India. Aumentano i villaggi che «vietano le attività religiose» diverse dall’induismo

In due mesi almeno 37 villaggi hanno votato norme che discriminano le minoranze come quella cristiana, «violando la laicità dello Stato»

Continuano ad aumentare i villaggi dello Stato indiano di Chhattisgarh che vietano ogni culto diverso dall’induismo. Lo scorso 6 luglio, come riporta AsiaNews, il consiglio locale del villaggio di Belar, distretto di Bastar, ha «vietato le attività religiose» che non appartengono alla tradizione.

VIETATO L’ACCESSO AI CRISTIANI. Le minoranze, come quella cristiana, sono costantemente perseguitate o discriminate in India dai nazionalisti e estremisti indù. Il 26 giugno, i consigli di oltre 35 villaggi sempre nel distretto di Bastar hanno vietato l’ingresso alle persone non indù, per impedire che «danneggino» la cultura e la religione della comunità.
Lo scorso 10 maggio, invece, il consiglio del villaggio di Sirisguda, distretto di Sukma, ha messo al bando i missionari non indù per «fermare le conversioni forzate da parte di attivisti stranieri». Le conversioni chiamate “forzate” sono in realtà volontarie ma non vengono tollerate dagli estremisti indù.

LEGGE ANTICONVERSIONE. Secondo Sajan George, presidente di Global Council of Indian Christians (Gcic), si tratta di una inaccettabile «violazione della laicità dello Stato». L’attivista cristiano ha lanciato un appello perché siano cancellate tutte «le norme discriminatorie» dello Stato di Chhattisgarh. L’attivista si riferisce alla “legge anticonversione”, approvata nel 2006, che richiede a chi vuole cambiare religione di informare con un mese di anticipo il magistrato distrettuale, a cui spetta la facoltà di conferire o meno il permesso di convertirsi.