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Il Duomo ama i milanesi, ma i milanesi amano il Duomo?

dicembre 15, 1999 Frangi & Stolfi

Senza ombrello sotto il temporale

Mettere le chiese, come abbiamo fatto qualche numero fa, in classifica appassiona e fa discutere. Un gentile lettore, Massimo Giuliani, ci scrive per dare la sua adesione, suggerendo solo il ribaltamento tra le prime due (1. San Lorenzo al Verano; 2. Santa Sabina; ambedue a Roma). Poi aggiunge due chiese orientali (San Giovanni Bogosolov, in Macedonia; Chiesa e monastero di Studenica, in Serbia), che noi non avevamo inserito, essendo la classifica stilata sulla base di cose viste e toccate con mano. Ma un’ammenda dobbiamo comunque farla e riguarda il Duomo di Milano. L’occasione del pentimento è stata fornita da una bella mostra ospitata dalla Galleria Monica de Cardenas con alcune gigantesche fotografie di un quotatissimo artista tedesco, Thomas Struth. Struth, su commissione della Provincia di Milano, ha realizzato due foto al nostro Duomo. La prima è una vista rigidamente frontale: obiettivo puntato a tu per tu con la facciata, campo apertissimo che abbraccia tutta la larghezza, taglio in alto a metà, proprio sopra la targa che segnala la dedica della cattedrale milanese: “Mariae Nascenti”. La seconda è una veduta interna durante un cerimonia. Cavalletto defilato tra gli archi che delimitano la navata centrale a sinistra, luce fioca, ma un senso d’immensità dato dai bagliori dei riflettori che piovono dall’alto delle campate. Raramente ci era capitato di capire la bellezza del Duomo, come da questi due fotogrammi (che, per intenderci, sono in formato gigantesco: 2 metri per 2,50 di base). La prima in particolare dà la percezione della dimensione unica di questa chiesa: la larghezza. Probabilmente non esiste chiesa gotica che sia più larga che alta, invece la facciata del Duomo riesce in quest’impresa: 56 metri di altezza, contro ben 67,90 di larghezza. Nella foto non c’è nessun margine ai lati, tutto è occupato dalla sfilata dei marmi e delle sculture. C’è un che di protettivo, di paterno in questo taglio: le persone sorprese sul sagrato assolato sembrano più tranquille perché alle spalle hanno questa immensa diga che le protegge da tutto. Il Duomo ha questa peculiarità eccezionale fa sentire tutta la città, che lo ospita, a casa sua, fa sentire amica quella zona di terra. Se ne avete dubbi provate a guardarlo arrivando da piazza Augusto lungo via Larga. All’altezza di piazza Fontana, si apre uno squarcio tra i palazzi e compare questa foresta di guglie, che vorrebbero ricamare il cielo ma in realtà lo annebbiano con il loro respiro, che dovrebbero essere di pietra e che invece hanno sempre sfumature rosa di carne; che dovrebbero svettare in alto e invece sembrano volersi sempre chinare e unire alla città. Il Duomo non è bello, ha un che di goffo, di melodrammatico. Ma ha questa capacità unica di abbracciare tutto ciò che gli sta attorno, di cospargere calore su chi lo guarda o su chi si sente alla sua ombra. Una sola cosa è strana e deve farci pensare: che per riamarlo e capirlo abbiamo avuto bisogno dell’occhio di un artista venuto da lontano. Ma Milano sa ancora guardare e amare il suo Duomo?

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