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Io vorrei il diritto di essere armato

aprile 3, 2017 Giuliano Ferrara

Le armi non possono essere educate, possono solo essere usate male o bene, con un criterio che appartiene alla coscienza personale e alla lucidità nella valutazione di una minaccia

Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – Che cos’è un’arma? Niente. Lo spazio domestico è pieno di armi: i coltelli, il mattarello, oggetti contundenti di ogni genere. Un’arma da fuoco è più precisa, fulminea, può essere tecnicamente letale al massimo grado per chi la impugna o per chi ne è bersaglio. Infine, è uno strumento di deterrenza. Dissuade chi voglia sfidarla, sebbene presupporne la presenza possa indurre alla contro-deterrenza, cioè all’infrazione armata nello spazio domestico. L’ideale sarebbe l’equilibrio nucleare nella società civile armata. Tutti sono armati, ma per evitare la mutua distruzione, nessuno usa le armi. Tabù. L’amico e il nemico adottano altri strumenti per fregarsi reciprocamente. L’astuzia, la truffa, la circonvenzione, la sottigliezza invasiva, la rapidità d’esecuzione, ma sempre senza ricorrere a strumenti di offesa difesa e morte che minacciano tutti alla stessa stregua. Ma veniamo al sodo.

Io vorrei il diritto di essere armato. Se qualcuno minaccia quel che è mio e chi amo, vorrei potergli significare con un’arma da fuoco, dalla minaccia all’eventuale esecuzione implacabile, spietata, che sta commettendo un errore imperdonabile e che non sarà perdonato. Mi sembra un potere naturale e un diritto civile e sociale di ogni individuo adulto, sano di mente e abile nel corpo. Non è giustizia privata, è giustizia senza aggettivi. Non è lotta per la sopravvivenza, mors tua vita mea, è semplicemente società, legge, eguagliamento delle possibilità, dunque eguaglianza. Non è un valore, è un fatto. Non è un fatto di sinistra o di destra, è un fatto e basta. Se una donna uccide con un’arma il suo assalitore e stupratore, la sinistra applaude. Se un tabaccaio o peggio un gioielliere anche minore, di periferia, uccide con un’arma il suo rapinatore, la sinistra fischia e la destra applaude.

Credo che le statistiche mi vadano contro. I contabili intelligentoni dicono che il pericolo si accresce, non diminuisce, a partire dalla mera possibilità di un’autodifesa armata. Io mi informo, leggo le statistiche, osservo quello che succede, so che la legittima difesa si accoppia agli eccessi di legittima difesa, categoria giuridica complicata da definire in un giusto processo ex post, difficile da serrare nell’animo in una situazione malaugurata in cui scattino le necessità di difesa contro un attacco.

Per anni quelli della mia generazione, borghese e di sinistra, hanno chiamato un famosissimo bar romano il cui gestore aveva freddato alla schiena un ragazzino che gli aveva scippato a bottega un transistor, l’Assassino. Andiamo a prendere un caffè dell’Assassino? Ci sentivamo buoni e coscienti della civiltà e della compassione dei comportamenti. Rinunciavamo al caffè e a un ottimo gelato. Andavamo dalla concorrenza. Che bravi che eravamo. Ovviamente il gestore non avrebbe dovuto uscire dal bar, inseguire il pischello e sparare, date le circostanze, la levità del furto, l’età del ladro, la sua fuga disperata in una viuzza del centro. Non perché un transistor, anche allora, era un bene fungibile facilmente e non valeva una giovane vita, o non solo per questo. Per un’altra ragione. Un’arma è niente, ma l’animo, la ragionevolezza, la solidità di carattere e di cuore sono tutto in un essere umano, o quasi tutto. Sono come la paura, ci sono, sono lì, contano, decidono di chi tu sia, e devono controbilanciarla, la paura. Le armi non possono essere educate, possono solo essere usate male o bene, con un criterio che appartiene alla coscienza personale e alla lucidità nella valutazione di una minaccia. Uomini e donne, quelli sì che possono essere educati, e l’educazione, il carattere forgiato non dai valori astratti ma dalla concretezza assillante del criterio di distinzione del vero dal falso, del bene dal male, ecco che un programma di società giusta è fatto di questa unica autentica sostanza.

Se non ora quando?
Il transistor transeat, ma se in una scuola del suburbio americano o francese (è successo di recente) arriva un pazzo armato di una semiautomatica, c’è da augurarsi che preside e insegnanti siano in grado di freddarlo per proteggere i loro cuccioli. O no? Se il rabbino di Tolosa avesse ucciso Mohamed Merah salvando le vite di tre bambini ebrei, chi non avrebbe affermato con il saggio Hillel che «se non sono io per me, chi sarà per me? E se non ora quando?».

C’è poi un problema importante di libertà. La proprietà libera si giustifica, anche per la dottrina sociale della Chiesa, con la semplice circostanza che, se non sia così, tutto è dello Stato. Niente più cittadini, solo sudditi di un Leviatano, un mostro al di là di ogni possibile Costituzione o contratto sociale. Per analogia, dice la carta fondamentale degli Stati Uniti d’America, lo Stato, o meglio il governo federale, ha il monopolio della forza legale, ma non può pretendere un monopolio assoluto, oltre il diritto di resistenza anche solo potenziale, della forza materiale. Ecco, ci sono molte ragioni per le quali io vorrei essere legalmente armato, difendo una donna che respinge un attacco esattamente come un gioielliere che respinge un rapinatore col fuoco o una vecchia sotto minaccia in casa sua. Una delle ragioni non è privata ma pubblica, e si chiama libertà.

Foto Ansa

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