantano che ne deriva prospera il sottobosco dell’italica perversione di fine millennio: il consociativismo e tutto il suo brulicare di faccende e faccendieri, di veti e controveti, di mosse e contromosse, di complicità e vendette.Qualche prova? I fondi pensione, che potrebbero svolgere una grande funzione nella stabilizzazione del capitale produttivo, non riescono a decollare perché in fondo nessuno li vuole: i sindacati per primi, perché perderebbero il monopolio dell’Inps e dei patronati che prosperano grazie al casino organizzato, a meno di poter comandare anche nei fondi pensione: ma ve li immaginate i sindacalisti potenziali portatori dei voti di maggioranza nelle aziende? Non li vogliono i partiti di governo, perché da una parte non possono fare la figuraccia di mettere le chiavi delle aziende nelle mani dei sindacati e dall’altra non possono permettersi di sfidare la pax sindacale sulla quale si basa il loro traballante consenso. Tutto sommato non li vogliono granché nemmeno molti industriali. Corrono il rischio di veder entrare i sindacalisti nelle stanze dei bottoni, oppure di perdere quella comoda forma di finanziamento costituita dagli accantonamenti per le liquidazioni, oppure ancora di ritrovarsi tra i piedi dei professionisti della finanza troppo attenti ai conflitti tra gli interessi degli azionisti e gli interessi dell’imprenditore o, nelle società privatizzate, del top management.

Mi compro la superazienda, poi la svendo e la pago Altro esempio? Le fondazioni ex-bancarie, che dovrebbero avere la funzione precipua di essere degli investitori di capitali di lungo termine. Invece non riescono a tagliare il cordone ombelicale che le lega alle banche di origine, ai loro interessi particolaristici. Anche questo è un passaggio difficile: facendo quadrato evitano che il proprio orto finisca allo sbando come è successo alle partecipazioni statali, ma in questo modo bloccano l’evoluzione dell’intero sistema e, alla fine, contribuiscono all’instabilità generale. Alla fine diventa allora normale che il leveraged buy-out di Olivetti su Telecom si concluda con le iniziative che hanno scosso mercati e opinione pubblica a fine settembre. Il meccanismo per cui ci si indebita per comprare un’azienda enorme ma dalla proprietà instabile, per poi utilizzare la ricchezza dell’azienda conquistata per pagare i debiti contratti per conquistarla, è collaudato da anni. Chi si straccia le vesti oggi o è un ingenuo o non aveva voglia di remare controcorrente ieri, quando c’erano tutte le possibilità di farsi sentire forte e chiaro. Ed è normale che una grande compagnia come Generali, che mira a diventare uno dei pochi protagonisti continentali del mercato assicurativo, lotti per evitare che un’altra grande compagnia come l’INA finisca nelle mani di un gruppo dalla natura sostanzialmente eterogenea.

Capitalismo alla sovietica…

Ed è nel vuoto pneumatico di cultura liberistica che il monopolista statale dell’elettricità, quello che tiene in mano l’interruttore generale del paese, può espandersi in altre direzioni di oligopolio. È l’Italian Style. Del resto non hanno fatto così anche in Russia? Se il ministro della sanità si ispira alle riforme sovietiche degli anni ’30 e il ministro dell’istruzione a quelle cecoslovacche degli anni ’50, perché mai l’Enel non dovrebbe ispirarsi alla Gazprom o alla Mosenergo, che se non altro sono figlie della perestroika? Do you remember Ms Thatcher? Chi era costei, se non la figlia di un droghiere che frequentava la parrocchia?

Anche guardare all’Inghilterra di vent’anni fa non è certo il massimo, ma c’è qualcosa in quella storia che forse può indicare il bandolo della nostra matassa. Non tanto per copiare le ricette, che comunque rimangono sempre migliori di quelle di Visco e di Cofferati, ma per lo stile con cui è stata condotta una delle maggiori rivoluzioni pacifiche dell’Europa occidentale.

e all’inglese È stato un mix di pragmatismo, autorevolezza e buon senso, unito al rispetto della dialettica democratica e del pluralismo di opinioni. Con non poche scelte discutibili e discusse, ma certamente col pregio della trasparenza degli obiettivi e della chiarezza d’intenti, che ha permesso di togliere il suo paese da secche non molto dissimili da quelle italiane di questi tempi. Proprio la privatizzazione dei grandi monopoli statali fu una delle prove più difficili, ma da questo venne fuori un paese capace di leadership nell’attività più strategica di questi tempi, cioè la finanza. Il coraggio dell’iniziativa politica è l’unica risorsa che può riportare sui giusti binari la gestione delle risorse produttive, riprendendo in mano con autorevolezza le redini di una regolamentazione non statalista delle attività economiche. Chi lo farà rischia grosso, perché prenderà botte sia da sinistra sia da destra, ma non sembra ci siano molte altre strade. E poi lo diceva anche Napoleone che la corona di Francia è di chi ha il coraggio di raccattarla.

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