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All’iter di legge sul testamento biologico manca solo una cosa: la protesta dei medici

marzo 26, 2017 Alfredo Mantovano

È all’ordine del giorno della Camera una legge che demolisce millenni di deontologia professionale. Perché i medici restano in silenzio?

eutanasia-protesta-ansa

Pubblichiamo la rubrica di Alfredo Mantovano contenuta dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti)

Immaginiamola così: aula della Camera, all’ordine del giorno una norma che riduce sensibilmente gli emolumenti per i medici, e magari ne contrae pure il numero in servizio negli ospedali. Facile prevedere le reazioni da parte degli interessati: scioperi, proteste, sit-in davanti alle sedi istituzionali, pressioni sui parlamentari perché riflettano prima di votare. Non è immaginazione, ma realtà: aula della Camera, all’ordine del giorno una norma che costringe il medico ad applicare le disposizioni sul trattamento sanitario del paziente, redatte in tempi e in contesti diversi da quello nel quale è richiesto l’intervento sanitario; lo costringe, in altri termini, a praticare l’eutanasia, certamente per omissione.

È cioè all’ordine del giorno una legge che demolisce millenni di deontologia professionale, in linea con disposizioni varate negli ultimi anni in altri Stati europei, che hanno portato all’uccisione pure di minori solo perché disabili. I medici restano in silenzio. Perché?

Fra le ragioni vi sono: una pressione mediatica che, secondo un copione consueto, esalta “casi pietosi”, li mette insieme, pur essendo profondamente diversi l’uno dall’altro, ne manipola i contorni pur di conseguire il risultato; una “cultura dello scarto”, per riprendere l’espressione di papa Francesco, che si è insediata da tempo nel sistema sanitario, e considera uno spreco di energie e di risorse occuparsi di chi rappresenta un costo pesante, ritenendo più semplice sbarazzarsene; una crescente scarsa attenzione a temi etici, considerati marginali, al punto che quasi sfugge l’aggressione all’essenza della professione. Articolo 1 comma 7 della proposta in discussione: «Il medico è tenuto a rispettare la volontà espressa dal paziente di rifiutare il trattamento sanitario o di rinunciare al medesimo», e per questo è «esente da responsabilità civile o penale». Significa che al medico viene chiesto di commettere un reato o quanto meno un illecito civile, altrimenti non avrebbe senso stabilire l’esenzione da responsabilità. Qualche rigo più avanti l’articolo 3 comma 4 dice che le Dat «possono essere disattese (…) qualora sussistano terapie non prevedibili all’atto della sottoscrizione, capaci di assicurare possibilità di miglioramento delle condizioni di vita».

Diamo queste norme per già operative: il medico si trova di fronte un paziente non cosciente che ha lasciato anni prima disposizioni precise di sospensione della terapia, da cui deriverà un esito letale; nel frattempo però quella patologia è diventata aggredibile con previsione di maggior successo. Come si regola? Se rispetta la volontà del paziente e lo lascia morire rischia denunce penali e azioni civili da familiari che gli contestano di non aver praticato le nuove terapie. Se disattende le Dat rischia analoghe denunce perché la guarigione non è così certa – e quando mai lo è? – e comunque il malato aveva stabilito diversamente. Ogni medico avrà bisogno dell’avvocato più che dell’infermiere. Ma non è detto che l’intervento dell’avvocato – che non è un volontario e costa – sia risolutivo.

Tutti coinvolti, pubblici e privati
Abbiamo presente che cosa accade quando un commerciante reagisce all’intrusione di un rapinatore? Magari dopo qualche anno gli si riconosce la legittima difesa: nel frattempo è indagato, magari arrestato, processato, con prezzo elevatissimo in termini di stress e spese legali. Vogliamo rendere tale la condizione quotidiana di ogni medico? Il medico farà un’assicurazione? E pensiamo che l’assicurazione non faccia penare il professionista scaricando su di lui il mancato rispetto della previsione più facile?

Ultimo dettaglio. La legge si applicherà a ciascuno degli oltre 100 ospedali e case di cura presenti in Italia, senza eccezioni rispetto alla sanità pubblica. L’articolo 1 comma 10 ne impone infatti l’attuazione a «ogni azienda sanitaria pubblica e privata» e non prevede l’obiezione di coscienza per medici e personale ausiliario. È qualcosa su cui non devono aver riflettuto a sufficienza quei cattolici – compreso qualche autorevole pastore – che si sono espressi per l’approvazione delle nuove norme. Vuol dire che perfino al Gemelli o a Casa sollievo della sofferenza i medici si troveranno costretti a uccidere il paziente invece che a curarlo. Non ce ne sarebbe per protestare finché si è in tempo?

Foto Ansa

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