La rinuncia di Benedetto XVI. «Una lezione divina per il nostro tempo»

È passato un anno dalla rinuncia. Cosa ha significato quel gesto e come lo spiegò Ratzinger? Breve compendio con chiave di lettura. La nostra intervista a Fabrice Hadjadj

È passato un anno dalla rinuncia di Benedetto XVI. Come ha spiegato ieri il direttore della sala stampa vaticana, Federico Lombardi, il papa emerito conduce oggi una «vita di preghiera, di riflessione, di lettura, di scrittura nel senso che risponde alla corrispondenza che riceve; di colloqui, di incontri con persone che gli sono vicine, che incontra volentieri, con cui ritiene utile avere un dialogo, che gli chiedono consiglio o vicinanza spirituale». Oltre a questo, ovviamente, vede persone, e non mancano gli incontri col suo successore papa Francesco. Alcuni gesti e alcune parole di papa Ratzinger meritano di essere riproposti. Qui di seguito ve ne proponiamo alcuni, riproducendo poi anche alcuni passaggi di un’intervista al filosofo Fabrice Hadjadj.

L’annuncio della rinuncia: «Vorrò servire di tutto cuore, con una vita dedicata alla preghiera, la Santa Chiesa di Dio».
L’udienza generale: «Continuate a pregare per me e per il futuro Papa». Il boato di applausi.
L’ultima udienza generale: «Sono commosso. Vedo la Chiesa viva»
L’ultimo Angelus: «Il Signore mi chiama alla preghiera, ma questo non significa abbandonarvi»
Il saluto ai cardinali: «La Chiesa non è un’istituzione creata a tavolino, ma una realtà vivente. La sua natura è Cristo»
Benedetto XVI lascia il Vaticano. E le campane suonano. «Ora sono un pellegrino»

Con la sua rinuncia il Papa costringe il mondo a fare i conti con un Mistero irriducibile.
Intervista al filosofo Fabrice Hadjadj

Professor Hadjadj, cosa pensa dell’atto di dimissioni di papa Benedetto XVI, un atto così raro nella storia della Chiesa?
Bisogna essere precisi coi termini. Il Codice di Diritto canonico non parla di dimissioni, ma di rinuncia. La dimissione può assumere un significato peggiorativo, può mostrare connotati di debolezza, di vigliaccheria e anche di rifiuto della missione che Dio dà. La rinuncia, al contrario, ha degli accenti virili. Essa si fonda nella forza di un’abdicazione che è ancora esemplare, che è ancora un atto pontificale, un atto del Vicario di Cristo: essa è imitazione di Gesù che si ritira quando lo vogliono fare re nell’ordine temporale. Altra differenza radicale: il Papa non consegna una lettera di dimissioni a un superiore, al cardinale camerlengo o a un membro superiore della curia. Non c’è nessuno al di sopra di lui, tranne Cristo. Dunque è un atto che ha il suo fondamento nella preghiera, in un faccia a faccia col Mistero. Pretendere di giudicarlo dall’esterno pertanto corrisponde a uno sfiguramento e a un’usurpazione. Ma i giornalisti non esitano a credersi Dio.

Alcuni osservatori criticano l’atto del Papa, dicono che non aveva il diritto di rinunciare alla Croce, o che un Padre non può dimettersi dal suo ruolo di padre. Hanno ragione o hanno torto?
Il Papa non è un capo spirituale. Il capo della Chiesa è Cristo, e Benedetto XVI è il suo vicario. Quando recitiamo il Padre Nostro, non ci rivolgiamo al Santo Padre, la cui paternità sulla Chiesa universale è una paternità di supplenza e di visibilità, che può essere facilmente trasmessa a qualcun’altro. Per quanto riguarda la Croce, l’argomento è più valido, e questa è la ragione per cui un atto del genere è molto raro nella Chiesa. Il Sovrano Pontefice non è un potente seduto sul suo trono, egli ha per vocazione di essere identificato con Cristo il crocifisso; ciò significa che il suo trono deve testimoniare la Croce, manifestare questa debolezza di Dio più forte della forza degli uomini, questa follia di Dio più saggia della saggezza degli uomini. Giovanni Paolo II ci ha dato un magnifico esempio: rannicchiato, tremante, la bava alla bocca, dichiarava al mondo i diritti della vulnerabilità, distruggeva il culto del giovanilismo e dell’efficienza. Ma, appunto, abbiamo già questo esempio ed esso è ben presente nella nostra memoria. Benedetto XVI ci svela un’altra cosa, un’altra dimensione della Croce: quella del ritirarsi, dell’oscurità, dello sprofondamento nel silenzio. Secondo il Codice di Diritto canonico la rinuncia esige una ritirata assoluta. Joseph Ratzinger non tirerà i fili del pontificato nell’ombra. Egli ha scelto questa umiltà profonda di assistere all’elezione di un altro papa, di vederlo governare dal basso, dalla platea dove ci troviamo tutti, e di applaudirlo come un semplice fedele. Questa modestia, questo uscire di scena, è una lezione divina per il nostro tempo. È anche ciò che permette, per contrasto, di non interpretare il fatto di morire nella carne di san Pietro, nei papi precedenti, come un intestardimento, una maniera ostinata di aggrapparsi a un potere.

Cosa si può dire delle ragioni che ha dato della sua rinuncia, e cioè il venir meno delle forze, il bene della Chiesa, un governo della barca di Pietro che sarebbe meglio attuato da qualcun altro?
Come ho già detto, prima dei motivi esteriori c’è la certezza interiore, il faccia a faccia con Dio. La responsabilità non ha nulla a che vedere con un ragionamento di tipo matematico. Le scelte morali non si riducono a una deduzione a partire da precetti, perché i precetti sono generali, mentre la scelta si gioca in modo personale, in circostanze particolari. Ecco perché tutte le ragioni avanzate, anche se valgono in se stesse, restano insufficienti, e noi resteremo davanti a qualcosa di singolare, di irriducibile, di totalmente insostituibile come il volto stesso di Benedetto XVI. C’è tuttavia qualcosa che mi piacerebbe sottolineare a proposito delle ragioni invocate. Il Santo Padre ha innanzitutto osservato che la carica pontificale non si riassume in una semplice funzione, e che essa si dispiegava anche e anzitutto attraverso «la sofferenza» e «la preghiera»; poi ha pronunciato questa frase: «Nel mondo d’oggi, soggetto a rapidi cambiamenti e agitato da questioni di grande importanza per la vita della fede, per governare la barca di Pietro e annunciare il Vangelo, anche il vigore del corpo e dello spirito sono necessari». Questa rinuncia dunque ci dice anche qualcosa intorno al «mondo d’oggi». Questo mondo della prestazione, nel quale gli esseri e le cose diventano rapidamente obsoleti, è diventato incapace di comprendere direttamente il mistero della Croce, attraverso la presenza di un papa debole, povero, morente. E forse d’altra parte non è solo il mondo esteriore, ma il mondo infiltrato all’interno della Chiesa, della curia romana, che impone esigenze nuove e temibili per il successore di Pietro…

Cosa cambierà questo gesto nella Chiesa e nel mondo? Sarà possibile aggirarlo, fare come se non fosse successo nulla?
La Chiesa è assistita dallo Spirito Santo, le cui vie sono insondabili. Ecco quello che credo. Io credo anche che il seme caduto per terra, ricoperto dal terreno, dà molto frutto. E sarà ciò che accadrà con questo atto di nascondimento: sono sicuro che determinerà una grande fecondità. Sin d’ora quel gesto afferma che la santità la vince su tutte le grandezze di gerarchie, e che il segreto di Dio vale più di tutti i nostri programmi pianificati, un messaggio a mio parere essenziale per questa nuova evangelizzazione che è stata oggetto dell’ultimo sinodo. Dopodiché, tutte le logiche dei commentatori ideologizzati, quelli che si chiedono «il prossimo papa sarà un conservatore? Sarà un progressista? Segnerà una svolta in direzione della post-modernità?», ecco, questi modi di pensare ignorano che, attraverso il conclave, il Papa è anzitutto eletto dall’alto. Questa verticalità fa sì che la questione non si possa affrontare in termini di continuità o rottura in rapporto al pontificato precedente. Il nuovo papa sarà anche lui un supplente dell’Eterno. Trarrà del nuovo dall’antico, sarà allo stesso tempo radicalmente lo stesso, perché si tratta dello stesso Cristo, e radicalmente inatteso, perché si tratta sempre dell’avvenimento della fede.