Just (gay) married

La California vuole aprire al matrimonio tra omosessuali. Mentre Schwarzy sonnecchia i cattolici raccolgono le firme per un referendum. Parla Salvatore Cordileone, vescovo di San Diego

Secondo un referendum svoltosi in California nel 2000 il 61 per cento degli abitanti dello Stato era contrario a riconoscere il matrimonio fra omosessuali. Da quel responso popolare però molte cose sono cambiate e gli ultimi sondaggi hanno fatto scendere la percentuale dei sondaggi intorno al 50 per cento. Tra le due date c’è stata una martellante campagna delle associazioni legate al mondo Glbt (gay, lesbiche, bisessuali, transgender) che hanno influenzato non poco gli orientamenti dei californiani e, soprattutto, vi è stato un progressivo mutamento in campo politico delle scelte in materia legislativa familiare. Ad esempio, il sindaco di San Francisco, Gavin Newsom, sfruttando la decisione dello Stato del Massachusetts di dare il via alle unioni gay, aveva nel 2004 autonomamente deciso di legalizzarle. Fu solo un intervento della Corte suprema della California a fermare Newsom e a definire illegittima l’iniziativa. Ma nel settembre del 2005 l’assemblea statale californiana, controllata dai democratici, ha modificato il codice di famiglia sostituendo la definizione di matrimonio come «contratto di diritto civile tra un uomo e una donna» con il più generico, e aperto alle istanze omosessuali, «contratto di diritto civile tra due individui». Da par suo, il governatore repubblicano dello Stato, Arnold Schwarzenegger, ha sempre tentato di tenere il piede in due scarpe. Liberal per quel che riguarda i temi bioetici, ha sempre temuto, avvallando tali istanze, di inimicarsi la parte più conservatrice del suo elettorato e ha posto veti affinché tali richieste divenissero operative. Ad oggi la sua posizione rimane pilatesca, avendo dichiarato che si atterrà a quanto sarà deciso dagli organi giudiziari dello Stato. Che è esattamente quello che accadrà tra qualche mese, tra la primavera e l’estate, con il pronunciamento della Corte suprema dello Stato che dovrà dire se la nuova definizione contenuta nel codice di famiglia è o meno in contrasto con la costituzione.
Salvatore Joseph Cordileone, vescovo ausiliario di San Diego, teme fortemente che la situazione precipiti. «Per quel che si può capire la Corte non considererà non costituzionale la nuova definizione di famiglia, di fatto aprendo le porte al matrimonio tra persone dello stesso sesso», dice a Tempi. È per questa ragione che Cordileone sta dando una mano al comitato promotore del referendum che chiede di inserire la definizione di matrimonio «tra uomo e donna» nella costituzione. Nelle intenzioni del comitato il referendum dovrebbe tenersi in novembre, in occasione anche delle presidenziali. I tempi sono stretti, perché la raccolta delle firme è iniziata solo due settimane fa e la data ultima per la loro presentazione è il 20 novembre. «Ne occorrono 760 mila – spiega il vescovo – ma puntiamo a raccoglierne più di un milione per avere un buon margine che ci preservi da inevitabili contestazioni e annullamenti». Motore della mobilitazione è il mondo evangelico e cattolico, «ma sono tra noi anche molti mormoni e battisti». La sfida si preannuncia ostica, «anche perché in questi ultimi anni la propaganda omosessuale è riuscita a far passare l’idea che essere contrari al matrimonio tra persone delle stesso sesso sia una forma di razzismo, così come lo era una volta nei confronti dei pellerossa e delle persone di colore». Questo già accade oggi nelle scuole, dove gli insegnanti possono fare lezione a patto che non accennino a differenze sessuali tra i genitori, che non utilizzino i termini “padre” e “madre”, che consentano a un ragazzo, che nel momento del bisogno sente di appartenere a un altro genere, di entrare nel bagno delle ragazze. «E anche i testi scolastici iniziano a essere modificati», dice Cordileone. «La storia del movimento omosessuale è raccontata dalle sue origini all’oggi, al pari di quella di altre minoranze come ad esempio gli indiani. Quasi si trattasse di un gruppo etnico discriminato dalla storia».

Perché ci fidiamo di McCain
Oggi in molti si chiedono dove si orienterà il voto della right nation che aveva in George Bush il suo campione e paladino. In campo democratico le posizioni di Hillary Clinton e Barack Obama, su aborto e staminali, sono spesso inconciliabili con quelle degli evangelici e dei cattolici. D’altra parte, John McCain è un repubblicano pragmatico che, se è vero che ha sempre votato secondo le direttive del partito, e quindi più attento a certe istanze pro life, è tuttavia politico che su certi temi preferisce sorvolare o, perlomeno, non metterle al centro della sua agenda. «In effetti, non è facile per noi cattolici scegliere», conferma Cordileone. «Su problemi inerenti alla ricerca sulle cellule staminali, sull’aborto, sulla famiglia siamo più vicini a certi politici repubblicani. Su immigrazione e pena di morte troviamo maggior ascolto da parte democratica». E dunque? «Dunque occorre fissare una gerarchia di valori, e capire quali siano quelli irrinunciabili e su quali, invece, oggi si può arrivare a un compromesso. Per esempio, sul tema dell’immigrazione noi siamo attenti a che tutti siano accolti, ma al tempo stesso riconosciamo la necessità di garantire la sicurezza. Sulla tutela dell’embrione e del feto, invece, non possiamo transigere così come ci insegna il Santo Padre quando parla di “valori non negoziabili”. Sulla vita umana innocente non possiamo fare compromessi». È un po’ il ragionamento che ha fatto anche Samuel Brownback, il senatore cattolico del Kansas, che si è ritirato dalla campagna per le presidenziali e che oggi appoggia McCain. «E Brownback – conclude il vescovo – è certamente un buon cattolico».
Emanuele Boffi