Il caso del marchio motociclistico Husqvarna. Varese, Italia

A inizio anno Bmw Group vende lo stabilimento in provincia di Varese alla Ktm. Ma il nuovo proprietario vuole spostare la produzione in Austria, gettando nello sconforto 250 lavoratori

Sono giorni intensi a Cassinetta di Biandronno, comune in provincia di Varese. Più di duecento operai stanno aspettando di conoscere il loro destino che, nel giro di pochi mesi, sembra essere completamente sfuggito dalle loro mani. Sono per lo più giovani e lavorano tutti come dipendenti di Husqvarna, marchio specializzato nella produzione di motociclette.
La Bmw Group, proprietaria del marchio, nel mese di febbraio ha deciso di vendere lo stabilimento alla Pierer Industie Ag, di proprietà di Stefan Pierer, amministratore delegato dell’azienda austriaca Ktm, anch’essa specializzata in motociclette. Una cessione vissuta in maniera positiva dagli operai dello stabilimento varesino, fino a quando lo scorso aprile è arrivata la doccia fredda: Ktm ha annunciato la chiusura immediata dello stabilimento italiano e il trasferimento della produzione nella sua sede principale, a Mattighofen. Cassa integrazione straordinaria per 212 dipendenti, sui 242 totali, ammortizzatori sociali per un anno e tanti saluti.

SI VA IN AUSTRIA. Dopo l’annuncio, però, i sindacati sono insorti e la situazione ha abbandonato i confini territoriali per approdare al ministero dello Sviluppo Economico. Da una parte ci sono i sindacati dei lavoratori, dall’altra i rappresentati della Pierer Industrie Afg, con cui è cominciato un serrato tira e molla. Anche perché Stefan Pierer non ha alcuna intenzione di fare marcia indietro, come dichiara al quotidiano austriaco OÖNachrichten: «Nel nord Italia attualmente è in atto un fenomeno di deindustrializzazione, il Paese non è più competitivo, le aziende internazionali se ne vanno […] Il sito non può essere mantenuto. Il precedente proprietario ha buttato nel precedente esercizio 25 milioni di euro ma Husqvarna è un marchio di nicchia, vende 10.000 moto l’anno, ed è economicamente insostenibile. L’unica possibilità di sopravvivenza sta nella sinergia tra Husqvarna e KTM». Che tradotto vuol dire spostare la produzione in Austria: «Mattighofen è di gran lunga il luogo più adatto per produrre moto in Europa. Non c’è altro posto che sia così produttivo ed efficiente». Sul destino dei lavoratori italiani nemmeno una parola.

MARCIA INDIETRO. Dopo settimane di colloqui e grazie alla mediazione del ministero, il gruppo austriaco ha bloccato la procedura di cassa integrazione straordinaria e la chiusura dello stabilimento. L’accordo raggiunto dalle parti sociali prevede 13 settimane di cassa integrazione ordinaria e l’impegno, da parte di tutti i soggetti coinvolti, di cercare una soluzione per evitare il licenziamento di più di duecento dipendenti, che andrebbero a ingrossare le fila dei numerosi disoccupati in una provincia flagellata dalla crisi.

SHOPPING INTERNAZIONALE. Il caso di Husqvarna, che di certo non è isolato, mette in evidenza la totale assenza di una regolamentazione europea che possa impedire quello che Alessandro Alfieri, capogruppo del Partito Democratico nel consiglio di Regione Lombardia e varesino doc, definisce «shopping internazionale. Ci troviamo di fronte a una crisi aziendale scaturita da un’azione predatoria. Le grandi aziende internazionali sono disposte a tutto pur di togliere un marchio dalla circolazione. Per questo arrivano in Italia, fanno shopping e, invece di presentare un piano industriale, aprono le procedure per la cassa integrazione, vendono per monetizzare e il resto lo portano via». Tanto poi, come ha dichiarato lo stesso Pierer, in Italia c’è la cassa integrazione: «Ma la politica italiana deve lavorare perché ciò non accada più. Non ci si può limitare a mettere in campo tutte le azioni possibili dal punto di vista sindacale e politico per avviare le procedure di cassa integrazione, scaricando tutto sulla fiscalità e quindi sui contribuenti italiani. Per non parlare del pesante onere di ricollocare le persone che perdono lavoro in un territorio dove la crisi ha già colpito pesantemente». Come evitare che un caso come quello di Husqvarna si ripeta? «C’è bisogno di una nuova legge a livello europeo che eviti le delocalizzazioni forzate. Se un’azienda estera compra in un altro Stato membro deve impegnarsi a mantenere quell’investimento almeno per un certo periodo di tempo».

PROFESSIONALITA’. A preoccupare maggiormente Regione Lombardia sono i lavoratori, non sono solo quelli dello stabilimento di Cassinetta, ma anche quelli dell’indotto: «Come istituzione regionale – conclude Alfieri –  dobbiamo lavorare a stretto contatto con  le istituzioni locali sopratutto per ciò che riguarda le politiche attive del lavoro».
Dello stesso parere è anche il sindaco di Biandronno, Antonio Calabretta (Pdl): «C’è in gioco la professionalità di queste persone. Ktm non ha dimostrato alcun interesse per le 250 famiglie che si ritroveranno senza un lavoro». Solidarietà ai lavoratori è stata espressa anche dal presidente di Regione Lombardia, Roberto Maroni, che domenica ha fatto visita ai dipendenti Husqvarna in presidio davanti all’azienda in occasione della festa della Repubblica: «Il presidente si è attivato come non mai. Anche lui, come me e come i lavoratori, crede che ci sia qualcosa di poco chiaro in tutta questa vicenda e l’ha dimostrato con la sua presenza».

AGUSTA. Riuscire a ricollocare i 250 dipendenti non è impresa semplice. La speranza è che qualche imprenditore si faccia avanti. Nei giorni scorsi Giovanni Castiglioni, proprietario del marchio motociclistico MV Agusta e fino al 2007 anche di Husqvarna, in un’intervista rilasciata al quotidiano La Provincia di Varese si è detto interessato allo stabilimento: «Se ci fosse un pacchetto percorribile con tutte le condizioni sostenibili, economiche, finanziarie, sindacali e ministeriali, potrei essere interessato al sito di Cassinetta. Se mi chiedono se ho bisogno adesso di 200 dipendenti in più o di uno stabilimento la mia risposta è negativa, ma se c’è un piano industriale ampio, con il supporto dei vari enti, dello Stato e naturalmente con l’attuale proprietà, che deve fare la sua parte, potrei valutare di prendermi questo rischio».