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Italia fanalino di coda del Non profit

marzo 8, 2000 Tempi

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Niente da fare, i numeri sono impietosi. In Italia l’associazionismo del cosidetto Terzo Settore, cioè il mondo del Non profit, è numericamente imponente, ma passato al vaglio della sua capacità di contribuzione alla ricchezza nazionale appare estremamente leggero: solo l’1,8 per cento del prodotto interno lordo (pil) italiano è realizzato dal Non profit, mentre negli altri paesi avanzati le percentuali sono ben più alte. Il contributo del Non profit made in Usa (paese leader in materia) al pil americano è del 6,4 per cento, quasi il quadruplo di quello italiano. La media dell’Unione Europea (UE) è del 3,5 per cento, cioè il doppio dell’Italia.

Come mai l’Italia delle confraternite, delle cooperative sociali, delle società di mutuo soccorso, del volontariato non riesce a pesare neanche nel raffronto col feudale Giappone? Colpa del regime fiscale poco allettante, istituito dal Decreto legislativo 460/97, che prevede sgravi fiscabili risibili per chi decide di fare donazioni alle Organizzazioni non lucrative di utilità sociale (Onlus). Per rendersene conto basta dare un’occhiata alla tabella di questa pagina che raffronta il trattamento fiscale delle donazioni al Non profit negli Usa con quello vigente in Italia: non solo la deducibilità sia per i privati che per le imprese che effettuano donazioni in Italia non può superare la miseria di 4 milioni di lire, mentre negli Usa possono arrivare rispettivamente al 30 per cento del reddito di impresa e al 10 per cento di quello delle persone fisiche, ma non è prevista nessuna facilitazione per chi vuole donare titoli azionari, pratica molto comune negli States.

Il risultato di tanta tirchieria fiscale si vede benissimo nei bilanci delle fondazioni: in quelle Usa il 30 per cento delle entrate è costituito da finanziamenti pubblici e il 19 per cento da donazioni private; le fondazioni italiane invece sono finanziate al 51,6 per cento da denaro pubblico, e solo per il 5 per cento da donazioni private.

L’assedio fiscale italiano è tale che è stato calcolato che se la più grande fondazione del mondo, la Rockefeller Foundation, si trasferisse col suo patrimonio azionario e di obbligazioni in Italia, si troverebbe a pagare imposte per 57 milioni di dollari, una cifra pari al 53 per cento di tutte le sue erogazioni a scopo sociale, ovvero pari alla somma dei fondi che annualmente devolve alla ricerca in agricoltura, arte, scienze umanistiche e medicina.

La morale della storia è facile da trarre: lo Stato italiano non vuole in alcun modo cedere pezzi di Welfare State alla società civile e alla sua capacità di provvedere a se stessa, perché questo significa diminuire il potere di chi controlla i centri nevralgici dello Stato. Perciò ha prodotto provvedimenti che non permettono al Non profit di crescere, anche a costo di dover rinunciare al contributo di risposta ai bisogni sociali che il Terzo Settore rappresenta. Ma questo è un gioco al massacro che fatalmente alla fine si rivolterà contro gli statalisti.

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