Iraq. Ignorati da tutti, i cristiani perseguitati insistono: «Isis peggio del nazismo. Serve un intervento armato»

Nel suo ultimo libro, il patriarca dei caldei, Louis Sako, ha scritto: «In queste circostanze, fare la guerra è legittimo, lo stesso papa Francesco l’ha ricordato»

«Lo Stato islamico è peggio del nazismo. Noi dobbiamo resistere, non possiamo cedere, non possiamo fuggire, altrimenti diamo loro ragione. La guerra contro l’Isis è una terza guerra mondiale». Le parole dell’arcivescovo cattolico caldeo di Kirkuk, monsignor Yousif Mirkis, intervistato da BFMTV, hanno fatto scalpore in Francia. Ma non è la prima volta che un alto prelato cattolico denuncia con parole forti la gravità dell’occupazione dell’Iraq da parte dei terroristi islamici e chiede che vengano cacciati con la forza, per restituire ai cristiani le loro terre.

«FARE LA GUERRA È LEGITTIMO». Se l’incredibile testimonianza di fede dei cristiani perseguitati è un dono per tutta la Chiesa e il mondo, non ci si può dimenticare che per permettere la loro permanenza in Iraq è necessaria, oltre a un’assistenza e a una vicinanza umanitaria e spirituale, un’azione militare. Nel suo ultimo libro, appena uscito, il patriarca dei caldei, Mar Louis I Raphael Sako, ha scritto: «La comunità internazionale deve intervenire per proteggere le minoranze, per liberare i loro villaggi e permettere agli sfollati di tornare a casa loro. I raid aerei (…) non bastano. Se si vuole veramente sradicare questa organizzazione di fanatici, è necessario avere una forza via terra. In queste circostanze, fare la guerra è legittimo, lo stesso papa Francesco l’ha ricordato. È legittima difesa».

«NON È RIMASTO MOLTO TEMPO». Prima di lui, Bashar Warda, arcivescovo di Erbil, capoluogo del Kurdistan dove sono rifugiati migliaia e migliaia di cristiani cacciati dalle loro case, aveva dichiarato nel febbraio 2015: «Non è rimasto molto tempo per i cristiani nella regione. Gli attacchi aerei non sono sufficienti. Da cattolico, mi trovo in difficoltà a dire questa cosa ma voglio un’azione militare, non c’è altro modo ormai. Vi prego di concentrarvi sulla necessità di un’azione militare. Quello che stiamo vedendo ha conseguenze peggiori per il mondo di quanto avvenuto in Afghanistan. Sempre più giovani vanno a combattere con l’Isis. C’è bisogno di un intervento militare per cacciarli via dai villaggi».

«INTERVENIRE È UN OBBLIGO». In precedenza, nel settembre del 2014, l’arcivescovo Silvano Maria Tomasi, osservatore permanente della Santa Sede all’Onu di Ginevra, aveva ricordato che «è urgente intervenire, prima che sia troppo tardi. Quando i diritti fondamentali di una parte sono violati e le istituzioni locali non possono più proteggerla, allora scatta l’obbligo per la comunità internazionale di fare tutto ciò che può. Quando si usa la forza per bloccare o prevenire un genocidio o un disastro annunciato, non è che si dichiari guerra: si difende semplicemente il diritto fondamentale alla vita che ha ogni persona. Il cosiddetto Stato islamico si è messo contro la famiglia umana, non contro questo o quel gruppo. Non si tratta di diritti religiosi ma di diritti umani fondamentali. Siamo tutti figli di Dio e la Chiesa ricorda che la famiglia umana ha una responsabilità. I mezzi operativi li deciderà la comunità internazionale attraverso le strutture che si è data, le Nazioni Unite, il Consiglio di sicurezza…».

AIUTI UMANITARI E MILITARI. Già a pochi mesi dalla conquista di Mosul da parte dell’Isis, l’allora arcivescovo della città, Amel Nona, affermava nell’agosto 2014: «È innanzitutto necessario assicurare l’aiuto umanitario, perché da soli non riusciamo ad assistere così tante famiglie». Ma occorre anche difendere militarmente il Kurdistan, «perché fino a quando Isis sarà presente, noi saremo costantemente minacciati».

«COME RICORDATO DAL PAPA». Ma l’Occidente sembra essere sordo a questo richiamo. Come affermato anche dall’arcivescovo di Milano, il cardinale Angelo Scola, in visita di recente in Libano e Iraq: «Finora ho parlato di quello che le nostre comunità europee possono ricevere, e già ricevono, dall’eroica testimonianza di tanti fratelli in Medio Oriente e nelle altre regioni di persecuzione. Un tale dono suscita spontaneamente il desiderio di rispondere da parte nostra, facendo quanto è possibile per alleviare la sofferenza. (…) È fondamentale il compito di sensibilizzazione delle coscienze per arrestare il male, anche secondo il principio ricordato dal Papa per cui “fermare l’aggressore ingiusto è un diritto dell’umanità, ma è anche un diritto dell’aggressore, di essere fermato per non fare del male”».

Foto Ansa