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La sai l’ultima di Berlinguer

febbraio 16, 2000 Francia Francesco

Nuova puntata dell’odissea di un professore alle prese con il corso-concorso a cattedre indetto dal ministero della Pubblica Istruzione. Ci sarebbe abbastanza materiale da pubblicare un nuovo barzellettiere d’Italia. Se non fosse che, con una scuola ridotta così, non c’è molta da ridere

Siamo ormai a tre mesi di distanza dall’adunata oceanica dei prof di italiano di Milano dell’8 novembre scorso. Il caos si è protratto nelle settimane seguenti. Alcuni corsi sono stati avviati subito, secondo il motto “prima si comincia e prima si finisce” per rispettare la scadenza primaverile di svolgimento degli esami. Altri più tardi, per colpa di ritardi nella comunicazione degli elenchi ufficiali da parte del Provveditorato. In certi casi poi, come all’Istituto Leonardo da Vinci di Cologno Monzese, il primo giorno di corso ci si è accorti che qualcuno aveva chiesto il trasferimento ad altra sede più comoda e, a suo giudizio, qualitativamente migliore, il che ha rischiato di far mancare il numero minimo necessario. Il coordinatore si è allora dovuto impuntare col Provveditorato perché il corso continuasse a vivere. A ben vedere i più fortunati sono stati gli iscritti ai corsi avviati per ultimi, peraltro rispettando la comoda scadenza fissata dal Provveditorato per il 2 dicembre. Durante gli altri corsi sono infatti accaduti episodi grotteschi. In una della sedi dove si svolge il corso per le elementari, la prima lezione è stata tenuta a lungo, circa un’ora e mezza, disquisendo con la necessaria perizia di nozioni tecnico-amministrative relative a struttura, modalità di svolgimento e durata dei corsi, assenze e giustificazioni – insomma la parte più noiosa del bando. Al culmine della noia una maestrina (con laurea) corsista ha osato chiedere: “Scusi, va bene giustificazioni ed assenze, ma quando passiamo ai contenuti?”. Risposta: “E che ne so? Io sono la bidella”. Come avvenga che un bidello supplisca un docente non è dato saperlo. Ma anche con i docenti non è detto che le cose funzionino meglio. Sentite cosa è successo al liceo Scientifico “Cardano” di Milano, dove i partecipanti al corso di matematica applicata hanno potuto piacevolmente constatare che la loro insegnante preferiva parlare del più e del meno e mandarli a casa dopo un’ora e mezza contandone tre, invece che cominciare a formarli sui contenuti. Uno scrupolo della coscienza, dopo tre giorni di piacevoli discussioni, le ha fatto dire: “Beh, sentite: per la prossima volta portatemi una partita doppia, così la guardiamo insieme e cominciamo a fare lezione”. Il freddo è calato sui corsisti e non era la paura di cominciare a lavorare. Una di loro, con cautela ma fermamente, ha domandato trasecolata: “Scusi, perché dobbiamo portare una partita doppia?”. “Mi sembra il minimo per cominciare a parlare di ragioneria”. “Ma noi non dobbiamo fare ragioneria, infatti questo è il corso di matematica applicata!”. “No, scusate, ma questo è un corso di ragioneria!”. “Scusi lei: noi siamo qui per fare matematica. È lei che ha sbagliato”.

Non è andata meglio al corso di matematica per le scuole medie. È noto che alle medie si cerca di sviluppare la capacità logica degli alunni. E cosa di meglio allora che insegnare ai docenti un bel gioco di ruolo come esempio? Ecco che il lampo catodico di genio fulmina il docente del corso che materializza in aula l’occorrente per eseguire il giochino di Canale 5 in cui si deve indovinare una scritta posta sulla propria fronte aiutandosi con domande da rivolgere al proprio compagno di sventura. Vince chi capisce qualcosa per primo…

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