Il “rivoluzionario” piano di Renzi per il lavoro? Tiraboschi: «Non funziona. È il solito testo unico scritto dai tecnici»

Per il giuslavorista Michele Tiraboschi, in un mese il neosegretario del Pd non può che preparare un documento «a tavolino» che strizza l’occhio a Cgil e Fiom

La ricetta del nuovo segretario del Pd Matteo Renzi sul lavoro è vecchia come le idee della sinistra. Il «gigantesco» “job act” che dovrebbe rivoluzionare il mercato e i contratti, infatti, altro non è che «l’ennesimo testo unico redatto a tavolino da qualche tecnico, senza consultare prima le parti sociali». Una storia già vista più volte, ma che soprattutto «non funziona». Così, almeno, la descrive il giuslavorista Michele Tiraboschi, allievo di Marco Biagi e direttore del centro studi internazionali e comparati, presso l’Università di Modena e Reggio Emilia, intitolato al suo maestro, nonché coordinatore del comitato scientifico di Adapt.

Tiraboschi, cosa propone Renzi sul lavoro?
La proposta di Renzi è quella di azzerare le norme esistenti per fare un nuovo testo unico composto da 60-70 articoli al massimo, ma francamente la trovo impraticabile. Non fosse altro perché moltissime delle leggi sul lavoro sono emanazione diretta di normative europee, vincolanti e inderogabili. Azzerarle è praticamente impossibile. E anche solo sfoltirle in modo sostanziale è impraticabile.

Lui dice che entro un mese il suo partito presenterà un «gigantesco piano per il lavoro». Bisogna credergli?
L’unica cosa che può fare Renzi in un mese al massimo è predisporre l’ennesimo progetto a tavolino affidandolo a qualche tecnico, ma senza consultare prima le parti sociali. E la storia ci insegna che questo è un metodo che non funziona.

Perché?
Perché tutti i progetti di testi unici redatti a tavolino senza consultare prima le parti sociali, lavoratori e imprenditori, finora, non hanno mai funzionato. Il mercato del lavoro italiano, infatti, è assai complesso e variegato e non è nemmeno lontanamente immaginabile un testo unico che possa soddisfare, al tempo stesso, le esigenze diversissime dell’agricoltura, della manifattura tradizionale, dell’industria, dei servizi e della nuova generazione di forme di lavoro autonomo legate alla tecnologia.

Renzi, quindi, dovrebbe rivolgersi prima alle parti sociali?
Esattamente. E dovrebbe farlo proprio ora che non c’è ancora nessun testo pronto. Ma vedo che il neosegretario del Pd si sta avvicinando sempre più alle richieste della Cgil e di Landini e questo rischia di complicare ulteriormente tutto.

Renzi sembrava volersi allontanare dalla Cgil.
Chiunque voglia prendere in esame le posizioni di Renzi sul lavoro può farlo andandosi a rileggere la proposta di legge che la sua responsabile per il  lavoro Marianna Madia, fresca di nomina, ha scritto nel 2009 con l’ex ministro del lavoro nonché già sindacalista della Cgil Cesare Damiano, dove si parla di salario minimo nazionale e contratto unico di inserimento. A me sembrano idee molto più in sintonia con la Cgil che non con altri. Detto questo, nulla preclude che anche Renzi possa trovarsi di fronte a un nuovo anno zero da cui vuole ripartire.

Da dove si può ripartire?
La semplificazione non è solamente un problema di quantità delle regole, ma vuol dire che ci devono essere regole chiare e accettate dalle parti, e soprattutto praticabili e realiste. È la burocrazia, piuttosto, che deve fare un passo indietro e liberare le imprese dalle gabbie che troppo spesso si sono volute calare dall’alto sul mercato del lavoro.

Per esempio?
Si parla tanto di creare nuovi posti di lavoro per i più giovani, ma senza accorgersi che uno strumento per favorirlo c’è già. È l’apprendistato, che va potenziato. Perché cancellarlo quando basterebbe valorizzarne l’aspetto formativo lungo tutto il triennio della sua durata? Se al termine del contratto un giovane, poi, non è assunto, l’importante è che possa uscire da un’esperienza avendo imparato un mestiere. Il lavoro autonomo, inoltre, che con le più recenti conquiste tecnologiche offre potenzialità immense, non va abbandonato aprioristicamente, ma salvaguardato con tutte le tutele tipiche delle altre più tradizionali forme contrattuali.