La “rivolta del pistacchio” potrebbe convincere l’Iran ad abbassare le sue pretese nucleari

L’Iran è il secondo produttore e grande consumatore di pistacchi. A causa delle sanzioni economiche i prezzi sono triplicati e la gente ha organizzato un boicottaggio.

Alla vigilia del nuovo incontro tra Iran e il gruppo del 5+1 (Usa, Inghilterra, Francia, Russia, Cina e Germania), che cercheranno di convincere Teheran ad abbandonare i progetti nucleari in cambio di un alleggerimento delle sanzioni economiche, uno studio del Think-tank americano Carnegie Endowment for International Peace mostra perché il regime degli Ayatollah farebbe bene ad accettare lo scambio.

EFFETTO SANZIONI. Secondo lo studio, l’Iran nel 2010 si è vista costretta a stracciare contratti di vendita del greggio per un valore di 60 miliardi di dollari. Nel 2012 i ricavi dal petrolio sono diminuiti rispetto al 2011 di 40 miliardi di dollari. A cause delle sanzioni economiche imposte da Stati Uniti e Unione Europea, l’Iran estrae 2,7 milioni di barili di petrolio al giorno, contro i 4,2 del 2008. Nel 2011 il regime islamico vendeva 2,5 milioni di barili al giorno, oggi solo 1,3. La crisi economica che di conseguenza ha investito il paese, sperano le potenze mondiali, potrebbe convincere il governo iraniano a fermare l’arricchimento dell’uranio al 20 per cento, soglia che permette poi di ottenere facilmente la bomba atomica.

RIVOLTA DEL PISTACCHIO. Segno delle difficoltà economiche iraniane è la “rivolta del pistacchio”. L’Iran è il secondo produttore mondiali di pistacchi, consumatissimo nel paese durante le festività di questi giorni in cui si celebra il Norouz, il nuovo anno. A causa della crisi e dell’inflazione che corre al 30 per cento, però, il prezzo dei pistacchi si è alzato al punto che su Facebook è montata una protesta per boicottarlo. L’anno scorso un chilo di pistacchi costava 260 mila riyal (otto dollari), quest’anno il prezzo è salito a 600 mila riyal (17 dollari), in alcuni zone del paese ha toccato gli 800 mila riyal (25 dollari). Ecco spiegata la protesta: «È la prima volta in trenta anni che non abbiamo messo pistacchi sulla nostra tavola di Capodanno» dice un iraniano, «possiamo dire che stiamo facendo un boicottaggio».

ESPORTAZIONI NECESSARIE. In prima battuta il governo ha contrastato la protesta, bloccando le esportazioni di pistacchio, sperando così di aumentare le scorte a disposizione dei mercanti facendo scendere il prezzo e calmando la popolazione. Ma le esportazioni della nocciolina verde fanno entrare nelle casse statali 750 milioni di dollari all’anno. Per questo Teheran, che è il secondo produttore mondiale (esporta circa 140 milioni di tonnellate all’anno), ha deciso di appoggiare la protesta, dando la colpa dei rincari alle potenze occidentali, in modo da avere a disposizione più pistacchi da esportare.

APPOGGIO DEGLI AYATOLLAH. La tv di Stato, che riflette sempre le visioni degli ayatollah al comando, hanno parlato a lungo del boicottaggio, riportando anche un sondaggio secondo cui su un milione di intervistati l’87 per cento si è dichiarato a favore. Il capo del governo Mahmoud Ahmadinejad ha definito già a febbraio il boicottaggio un «ottimo lavoro».