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Insanità statale, travagli post-elettorali e ancora sul caso Alpi

luglio 21, 1999 Tempi

La settimana

Sanità mangia-bambini Il caso dei neonati colpiti da infezione intestinale (enterite necrotizzante) al Policlinico Umberto I di Roma, in settimana ha scatenato durissime polemiche. Alle quale il ministro della Sanità Rosy Bindi ha risposto con una lettera pubblicata mercoledì 7 luglio sul Corriere della Sera, sottolineando come in tutta questa storia la sua riforma non c’entri nulla e, anzi, rivendicando il ruolo terapeutico che potrà avere in futuro. “Il ministro della Sanità – scrive la Bindi – non può influire sulle scelte quotidiane del Policlinico, né sugli accordi tra Regione e università, così come non è il ministero della Sanità ad amministrare gli ospedali e le università sanitarie locali, gestiti invece dai direttori generali nominati dalle Regioni. (…) Purtroppo, la riforma non è ancora in vigore e forse, proprio per questo, succede che nel Policlinico più grande d’Italia 11 (poi saliti a 14, ndr) neonati si ammalano per un’infezione intestinale e neppure al ministro della Sanità i responsabili sanno dire di chi è la responsabilità”.

Qualche mese fa, per alcune firme apposte sui rimborsi regionali, 5 medici del San Raffaele di Milano finirono agli arresti, indicati come i soliti truffatori della clinica privata che rubano i soldi alla patria; in questo caso, in cui si scopre che i neonati nascono in condizioni igieniche disperate al punto da contrarre infezioni gravissime, che i locali dell’ospedale sono invasi a volte da gatti, a volte da topi, assistiamo a un elegante esercizio di prudenza, certo doveroso – perché tutti devono essere garantiti finché non si accertano le responsabilità – ma sconosciuto in tutti i casi in cui sia coinvolta una struttura privata (ricordate le camere iperbariche del Galeazzi?). Per non parlare del cinismo della ministra che non perde occasione per regolare i conti personali: 14 neonati rischiano la vita? L’importante è che la responsabilità ricada sul suo nemico personale Ortensio Zecchino, il ministro dell’Università che ha osato criticare la sua riforma… Ma il punto che ci sembra fondamentale è questo: la ministra non ha pudori ad ammettere che nessuno è in grado di sapere che cosa avvenga e perché nel più grande policlinico italiano. Eppure, realizzando la sua miracolosa riforma, di cosa si è innanzitutto preoccupata? Di regolamentare la vita dei medici, normare la loro professione, controllare che i cittadini non sbaglino e si facciano curare per legge dove vuole lei: non funzionerà nulla, ma tutto resterà sotto il suo vigile controllo. Che in una condizione di sfascio simile, si intenda introdurre un sistema ulteriormente ingessato neutralizzando anche quei pochi anticorpi naturali legati all’iniziativa e alla passione personale di chi lavora e, soprattutto, cancellando finanche l’ultima scappatoia a disposizione dei cittadini, ovvero la libertà di scegliere da chi farsi o non farsi curare, risulta francamente agghiacciante.

Governo: chi rompe perde (le elezioni) Quella passata è stata la settimana dei vertici di maggioranza per ricostituire, dopo la sconfitta elettorale, una linea comune tra i partiti di governo su temi fondamentali quali la politica economica, pensionistica, del lavoro, scolastica, delle riforme…

Dagli incontri è apparsa subito evidente la difficoltà di conciliare le posizioni di dodici partiti, spesso distantissimi tra loro e, per di più, caratterizzati da una formidabile aggressività dovuta alla consapevolezza di essere tutti indispensabili alle sorti del governo. Perciò abbiamo assistito a dichiarazioni surreali su Ulivi (1 e 2), “centro-trattino-sinistra”, simboli e foglioline, cespugli, asini, “volpi che non è bene invitare in un ambiente di polli”, programmi, primarie, squadra, dialogo… Poi però ci ha pensato il popolare Franceschini ha tracciare la linea dei partiti di governo: “Ora chi rompe si suicida perché perde le elezioni. Dunque non romperà nessuno”. Più chiaro di così…

Il futuro del sindacato (e soprattutto il nostro) Continua il dibattito sulla riforma delle pensioni. Martedì scorso è intervenuto anche il Fondo monetario internazionale osservando che “l’opposizione dei sindacati alla riforma delle pensioni rischia di creare problemi all’Italia”. Dure le reazioni da parte del sindacato.

Se addirittura il ministro delle Finanze Vincenzo Visco ammette che “in Italia si pagano troppe tasse anche per colpa di qualche nonno che riceve più di quanto versato” vuol dire che non c’è più molto spazio per giochi delle parti e difese corporativistiche. E fa piacere che perfino il segretario generale della Cgil Piemonte, Pietro Marcenaro, in un’intervista al Corriere della Sera (mercoledì 7 luglio) mandi a dire a Cofferati che è il momento di valutare se quella delle pensione “è solo una sfida che viene da D’Alema o se non venga piuttosto da una parte importante della società”, e che non si possono ignorare le trasformazioni della società per cui “il sindacato incontra una crescente difficoltà nel rappresentare i giovani”. Se anche nella Cgil c’è qualcuno che si rende conto che da questa sfida dipende, non solo il futuro del nostro paese, ma infine quello delle istituzioni politiche e sindacali, allora possiamo ancora sperare che qualcuno si preoccupi di correre ai ripari…

Se l’Umberto gioca a sinistra Anche la Lega fa i conti con la sconfitta elettorale e dopo le espulsioni di Bampo, Gnutti e Ceccato, settimana scorsa, Domenico Comino è stato esautorato delle cariche di segretario piemontese della Lega e capogruppo alla Camera. Gli vengono infatti imputati gli apparentamenti con il Polo in Piemonte che hanno fatto perdere alle sinistre cinque delle otto province precedentemente governate. La linea vincente nel Carroccio, al momento, è però quella sostenuta dal segretario lombardo Calderoli che vuole che i lumbard non si schierino né con un polo, né con l’altro, “per non perdere la propria identità”.

Cioè esattamente la linea punita dagli elettori per la sua sterile furbizia (tanto utile però a Bossi&C.). Non si capisce, però, perché a essere espulsi siano sempre gli esponenti che dialogano con il centrodestra (come Gnutti e Comino): in fondo anche a Milano e Bergamo nelle recenti elezioni la Lega si è alleata con un polo, quello di sinistra. E ha perso. Evidentemente sono ormai molti, anche tra i leghisti, coloro che nutrono il sospetto che, in fondo in fondo, l’Umberto gioca sempre a sinistra e, più che altro, per mantenere un proprio posticino in squadra.

Processo Alpi: verso la sentenza (e forse la verità) Venerdì 16 luglio Franco Ionta, pm del processo per l’omicidio di Ilaria Alpi, ha chiesto la condanna all’ergastolo per il giovane somalo Hashi Omar Hassan, unico imputato per l’assassinio della giornalista Rai e del suo operatore Miran Hrovatin avvenuto il 20 marzo 1994. Secondo Ionta le 38 udienze e i sei mesi di processo, pur lasciando nel mistero il movente, avrebbero dimostrato la fondatezza delle accuse. A sorpresa, inoltre, il legale della famiglia Alpi non ha concluso la sua arringa “per lasciare una strada aperta alla speranza – ha detto – e a un’ulteriore verità”. Il padre di Ilaria, Giorgio Alpi, ha dichiarato che “questo non è il nostro processo, non ci sono ancora i mandanti. Non cerchiamo vendette, ma la verità, quella che non sembra incuriosire nessuno, anche i giornali e gli stessi colleghi di mia figlia”. La sentenza è prevista per il 20 luglio.

Le dichiarazioni della famiglia Alpi e del suo legale farebbero pensare che molte delle certezze che li hanno sostenuti in questi anni stiano crollando insieme all’immaginifico disegno del complotto inteso a coprire, con l’omicidio della Alpi, un misterioso traffico di armi. L‘abbandono di una pista, dettata più che da prove e fatti da pregiudizi ideologici e di parte, sarebbe, secondo l’opinione dei più, un primo passo verso la verità. Alla quale anche Tempi, nel suo piccolo, ha portato il suo contributo.

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