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«La cattedrale di Baghdad è stata rinnovata con il sangue dei martiri» Foto

dicembre 18, 2012 Leone Grotti

Intervista a Louis Sako, arcivescovo di Kirkuk (Iraq): «Siamo commossi dalla riapertura della chiesa distrutta dai terroristi. Ma la gente è felicissima per la vicinanza del Papa e c’è una grande notizia per tutta la Chiesa caldea».

 Era il 31 dicembre 2010 quando un commando di terroristi legati ad Al Qaeda entrò nella cattedrale siro-cattolica di Baghdad e sterminò 48 fedeli e due giovani preti, distruggendo la chiesa e accendendo i riflettori di tutto il mondo sulla drammatica situazione dei cristiani perseguitati in Iraq. Il 14 dicembre scorso, a due anni di distanza, la cattedrale di Nostra Signora del Perpetuo Soccorso è stata restaurata e riconsacrata. «Siamo commossi, la chiesa è stata rinnovata con il sangue dei martiri e oggi è più bella di due anni fa» dichiara a tempi.it Louis Sako, arcivescovo di Kirkuk, che in questi giorni ha incontrato anche il cardinale Leonardo Sandri, prefetto per la Congregazione delle chiese orientali, inviato da papa Benedetto XVI per consacrare la cattedrale di Baghdad.

Monsignor Sako, che valore ha per voi cristiani iracheni la visita del cardinale Sandri?
Era dal 2003 che nessuno veniva in Iraq per incoraggiare i cristiani che restano in questa terra martoriata. Il cardinale è anche venuto a Kirkuk, ha celebrato Messa in una chiesa strapiena di persone e ci ha dato speranza. La gente è felicissima della vicinanza del Santo Padre, lui ci ha invitato a rimanere qui, ci ha detto una parola di incoraggiamento, di perseveranza, ci ha confermato nella fede e ci ha spinto a restare nella terra di Abramo, l’uomo che ha sperato oltre ogni speranza. Il cardinale ha anche visitato la moschea a Kirkuk, ha incontrato i musulmani, aiutandoci così a costruire la pace e la verità.

Durante la Messa a Kirkuk ci sono state 11 esplosioni in città, costate la vita a oltre dieci persone.
Esatto, in chiesa abbiamo sentito i boati e dopo la funzione il cardinale mi ha chiesto subito che cosa fosse successo. La gente però è abituata e non si è lasciata disturbare. Queste cose accadono ma poi qui a Kirkuk passano mesi senza che accada niente. Certo il paese è attraversato da forti tensioni, sia politiche tra il governo centrale e quello regionale del Kurdistan, sia religiose tra sunniti e sciiti, scatenate dalla guerra in Siria. La situazione oggi è difficile e complessa.

Il 14 dicembre la cattedrale siro-cattolica di Baghdad è stata riconsacrata. Che significato ha per voi?
Siamo commossi. Si tratta di una chiesa rinnovata con il sangue dei martiri: 48 fedeli e due giovani preti sono stati uccisi. Il primo ministro dell’Iraq al Maliki ha detto che è più bella di prima e che si tratta di una vittoria contro il terrorismo ma questo non basta.

Cioè?
La Cattedrale è un edificio ma non basta ricostruire una chiesa, perché bisogna ricostruire un paese. Noi possiamo anche pregare per strada, quello che ci manca però sono sicurezza, pace e stabilità. Vogliamo che siano protetti i diritti dell’uomo: senza guardare se è cristiano o musulmano, curdo o arabo.

 L’anno scorso il vescovo ausiliare di Baghdad dichiarava a tempi.it: «Sono emigrati più cristiani dall’Iraq dal 2003 a oggi che negli ultimi 200 anni. Oggi saremo rimasti in 500 mila circa». Perché nei giorni scorsi lei ha dichiarato che l’Occidente sta aiutando i cristiani ad andarsene?
A volte l’Occidente facilita la fuga dei cristiani. Molti comprano un visto con migliaia e migliaia di dollari, vanno via ad abitare in terra straniera dimenticandosi della loro tradizione, della loro terra, perdendo gli amici, la famiglia e anche la fede. È molto brutto. La comunità internazionale invece di spendere soldi per fornire loro abitazioni all’estero, dovrebbe investirli qui per fare progetti educativi e migliorare la vita di chi vive nella miseria. Ci servono infrastrutture, alloggi, scuole. Noi non vogliamo andarcene dall’Iraq, non vogliamo restare in pochi per essere una presenza simbolica. Pochi giorni fa il primo ministro ha detto che siamo preziosi per l’Iraq, siamo come l’oro, anche i musulmani ci vogliono per la nostra umanità e vitalità.

La comunità di Kirkuk come si appresta a vivere il Natale?
Qui ci sono circa 10 mila cristiani. Siamo molto stanchi di tutti questi problemi, dei continui attacchi e attentati. Ancora una volta non potremo per ragioni di sicurezza fare la Messa di mezzanotte, per questo la faremo alle 9 di sera del 24 dicembre. Poi però ci sarà una festa con le famiglie che passeranno la notte assieme, faremo giochi, ci sarà da mangiare: i giovani hanno preparato tutto per dare forza e speranza.

Che cosa vi dà speranza?
Il senso del Natale ci porta speranza, noi siamo più sensibili alla buona novella, alla pace che scende sulla terra, a Dio che viene ed è presente vicino a noi, nonostante la nostra debolezza, per condividere con noi i problemi e la nostra condizione umana di sofferenza.

Vede dei segnali positivi per il futuro dei cristiani in Iraq?
Sì, ci sono: il nostro popolo innanzitutto riesce a sorridere malgrado tutto perché ha un cuore grande. Anche il cardinale se n’è accorto. I musulmani ci sono vicini e apprezzano la nostra testimonianza. Il governatore della provincia ha dichiarato che il 25 dicembre sarà un giorno di festa per tutti, anche questo è un grande segnale. Poi qui a Kirkuk c’è una scuola che accoglie cristiani e musulmani. È l’unica in tutto l’Iraq e ce ne vogliono altre, perché l’educazione è una via per la pace. Cristiani e musulmani devono stare insieme per conoscersi più profondamente a vicenda. Per finire c’è un grande segnale di speranza che riguarda tutta la Chiesa caldea.

La visita del cardinale Leonardo Sandri ha forse sbloccato qualcosa per quanto riguarda il Sinodo della Chiesa caldea che si attende da tempo?
A questa domanda non posso rispondere, ma oggi Radio Vaticana annuncerà una grande notizia per tutta la Chiesa caldea. Non posso dire di più.

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