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La corriera

febbraio 2, 2000 Craxi Bettino

Il vescovo di Tunisi, monsignor Fouad Twal – che inopinatamente il capogruppo Ds al Senato ha definito con sprezzo “quel prete sconcio” – nel corso del funerale di Craxi ha evocato “i beati perseguitati per causa della giustizia”. Il leader del Psi non era un santo. Ma siccome Dio dirà l’ultima parola anche a proposito dei presunti giusti, non sarà solo per ricordare un amico che qui ripubblichiamo l’ultimo articolo che Craxi scrisse per Tempi il 3 maggio del 1999, nel corso della “guerra giusta” contro Belgrado

Don Francesco mi prese sulla canna della bicicletta. Portava il cappello da prete, senza tese, al collo una stola viola e si era rimboccato la veste per poter pedalare. Io ero vestito da chierichetto. Servivo le funzioni religiose nella parrocchia, a due passi da via Diacono dove abitavo: la messa, il rosario, i battesimi, i matrimoni, le estreme unzioni e i funerali. Quel giorno appunto vestivo in nero e bianco con la cotta ricamata sulle maniche e ai bordi. In mano reggevo il secchiello dell‘acqua santa con l’aspersorio. Partimmo dalla parrocchia di piazzale Bernini. Don Francesco pedalò verso viale Romagna e poi più avanti, svoltando sulla sinistra per alcune centinaia di metri, verso piazza Gorini. Entrammo all’obitorio che è su di un angolo della piazza. Era uno dei luoghi dove venivano portate per il riconoscimento le vittime dei bombardamenti. Don Francesco che non era il parroco, ma un giovane prete della parrocchia, conosceva bene quel luogo ed anche io vi ero già stato. Attento e disciplinato, come era mio dovere di chierichetto, seguii il prete che si diresse verso l’interno della palazzina. Entrammo insieme in una stanza, che allora, vista con i miei occhi di bambino, mi sembrava molto grande. Sui quattro lati erano allineate sul pavimento quattro file di cadaveri. Ricordo i primi due corpi della fila sulla destra entrando, che mi parvero senza la testa. I cadaveri portavano legato alla caviglia un biglietto del tipo di quelli che si usano per i pacchi. Molto probabilmente vi stava scritto il loro nome se erano stati riconosciuti. Stavo così vicino al prete reggendo il secchiello dell‘acqua santa. Don Francesco li benediva uno ad uno sussurando in latino le preghiere: “Requiem aeternam dona eis domine”. Che strano. Anche di fronte a degli spettacoli orribili capita che i bambini non abbiano paura. I bambini sono curiosi, vogliono capire. Così era per me in quello scenario di morte che mi vedeva piccolo testimonio di una grande tragedia. Usciti dalla stanza ci incamminammo per un corridoio. C’erano letti con altri cadaveri che erano però coperti da lenzuola. Don Francesco si fermò a parlare con persone, in borghese, in camice e in divisa. Su di una via che portava a Milano, non ricordo se da Lodi o da Pavia, una corriera che trasportava dei cittadini, dei lavoratori, era stata colpita dall’aviazione angloamericana che era scesa a bassissima quota per mitragliare. Le vittime di quel massacro, diverse decine, come avevamo visto, erano state trasportate all’obitorio di Milano. Non erano militari in assetto di guerra. Erano uomini e donne vittime innocenti della guerra. Uccise non per errore. Ho sempre conservato lucidamente questo ricordo. Sono certo che se ne ricorda anche don Francesco Ceriotti, il giovane prete che è poi giunto a rivestire importanti responsabilità nella conferenza episcopale italiana.

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