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«La guerra in Iraq non è finita»

marzo 27, 2018 Redazione

Un bilancio del patriarca Sako a quindici anni dalla caduta del regime di Saddam Hussein. I cristiani sono ancora in pericolo

Articolo tratto dall’Osservatore romano – «C’è più libertà di espressione e di pensiero, ma ciò che manca del tutto è la sicurezza. Mancano anche il lavoro, la ripresa economica, la stabilità politica»: luci e ombre nelle parole del patriarca di Babilonia dei caldei, Louis Raphaël I Sako, che, nei giorni scorsi, a quindici anni dalla caduta di Saddam Hussein, ha fatto il punto sulla situazione in Iraq. Il 20 marzo 2003, infatti, una coalizione multinazionale guidata dagli Stati Uniti iniziava l’operazione Iraqi Freedom per abbattere il regime, accusato di avere armi di distruzione di massa. I bombardamenti su Baghdad e la presenza di soldati stranieri innescarono una guerra civile tra sciiti e sunniti e una guerriglia contro le truppe statunitensi, destabilizzando di fatto tutta la regione fino all’avvento del cosiddetto Stato islamico.

«La popolazione — ha dichiarato Sako al Sir — ha potuto toccare con mano che la pace e la democrazia non sono frutto di magia, né tantomeno di imposizione». Secondo il patriarca, «gli americani dovevano educare la popolazione alla democrazia, formarla alla libertà responsabile», poiché, aggiunge, l’Iraq era un paese che a quei tempi non aveva una vera e propria democrazia: il regime era dittatoriale, la cultura tribale e settaria. «Gli Stati Uniti — sottolinea il patriarca di Babilonia dei caldei — questo non lo hanno ben compreso. Non bastano gli slogan per avviare una democrazia. C’è un fatto però che va detto: oggi la gente è consapevole dell’importanza di un cambiamento per un Iraq nuovo. Ogni venerdì ci sono manifestazioni nella piazza della Liberazione a Baghdad e tra i partecipanti ci sono anche tanti cristiani. Tutti chiedono un governo secolare, la libertà, l’uguaglianza, il rispetto dei diritti, che sono valori basilari di ogni stato democratico».

Sako si dice convinto che «la guerra in Iraq non è finita. In alcuni punti ci sono ancora combattimenti e attacchi terroristici. Da sconfiggere è la mentalità e l’ideologia dell’Is, ma ci vuole tempo. Per uscire fuori da questa situazione occorrono pace, sicurezza, lavoro, istruzione, stabilità, educazione al rispetto e alla tolleranza. Come cristiani ci stavamo abituando a una certa sicurezza qui a Baghdad, ma pochi giorni fa una famiglia di nostri fedeli è stata sterminata. Siamo rimasti tutti scioccati».

Per uscire da questa situazione all’Iraq serve «pace e stabilità, ma soprattutto la piena cittadinanza per tutte le componenti della società, anche dei cristiani. Siamo tutti cittadini iracheni, figli della stessa terra. Perché mettere barriere fra le persone? La cultura settaria non ha futuro, non possono essere la tribù, la setta o la milizia a proteggere i cittadini ma lo stato, con la polizia e l’esercito. La popolazione deve essere formata su questo punto e sulla necessità di un governo secolare», ha osservato.

Il patriarca esprime inoltre perplessità sulla Costituzione irachena approvata nel 2005: «È una trappola contro le altre religioni. L’articolo 2 della carta di fatto istituisce l’islam come religione ufficiale di stato e fonte primaria della legislazione e, nello stesso tempo, richiede che le leggi non contraddicano i principi democratici e le libertà basilari. La religione non può essere fonte di diritto per uno stato. Deve essere la politica. La società deve essere di tutti e per tutti».

Sako non ha dubbi nell’affermare che «i cristiani sono purtroppo un obiettivo e ciò deve essere chiaro», anche se la persecuzione non riguarda solo l’Iraq ma anche altre parti del mondo. I cristiani non sono accettati: «Anche in occidente, dove c’è una forte indifferenza, spesso hanno vergogna di professare pubblicamente la propria fede. Non ci sono attacchi contro i cristiani solo da noi. Durante l’ultima visita ad limina — ricorda sua beatitudine — abbiamo chiesto a Papa Francesco di continuare a sostenere i cristiani di oriente perché soffrono tanto e fanno parte della Chiesa».

È importante, necessario, il ritorno in Iraq dei cristiani fuggiti dai loro paesi di origine: «Su ventimila famiglie ne sono rientrate al momento settemila. Tuttavia, permangono diversi problemi: non tutte le case sono state restaurate o riedificate. Tantissime sono state quelle bruciate o totalmente distrutte dallo Stato islamico. Ci vogliono moltissimi soldi. Un altro ostacolo — ha continuato — è la divisione della piana di Ninive che prima era unita. Una parte adesso è in mano al governo regionale curdo, un’altra a quello centrale di Baghdad». Le popolazioni che la abitano hanno paura di un confronto armato tra i due organismi e, per questo, sono dubbiose se fare rientro o no. Il ritorno è lento «ma abbiamo speranza che tornino nelle loro case per continuare lì la loro vita. Il patrimonio cristiano iracheno è ricchissimo e senza la comunità rischia di diventare un albero tagliato».

Con l’approssimarsi della Pasqua, il patriarca di Babilonia dei caldei auspica che ogni cristiano «sia artigiano di pace e apra gli occhi sul Cristo della fede e non solo sul Cristo della storia. Se crediamo in Lui — ha concluso — tutto cambia. Dobbiamo avere questa fede».

Foto Ansa

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