La ricchezza della fede non si giudica dal metallo con cui è forgiata la croce del Papa

Come insegnano le scritture e i padri della Chiesa c’è diversità tra povertà e pauperismo. Solo una lettura materialista può confondere i piani

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Tempo di Pasqua, tempo di riconciliazione: in primo luogo con la verità.

Da quando è stato eletto Papa Francesco il tema tra la Chiesa, il cristianesimo e la povertà sembra essere tornato di moda.

Se prima ne parlavano, pur erroneamente, solo gli anti-clericali, adesso il tema è dibattuto anche negli ambienti più inossidabilmente “guelfi”.

Che vi siano alcuni cattolici che tali si reputino a seconda del metallo con cui è forgiata la croce pettorale del proprio vescovo o del Papa, o che tali si sentano solo se il Papa non indossa alcuni paramenti che indicano la sua dignità pontificia, o che tali si percepiscano in base al patrimonio immobiliare di cui dispone la Chiesa può che far sorridere sulle prime, ma considerando la vastità del fenomeno, non può che suscitare se non preoccupazione, almeno perplessità.

La questione potrebbe essere esaminata sotto i versanti più disparati (giuridici, economici, storici, politici, sociologici), sebbene il riferimento al dato scritturistico possa essere considerato il criterio più stabile e anche più profondo per dirimere ogni nebbioso dubbio.

Il problema sostanzialmente riguarda la lettura materialistica dei passi evangelici, effettuata da chi stoltamente ritiene che la povertà evangelica consista, anzi, coincida con la povertà materiale.

L’interpretazione erronea dei passi del Vangelo dipende da una lettura ideologizzata dei medesimi.

La promiscuità del pensiero progressista (di matrice marxista) con quello cristiano, non ancora fusi in quella che storicamente è divenuta la teologia della liberazione, porta ad una aberrante conseguenza, cioè privare di senso alcuni passi dei Vangeli e dei testi cattolici.

Se fosse vero che i Vangeli predicano anche la povertà materiale o, addirittura, soltanto questa, sarebbe privo di senso ciò che Marco (12, 41-44) racconta descrivendo l’episodio in cui Cristo chiama a sé i suoi discepoli allorquando vede una povera donna offrire al tesoro del tempio le uniche due monete di cui era in possesso.

Ragionando in termini materiali, economici, quantitativi, Cristo avrebbe dovuto biasimare il gesto della povera vedova, invece lo esalta perché la povertà o la ricchezza, come nel caso della povera vedova, non sono il risultato del calcolo quantitativo di denaro che si possiede, ma dell’ampiezza dello spirito con cui lo si possiede.

Se dal denaro si è posseduti, nell’ottica evangelica, si è poveri; se invece il denaro si possiede senza avidità e attaccamento, come recita il salmista («alla ricchezza anche se abbonda, non attaccate il cuore» Sal. 62,11), si è ricchi non solo nella materialità, ma anche spiritualmente.

Altrimenti sarebbe anche inspiegabile perché Cristo riveli a Zaccheo la sua salvezza, sebbene quest’ultimo decida di donare soltanto metà del suo cospicuo patrimonio (Lc. 19,8);  Zaccheo, infatti, ha dimostrato di essere ricco non solo materialmente, ma anche spiritualmente.

San Agostino conferma questa prospettiva nel suo discorso 39 affermando che «l’Apostolo dava questo consiglio: “Ai ricchi di questo mondo – diceva – comanda di non nutrire sentimenti di superbia” (1Tm, 6,17). La superbia è il verme della ricchezza: è difficile che non sia superbo colui che è ricco. Togli via la superbia, e la ricchezza non recherà nocumento».

L’Ipponate, inoltre, spiega che il ricco e il povero si inseriscono nella dialettica dell’esistenza creata da Dio, e che la presenza dell’uno giova a quella dell’altro e viceversa; infatti, il Vangelo non determina certezze ideologiche, non ingiunge comandi utopistici, ma invita l’uomo a diventare un essere reale, e proprio per questo a fare i conti con se stesso, con la realtà medesima. Il Vangelo non propugna teorie strampalate ed astratte, ma diffonde una dottrina indubbiamente realista, come chiarisce sempre San Agostino il quale scrive che Dio «fece il ricco perché aiutasse il povero, fece il povero per mettere alla prova il ricco. Ciascuno faccia l’elemosina secondo le sue disponibilità. Non deve largheggiare, il ricco, in modo da venirsi a trovare lui stesso nelle strettezze. Non diciamo questo. Il tuo superfluo è necessario all’altro».

Solo in quest’ottica, allora, acquista un senso il passo della lettera di San Paolo ai Corinzi in cui si esplicita per l’appunto che «Gesù Cristo, da ricco che era, si è fatto povero per voi, perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà»; ovviamente Cristo non era ricco in termini monetari e non si è fatto povero in termini bancari, così come la ricchezza che l’uomo deve acquisire non si spiega in termini materiali, ma, passando attraverso la povertà del Figlio incarnato di Dio, in termini spirituali.

Giacomo, nella sua lettera, insiste con chiarezza sul punto, ricordando che «Dio non ha forse scelto i poveri nel mondo per farli ricchi con la fede?».

Il Regno promesso dai Vangeli è per i giusti («Non sapete che gli ingiusti non erediteranno il regno di Dio?» 1Cor. 6,9), e tali sono non già coloro che hanno in rosso il proprio conto corrente, ma coloro che riescono a rendere al prossimo ciò che gli spetta, soprattutto quando il prossimo è povero sia materialmente, sia spiritualmente.

I Vangeli, in sostanza, esortano a non fare del denaro e della ricchezza il nuovo idolo, il nuovo vitello d’oro copia di quello che traviò la fede di Israele mentre Mosè veniva istruito da Dio (Es. 32,8).

Volendo proprio osare una lettura che sia in grado di accostare i fenomeni economici con gli insegnamenti evangelici, si potrebbe semmai ritenere che la crisi economica mondiale attuale altro non sia che la prova di ciò che accade quando l’uomo si insuperbisce, costruendosi falsi dei, idolatrando la materialità, allontanandosi dalla vera natura della propria ricchezza e della propria povertà, rifiutandosi di considerare nella propria esistenza l’insegnamento dei Vangeli circa il saper vivere con equilibrio, con virtù, sia la dimensione materiale che quella spirituale della propria vita.

Ecco perché dunque occorre massimamente distinguere la povertà dal pauperismo ed evitare di confondere l’etica cristiana con l’ideologia materialista (marxista e post-comunista).

Parafrasando le parole di Wilhelm Ropke per il quale «il Vangelo non è socialista», si può ben affermare, dunque, che il Vangelo non è pauperista.

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