L’Isis vende petrolio ad amici e nemici (ribelli compresi)

Il Financial Times ricostruisce la macchina da soldi jihadista, che opera alla luce del sole e sotto gli occhi degli aerei americani. I guadagni? 1,5 milioni di dollari al giorno

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Nell’est della Siria, davanti al campo petrolifero di Al-Omar, ogni giorno i tir si incolonnano formando una coda lunga fino a sei chilometri. Sono disposti ad aspettare anche un mese pur di comprare greggio a basso prezzo. Dallo Stato islamico.

1,53 MILIONI DI DOLLARI. Il Financial Times ha condotto un’indagine sul business del petrolio che frutta ai jihadisti ben 1,53 milioni di dollari al giorno. L’Isis, infatti, è in grado di produrre circa 34-40 mila barili di petrolio al giorno, che vengono venduti a un costo che varia dai 20 ai 45 dollari l’uno, a seconda della qualità.

RAID AEREI. Tutto viene fatto alla luce del sole e lungo la strada che conduce al campo petrolifero di Al-Omar sono spuntate perfino bancarelle che vendono felafel e the ai guidatori. L’Isis dispone di almeno altri otto impianti simili (vedi nella mappa sottostante) e gli Stati Uniti li conoscono bene: dopo averli sorvolati per mesi, dispongono di tutte le coordinate. Eppure su 10.600 bombardamenti aerei, solo 196 hanno colpito le infrastrutture petrolifere che permettono ai jihadisti di sopravvivere, armarsi fino ai denti e pagare uno stipendio ai combattenti.

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GLI ACQUIRENTI. Ma chi sono i compratori dello Stato islamico? Gli intermediari (che poi rivendono al doppio del prezzo d’acquisto) sono tanti e provengono soprattutto da Iraq e Siria. C’è chi vende il greggio alle raffinerie in Iraq e in Siria, chi lo smercia subito ai gruppi ribelli che combattono lo Stato islamico, chi lo trasporta in Turchia su camion o a dorso di mulo e chi, infine, cerca di venderlo direttamente nei mercati delle città.

ESTRAZIONE, STOCCAGGIO, ESPORTAZIONE. Quella dei jihadisti è una strategia studiata fin nei minimi dettagli. Secondo alcuni residenti, quando i miliziani hanno conquistato i campi petroliferi iracheni di Ajil e Allas, hanno cominciato la produzione il giorno stesso. «Erano pronti, avevano persone che si occupavano del lato finanziario, tecnici in grado di gestire il processo di estrazione e stoccaggio», spiega al Ft uno sceicco locale della città di Hawija, vicino a Kirkuk. «Hanno portato da Mosul e Kirkuk centinaia di camion e hanno cominciato subito ad esportarlo». Ogni giorno, arrivavano e partivano circa 150 camion, per un valore di 10 mila dollari di petrolio al giorno. L’Isis ha tenuto quelle infrastrutture per soli 10 mesi, ma è riuscito in questo periodo a guadagnare circa 450 milioni di dollari.

RIFORNIRE I PROPRI NEMICI. Assicurandosi i principali centri di estrazione petrolifera in Siria, lo Stato islamico ha dato vita, oltre a un business enorme, anche a un grande paradosso. I jihadisti, infatti, riforniscono di diesel e carburante non solo le città che conquistano, ma anche le cosiddette fazioni ribelli “moderate” e quelle legate ad Al-Qaeda, Arabia Saudita e Turchia che combattono nel nord della Siria sia contro l’esercito di Assad sia contro l’Isis stesso. «È una situazione che fa ridere e piangere allo stesso tempo», fa il punto della situazione un comandante dei ribelli che combatte nella zona di Aleppo. «Non abbiamo scelta. Chi altro ci potrebbe fornire il carburante?».

ISIS CONTROLLA I RIBELLI. Questi approvvigionamenti se da un lato sono fondamentali per le milizie, dall’altro le indeboliscono: «In ogni momento, potrebbero smettere di vendere il gasolio. E l’Isis sa benissimo che allora i ribelli sarebbero finiti», spiega un intermediario incaricato dalle milizie di Aleppo di comprare petrolio dallo Stato islamico ogni settimana.

INGEGNERI CERCASI. Il petrolio è così importante che gli islamisti sono disposti a pagare bene per accaparrarsi tecnici ed ingegneri competenti. Un siriano di Deir Ezzor, che oggi combatte con i ribelli, racconta di essere stato contattato: «Mi hanno offerto qualsiasi tipo di posizione lavorativa. Mi hanno anche detto: “Decidi tu il tuo salario”. Ma poi non mi sono fidato». Gli esperti vengono anche dall’estero. Secondo una fonte di Mosul, il nuovo capo della raffineria di Qayyara in Iraq, ad esempio, è un ingegnere egiziano che ha sempre lavorato in Svezia.

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COME AL SUPERMERCATO. Comprare petrolio dall’Isis potrà sembrare poco etico, ma quando si tratta di affari nessuno va tanto per il sottile. I jihadisti poi hanno perfezionato la loro tecnica: se prima, ad esempio, costringevano gli intermediari che si recavano ad al-Omar ad aspettare fino ad un mese sul proprio tir in attesa di ricevere il greggio, ora all’arrivo li registrano in un database e consegnano un numero, come al supermercato, con sopra scritta la data in cui tornare. Il tir può essere lasciato in coda con le chiavi nel quadro, mentre alcuni addetti si occupano di gestire la fila.

«LA VERA CARTA VINCENTE». Alla fine, è grazie all’Isis se in molte città siriane le ordinarie attività possono continuare nonostante la guerra: «Tutti hanno bisogno del gasolio: per l’acqua, per l’irrigazione e la coltivazione dei campi, per gli ospedali, per gli uffici. Se il diesel finisce, qui finisce la vita», ammette realisticamente un imprenditore che lavora vicino ad Aleppo. «L’Isis sa che il petrolio è la vera carta vincente».

Mappe e infografiche Financial Times

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