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La memoria di Villa Necchi Campiglio

maggio 7, 2017 Walter Veltroni

Lì, secondo la testimonianza di Piero Vivarelli, fu ricevuto un ufficiale inglese che si sarebbe dovuto poi recare sul lago di Garda per incontrare Mussolini

villa necchi campiglio

Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – Esiste una villa meravigliosa, nel cuore di Milano. Si chiama Villa Necchi Campiglio. È una residenza costruita tra il 1932 e il 1935 dall’architetto Piero Portaluppi in via Mozart. I committenti, evidentemente facoltosi, si fecero allestire un edificio di pregio raro. Un meccanismo allora modernissimo consentiva persino la chiusura della porta principale con un gigantesco cancello a scorrimento che spariva alla vista durante il giorno per essere fatto salire, con un pulsante, durante la notte o in assenza dei proprietari.

La villa, ricca di arredamenti pregiati, fu la dimora della famiglia Necchi fino alla guerra, quando fu requisita dai fascisti e trasformata nella residenza di Pavolini, segretario del fascio, e poi nella sede del comando nazista di Milano. Lì, secondo la testimonianza di Piero Vivarelli, resa in una lettera a Sergio Romano pubblicata sul Corriere della Sera, fu ricevuto un ufficiale inglese che si sarebbe dovuto poi recare sul lago di Garda per incontrare Mussolini. Piero, che conobbi, era un regista di film musicali, di commedie e di film erotici. Era stato nella Repubblica sociale e, alla fine della sua vita, militò in Rifondazione comunista.

Era un uomo simpatico e intelligente e mi colpisce aver ritrovato questa sua testimonianza resa perché, in licenza, andò a cena a Villa Necchi dove sua madre lavorava come segretaria di Pavolini. Quella villa è intrisa di storia. Si sente la presenza della borghesia milanese, austera e rigorosa. E il segno del razionalismo, dell’architettura del nuovo tempo, che costruì i luoghi di un regime che, in quelle stesse stanze, vide consumarsi il suo livido autunno. Leggenda vuole che, dopo la guerra, la famiglia abbia trovato in un ripostiglio delle carte del regime, occultate forse prima della fuga finale. E che, dice sempre la leggenda, dopo un consulto con il parroco della zona si decise di bruciare tutto. La villa, non avendo le Necchi dei figli, fu, alla loro morte, generosamente affidata alle sapienti cure del Fai che l’ha conservata, mantenuta, aperta al pubblico.
La memoria o si brucia o si conserva.

Foto Ansa

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