La sussidiarietà vale ancora?

La modalità di intervento dello Stato nell’economia dovrebbe essere concepita diversamente, favorendo il passaggio da una forma di soggetto produttore diretto del servizio ad una forma di soggetto regolatore.

Coronavirus

Con la crisi economica che mostra già le sue prime avvisaglie, ci sarà molto da ricomporre: il numero dei disoccupati sarà cresciuto (in un Paese in cui la disoccupazione era già a livelli molto elevati); il numero dei poveri si sarà allargato includendo anche persone fino ad ora mai interessate dal rischio; il numero di aziende in grado di ripartire sarà inferiore a quelle attive prima del lockdown. Insomma, ci sarà da ricostruire.

Prima di addentrarci in una proposta, però, è opportuno comprendere un concetto fondamentale: qualunque soluzione che verrà fuori cela dietro di sé una riflessione antropologica, ossia l’idea secondo cui abitualmente concepiamo l’uomo in rapporto al lavoro, al profitto, alle regole e a tutte le faccende terrene. Qualcosa d’altronde si intravede già adesso: ci sono fortissimi richiami al primato del pubblico (pensiamo ad esempio all’enfasi – cosa sacrosanta – che in questi giorni si sta ponendo sul concetto di sanità pubblica). Ed è così tornata di moda l’annosa equazione pubblico uguale statale, algoritmo che avevamo da poco superato accettando che pubblico fosse ciò che costituisce interesse generale, non semplicemente l’abito del gestore che lo eroga. Con la ricostruzione che dovremmo affrontare, inevitabilmente su questi aspetti si aprirà una significativa discussione culturale e anche se non sempre è possibile trovarsi pronti, perlomeno trovarsi preparati sulle proprie fondamenta diventa quanto mai indispensabile. Allora, quali saranno i valori da tutelare? Quali le priorità per cui combattere? Una proposta:

1. Il primato della società. È passata quasi senza lamentele la modalità con cui stanno per essere erogati i fondi di sostegno alimentare: distribuzione dallo Stato ai Comuni che poi interesseranno (quando andrà bene) le organizzazioni di terzo settore nella distribuzione di alimenti e/o buoni spesa. In pratica il terzo settore viene riconfermato come la manovalanza caritatevole che interviene laddove lo Stato non può: la sussidiarietà rovesciata. Così se prima si è lasciato al terzo settore l’onere di supplire ai fallimenti dello Stato, ora lo si riveste dell’incarico di distribuire dove il mercato ha fallito. Una sorta di ancora di salvataggio. Per carità, accettabile in periodi di emergenza, ma non istituzionalizzabile a questo livello. Nella solidarietà, c’è molto di più dell’iniziativa contro la marginalità. La solidarietà non è qualcosa che interviene dove c’è sofferenza, è un modus di concepirsi. Ed è anche uno dei pilastri della sussidiarietà, anch’essa spesso ridotta a trasferimento amministrativo. Quante volte abbiamo già sentito entusiasti commentatori elogiare qualche iniziativa regionale che elargiva fondi alle organizzazioni di terzo settore, inneggiando alla sussidiarietà. Tante. E di quelle tante, ben oltre il 99%, rientravano invece nella solita modalità dello Stato padrone, in cui, paradossalmente, era concessa più libertà di azione ad Amazon che alla Caritas. La vera sussidiarietà, invece, è una forma architettonica dello Stato nella quale si riconosce e si sostiene l’iniziativa dal basso e l’operosità dei corpi come motore di bene e di sviluppo.

2. Parificazione tra pubblico e privato. La modalità di intervento dello Stato nell’economia dovrebbe essere concepita diversamente, favorendo il passaggio da una forma di soggetto produttore diretto del servizio ad una forma di soggetto regolatore. Questa transizione, che nei Paesi più avanzati si è manifestata nell’arco degli anni Novanta sotto la spinta del movimento riformista del New Public Management, nel nostro Parse non è stata ancora completata. In termini pratici, questo significherebbe favorire quei processi di ingresso del mondo privato (accreditato e regolamentato) all’interno dei settori pubblici, facilitando quindi una maggiore apertura di alcuni comparti economici ad oggi ancora troppo chiusi all’iniziativa dei privati, così da garantirne gli effetti benefici derivanti dalla concorrenza e dalla competizione positiva “per” il mercato, secondo il modello dei cosiddetti “quasi-mercati”. Il ruolo dello Stato passerebbe quindi a quello di regolatore del servizio, secondo apposite linee guida e meccanismi di controllo che portino ad una concorrenza premiale. Sarebbe così possibile completare il percorso delle liberalizzazioni (anch’esso mai realmente concluso) aumentando la qualità e l’efficienza dei servizi per la collettività, anche mediante investimenti dei privati disciplinati da opportuni meccanismi di regolamentazione e controllo dell’offerta. Si pensi ad esempio alle enormi potenzialità in settori chiave come il mercato energetico o quello dei trasporti. Questa transizione, inoltre, se realmente compiuta, dovrebbe portare alla privatizzazione di aziende di Stato in settori non rientranti nel bacino “teorico” dei servizi pubblici, liberando così risorse dalla vendita di partecipazioni statali. Gli esempi di Alitalia o della RAI sono solo alcuni dei casi più evidenti.

3. Il ruolo centrale delle imprese. Occorre sostenere realmente, mediante soluzioni concrete e dirette, il contesto imprenditoriale italiano, quale terreno fertile da cui nasce l’operatività e l’opportunità di crescita del Paese, tutelando la nostra specificità di configurazione fondate sul “localismo” (distretti produttivi, piccole-medie imprese, legame ancora vivo tra dipendenti e imprenditore …) e sul legame relazionale tra l’impresa e il contesto sociale in cui essa opera, senza cedere alla tentazione di volersi adeguare a tutti i costi a macro-modelli industriali importati. Sostenere e tutelare le imprese nella pratica implica due semplici linee direttive. La prima consiste nella riduzione della pressione fiscale, fardello ad oggi troppo pesante che limita la competitività delle nostre aziende e la possibilità, in un contesto oramai globalizzato, di attrarre risorse di qualità. In tal modo, riducendo la pressione fiscale si innesterebbe per le imprese una dinamica positiva che aumenterebbe i posti di lavoro e la capacità di investimento (e quindi di innovazione) incrementando così i posti di lavoro. La seconda linea di intervento èlariduzione della burocrazia. Come avvenuto in questi giorni (si pensi all’esempio del codice PIN dell’Inps finalmente inviato sul cellulare dei cittadini…) l’emergenza sanitaria può fungere da volano, velocizzando alcune procedure e prassi amministrative ed eliminando meccanismi decisionali e di verifica estremamente farraginosi. 

4. Sostenibilità per le future generazioni. Come sottolineato da diversi osservatori, da un punto di vista finanziario la risposta più pratica è quella di un’immissione di liquidità mediante un prestito da parte di un organismo sovranazionale, da destinare a sostegno dei comparti economici più in difficoltà (settore retail, commercio, turismo, liberi professionisti, ma anche settore pubblico nella misura in cui l’impatto delle minori entrate fiscali fossero tali da richiederlo). Si parla infatti nelle ultime settimane di una necessità stimata tra i 300 e i 500 miliardi di euro da reperire mediante finanziamento da parte dell’Unione Europea attraverso l’immissione di Eurobond, in modo tale da gestire l’interesse passivo da pagare. Tuttavia, questa strada non sarebbe un qualcosa di indolore, ma comporterebbe un effetto sociale sulle future generazioni che si accollerebbero l’impatto di questo ulteriore debito. In termini tecnici, infatti, un indebitamento tra i 300 e i 500 miliardi di euro, significherebbe portare il debito pubblico ad un livello compreso tra il 155% e il 170% del Pil (rispetto al valore attuale del 135% circa). Questo innalzamento del debito che impatto avrebbe sulle imprese e sulle future generazioni in termini di tasse e cuneo fiscale? Per rendere sostenibile la via del nuovo ricorso al debito (polmone oramai indispensabile) non ci si può esimere dal mettere sul tavolo quel piano di riforme del comparto pubblico che l’Italia non è ancora riuscita (forse per volere) a realizzare. Si tratterebbe di cambiare la spesa pubblica, riducendola, ma soprattutto di renderla più efficace: un esempio è il reddito di cittadinanza, che impegna circa 4 miliardi di euro tra sussidi, facilitatori, navigator ed uffici di collocamento, con l’esito – quanto mai deludente – di immettere nel mercato del lavoro appena pochissime persone e senza alcun reale beneficio né alla produzione né alla distribuzione del reddito di medio-lungo periodo. Nei tentativi già percorsi da questo Paese (si pensi ad esempio all’esperienza della Spending Review del governo Monti) spesso si è seguita l’illusione di poter ridurre la spesa pubblica senza cambiarne la forma mentis, tagliando in maniera diretta e lineare e senza un reale affondo sull’organizzazione dello Stato, ad esempio nella gestione dei suoi servizi principali. In tal senso sono tanti gli ambiti su cui intervenire, come ad esempio: (1) semplificazione amministrativa attraverso una concreta revisione della presenza istituzionale dello Stato e della sua articolazione territoriale (Comuni, Provincie, Regioni) uniformando così quel processo di devolution e federalismo avviato ma mai concluso, ossia di responsabilità e solidarietà amministrativa, senza lasciare che nessuno resti isolato (sussidiarietà e responsabilità sono peraltro i due pilastri con cui si applica realmente il principio di sussidiarietà); (2) incremento della produttività del comparto pubblico favorendo il più possibile un miglioramento delle perfomance, in primis aprendo all’ingresso dei giovani che possano apportare competenze nuove e modi di operare più adeguati al tempo storico e contestualmente incoraggiando l’introduzione di meccanismi premiali che incentivino la produttività della forza lavoro e la responsabilizzazione del management pubblico aumentandone il livello di autonomia nella gestione delle proprie organizzazioni; (3) managerializzazione della pubblica amministrazione semplificando i meccanismi di assunzione del comparto pubblico al fine di equiparare le professionalità del settore pubblico a quello privato, così da generare una cross-fertilization delle competenze ed agevolare i passaggi di risorse tra i diversi settori.

5. Un welfare reale. Uno dei punti nevralgici sarà l’efficacia del welfare, che dovrà servire una popolazione più ampia. Ripensare le prestazioni sociali è indispensabile come allo stesso tempo è indispensabile favorire l’idea che il welfare serva come ancora di ultima istanza e che debba sempre più essere collegato a favorire l’autonomia delle persone e del loro contesto di vita e non la dipendenza dalle prestazioni. In questo senso tutte le misure che prevedono forme di assistenzialismo senza fine producono malessere più che benessere. Come già si vede in questi giorni, la solidarietà tra persone è il vero bonus spesa contro la crisi: questi avvenimenti non sono fatti rari e/o occasionali ma sono la dinamica comune con cui si snoda la vita civile del nostro Paese. Dare spazio, credito e sostegno economico alla solidarietà significa non solo intervenire prima e meglio, ma soprattutto ricostruire un tessuto sociale che è l’anima di una società. Anche qui infatti le linee guida saranno solidarietà e responsabilità. Senza dimenticare riduzione della burocrazia ed abbandono di quella cultura del sospetto che spesso vede nel volontariato un tipo losco al quale affidare solo la pulizia di qualche giardinetto pubblico.

Occorre tuttavia una volontà forte per intraprendere questo percorso di cambiamento, dettata dall’intelligenza politica di chi intuisce (come in guerra) di essere forse arrivati al punto “di non ritorno”.