La sanità oltre la pandemia

Dopo questi impegnativi mesi è necessario ripensare la gestione sanitaria. Spunti per un dibattito

Medici e infermieri del reparto Covid dell’ospedale Humanitas di Rozzano, Milano

Il Covid-19 ha segnato una svolta nella considerazione della sanità nella nostra comunità, mettendo in evidenza la necessità di una maggiore attenzione e operatività sul territorio. La “pandemia” non è stata, e purtroppo lo è ancora, soltanto una prova fortemente impegnativa e dolorosa, ma anche una messa a fuoco della urgente necessità di una gestione sanitaria comunitaria territoriale.

Oggi, la “sanità” nel nostro Paese è in una situazione abbastanza precaria. Molti sono i problemi che l’assillano: certamente non ci si può sentire al sicuro e, quantomeno, avere incondizionata fiducia. Non si tratta di essere pessimisti, ma realisti di fronte a questioni che vengono spesso trattate con sufficienza, e quasi con disinteresse nei riguardi dell’utenza  il cui diritto alla salute è diritto primario.

Nel pensare a qualsivoglia progetto sanitario coerente con le esigenze della collettività, non si può non rilevare come molti – già in passato – siano stati guidati da eccessivo ideologismo e teoricismo, cioè fatti a tavolino e non incarnati nella realtà, articolati all’insegna della fretta, spesso da un’insulsa convenienza, mai sostenuti da un impegno serio, scrupoloso e metodico. Inoltre molti progetti sono stati pensati più “per” e “su” gli operatori che per gli “utenti”. Da qui la necessità – anche alla luce degli apporti dei corpi sociali – di valutare le modalità attuative in un quadro valoriale di riferimento.

Certo, nella situazione nazionale ci sono situazioni ottimali, tuttavia sembrano prevalere situazioni assolutamente negative, e tanti fatti recenti lo stanno a dimostrare: gli esempi di “malasanità” non mancano, di disfunzioni operative, di insufficienza territoriale, di insufficiente numero di operatori sanitari e di ridotto numero di medici, senza contare i rifiuti di ricovero, particolarmente di anziani, con diagnosi affrettate: mancanza di posti letto o carenza professionale?

In quest’ottica alcune considerazioni sembrano estremamente opportune, tese in articolare riguardo alla necessità di un servizio che soddisfi le esigenze della persona, della famiglia, della comunità di generazioni. Da qui uno sguardo attento:

  * alla centralità della “persona” nel processo preventivo, diagnostico e terapeutico di qualsivoglia intervento sanitario/assistenziale, in un quadro globale preoccupato dell’unità somatico/esistenziale dell’uomo;

  * alla insostituibilità del “soggetto” famiglia come nucleo fondamentale e primario della società; cioè comunità naturale dove la persona – il malato – trova primariamente conforto, aiuto, sostegno; il tutto in un quadro sanitario e assistenziale fondato sulla umanizzazione dei rapporti e su risposte tempestive;

  * al valore della istituzione famiglia come strumento di prevenzione – particolarmente a livello di problematiche infantili – e la sua capacità di farsi carico  di misure assistenziali – particolarmente a livello di anziani – e ciò valore che deve essere necessariamente sostenuto con interventi strutturali ed economici;

In secondo luogo l’urgenza di individuare obiettivi di una politica sanitaria che coniughi efficienza, competitività e solidarietà sociale. Quindi la necessità di:

*  individuare un piano sanitario in grado di monitorare i vari bisogni delle singole regioni, piano sanitario alla cui attuazione concorrano liberamente vari soggetti e non il solo Stato: in quest’ottica lo Stato deve divenire non tanto “gestore”, ma “garante” della libertà e del pluralismo; ciò significa – attraverso l’esercizio di una corretta sussidiarietà – garantire a tutte le istituzioni, qualsivoglia siano purché in possesso dei requisiti necessari, riconoscendo loro la “pubblica funzione” e il loro utile “protagonismo”;

*  garantire al cittadino la possibilità di scelta, a parità di costo, fra istituzioni “pubbliche” tutte – statali e non statali – tra servizi pubblici offerti dallo Stato e servizi pubblici offerti da Enti e privati: ciò significa garantire agli assistiti anche la possibilità di esercitare una qualche influenza sul tipo e sulle modalità di risposta ai propri bisogni sanitari, e di veder valutata la struttura sanitaria sulla base del lavoro svolto (la qualità del servizio viene così autenticata dalla domanda);

*  riconoscere operativamente l’autonomia – cioè la piena attuazione del Titolo V della Costituzione – quale condizione necessaria per riorganizzare l’intero sistema lungo le direttrici che parlano di qualità, di professionalità e di responsabilità, e ciò in considerazione del fatto che lo Stato sembra non essere in grado di garantire la dovuta efficienza all’interno del servizio sanitario; va ricordato che il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, dicendo che l’autonomia rafforza l’unità nazionale, descrisse la portata della rivoluzione che autonomia e sussidiarietà porterebbero al Paese.

*  garantire il sostegno economico alle strutture pubbliche tutte – statali e non statali – che operano nel rispetto e nella salvaguardia di contenuti ideali che costituiscono l’apporto specifico di ciascuna istituzione: questo è ambito di libertà da tutelare e difendere, oltre che espressione di una solidarietà aggregativa tesa – comunque, anche se alle volte in qualche modo – a “promuovere insieme” un servizio umanitario;

*  garantire al cittadino il diritto di assistenza sanitaria, e quindi la copertura del costo del servizio chiunque lo eroghi; d’altro canto soltanto a queste condizioni le istituzioni pubbliche non gestite dallo Stato – cioè abilitate a svolgere il servizio pubblico sanitario – possono attivare servizi validi ai cittadini e trattamento equo al personale e ai collaboratori;

*  normare il rispetto assoluto dei tempi di risposta alle esigenze di intervento medico-sanitario;  non è accettabile in una società attenta ed efficiente permettere tempi lunghi di attesa – spesso di più settimane e di più mesi – per avere un consulto, una visita, una analisi, un ricovero, una Tac…; va cancellata la prassi secondo la quale, il paziente disposto a sostenere privatamente l’onere economico, trova per incanto immediatamente la disponibilità all’intervento. Quindi, i lunghi tempi di attesa non sono dovuti alla mancanza di posti, ma ad una cattiva gestione del servizio. Vanno garantite risposte adeguate, con strutture ospedaliere attrezzate e con personale medico specialistico e paramedico sufficiente a sostenere il peso e la qualità del servizio.

*  potenziare la medicina di base quale primo ed insostituibile approccio al bisogno di assistenza e di intervento, incentivando i medici ad una più stretta collaborazione nella gestione del malato, nonché garantire le sperimentazioni e i servizi innovativi sostenendo economicamente e normativamente le iniziative di base in tal senso finalizzate: è in questo ambito che le forze sociali e le nuove energie di volontariato, nonché le iniziative che potrebbero assumere le stesse associazioni familiari – si veda, ad esempio,  nel settore dei disabili, dei disadattati, dei tossicodipendenti, degli autistici, nonché  luoghi di ricovero e cura per anziani e sezioni specialistiche per infanti e bambini – possono impegnarsi per far progredire il corpo sociale, rinnovare i servizi e dare risposte adeguate e concrete ai bisogni nuovi;

*  rispettare l’art. 32 della Costituzione, là dove dichiara che “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività”: e ciò come elemento fondante la risposta a tutti gli aspetti della salute (cura, assistenza, prevenzione, promozione).

Purtroppo vige un sistema “burocratico” che presuppone essere l’unico soggetto capace di organizzare un sistema sanitario fissando norme e procedure che prevedono e prescrivono tutto ciò che c’è da fare, sistema fondato sull’affidamento a norme che, nella presunzione di prevedere tutti i casi possibili, stabiliscono i comportamenti degli operatori. Ciò impedisce la realizzazione di un sistema competitivo capace di alimentare responsabilità, mediante la coniugazione di efficienza e solidarietà, e mortifica gli operatori della sanità a tutti i livelli, nella loro capacità di iniziativa, di innovazione e di organizzazione. 

Gli operatori sanitari devono avere la totale autonomia organizzativa ad ogni livello, indipendentemente dalla loro natura giuridica, sia che siano parte di una pubblica amministrazione o nati dalla società civile, e ciò sul presupposto che operano nel contesto sanitario nazionale, di cui accettano i controlli formali e sostanziali. Quando si dice “autonomia” si dice autonomia organizzativa e responsabilità dei risultati: senza un reale potere di gestione,  l’autonomia non esiste.

Quella “autonomia” da anni richiesta e mai presa in considerazione dalle forze governative, e ancora  in stallo, nonostante, in alcune regioni, sia stata sollecitata da un positivo “referendum  popolare”. Che si abbia “paura” della maggior capacità interpretativa ed operativa della società civile rispetto a quella troppo spesso deficitaria della governance burocratica statale? Il 9 luglio scorso, a Venezia, il ministro per gli Affari regionali, Francesco Boccia, ebbe ad affermare che va accelerato il processo sull’autonomia, le cui storiche resistenze di alcuni apparati centrali sono state spesso superate nella crisi Coronavirus, per cui tali resistenze non sono più tollerabili. Una affermazione certamente importante che alimenta la speranza di una soluzione rapida. 

Da qui molte domande dettate dall’attuale situazione nazionale: come risponde il piano nazionale alle sollecitazioni di cui sopra? qual è il suo cammino?  quali gli aspetti positivi e quelli negativi da rivedere? come ipotizzare la tutela della salute degli anziani? e quella dei bambini? come tutelare la vita di ognuno? come procedere a sostegno della disabilità? come promuovere prevenzione e informazione? come essere compiutamente attenti alla qualità della vita nella sua pienezza? come sopperire alle molteplici lacune di un servizio sanitario in evidente crisi? come procedere verso una maggiore umanizzazione ed efficienza? Dalla politica urgono precise risposte!

Cofondatore “Fondazione San Giuseppe Moscati”