I miei cinquant’anni di 25 aprile

Negli anni 70 scoprii che da conclamato leader “cattolico-sociale-antifascista”, ero di colpo diventato un “clerico fascista”. E oggi…

Bandiera italiana esposta a Palazzo Tursi a Genova per l'emergenza coronavirus

Quest’anno avrebbe dovuto essere la mia cinquantesima partecipazione alla fiaccolata del 25 aprile. In realtà io iniziato a presenziare alle celebrazioni della liberazione nel 1969 (quando avevo 16 anni, ero il più votato tra i leader studenteschi del mio liceo e della mia città e rappresentavo il Movimento giovanile della Democrazia cristiana), quindi sarebbero 51 gli anni, ma una volta sono stato assente causa malattia. Ebbene, credo che questo piccolo curriculum possa sia attestare la mia fede antifascista, quanto darmi un minimo diritto di raccontare come – a mia esperienza – è cambiato il Paese. 

Gli anni intorno al ’68 erano già abbastanza roventi, ma in quel di Calabria – esattamente a Catanzaro, mentre a Reggio infuriava il “boia chi molla” – nessuno avrebbe mai messo in dubbio la piena legittimità di un cattolico democratico di agire nell’agone politico sociale. Infatti, come accennavo, nel mio liceo nelle elezioni più significative e importanti (per esempio l’invio di una delegazione di tutti gli studenti calabresi a Roma a incontrare l’allora ministro all’istruzione Riccardo Misasi) che si svolgevano col voto plurimo, ovvero due o tre preferenze, la prima era quasi sempre per me all’unanimità, mentre le altre venivano equamente divise fra rappresentanti della sinistra o della destra. Di conseguenza nella stragrande maggioranza dei momenti politici “ufficiali”, venivo designato io a rappresentare il Movimento. Immaginabile il mio shock, quando, trasferitomi a Torino per l’università nel 1971, scoprii che da conclamato leader “cattolico-sociale-antifascista”, ero di colpo diventato un “clerico fascista”. In quegli anni, infatti, l’università – in particolare le facoltà umanistiche – erano diventate terreno di “caccia” al “non marxista rivoluzionario”, senza alcuna eccezione per i cattolici democratici e non violenti quale ero io. Che poi tra i “rivoluzionari” abbondassero i figli di papà, sponsorizzati e coccolati da professori con giacca in cashmere e Porsche (rigorosamente parcheggiate lontano dall’università) e che io fossi uno sfigatissimo studente lavoratore immigrato dalle “Calabrie”, non cambiava minimamente l’idea che il rappresentante del “potere” e del capitalismo fossi io e non loro.

Per fortuna, o forse meglio per Provvidenza, mentre in università ero pubblicamente schivato da molti (che poi, magari si scusavano in privato), incontrai i “pericolosissimi” giovani di Comunione e liberazione che, benché fossi terrone e democristiano, mi accolsero con semplice ma genuino affetto. Da questa amicizia nacque la mia candidatura a capolista del raggruppamento cattolico alle prime elezioni universitarie – post ’68 – nel febbraio del 1975 e a quelle comunali della Città di Torino nel giugno dello stesso anno (eletto in entrambi i casi con un risultato giudicato incredibile da organi di stampa e commentatori politici).

E delle celebrazioni del 25 aprile, cosa ne era stato? Ebbene, dal mio arrivo a Torino, nel ‘71/’72 avevo continuato a partecipare come singolo, mentre dal ’75 in poi iniziai ad andarvi come rappresentante ufficiale delle istituzioni o del partito. Intanto eravamo ormai nel pieno degli anni di piombo, ed è forse superfluo sottolineare quale fosse il contesto: un clima di odio e d’intolleranza nei nostri confronti, che si traduceva in quotidiani insulti e minacce, fino a non poche aggressioni fisiche (gli episodi a Torino e in Italia furono così numerosi che non è neanche il caso di ricordarne alcuno in particolare). Voglio citarne solo uno, non particolarmente grave, ma abbastanza emblematico della follia ideologica dominante. Nel corso di una delle annuali celebrazioni del 25 aprile, mentre mi accingevo a salire sul palco degli oratori, fui bloccato da una quarantina di esagitati – in questo caso non giovani ma almeno 40/45enni – che mi urlarono: «Tu su quel palco non puoi salire perché ti conosciamo, sei democristiano e sappiamo bene che sono 30 anni che rubi!». Indignato, ma senza scompormi, risposi loro: «È un evidente menzogna. È impossibile che io rubi da 30 anni, anche perché ne ho appena compiuti 22!». Quella volta andò bene, altre un po’ meno. Ora, non potendo ovviamente fare la cronaca “di 50 anni di 25 aprile”, proseguo un po’ a volo d’uccello evidenziando tre cose. 

La prima è che in qualsiasi ruolo mi trovassi, consigliere di maggioranza o di opposizione, assessore comunale o regionale, non mancai di salire sul palco degli oratori e, in qualunque condizione prendere la parola. 

La seconda è che il clima come il mare a Capo Horn, poteva essere più o meno tempestoso ma mai tranquillo. Se ai tempi della Dc ci accusavano di essere ladri e proteggere i “fascisti” (uno slogan era: «MSI fuorilegge. A morte la Dc che lo protegge»), in epoca “berlusconiana”, fui invece più volte invitato «a lasciare l’Italia perché vi rimanessero solo i puri e i giusti».

La terza è che, a fianco dei fatti succitati, devo riconoscere con piacere che la stragrande maggioranza dei dirigenti e dei quadri del Pci, del sindacato, dell’Anpi, dei movimenti giovanile di sinistra, hanno sempre considerato  gradita, benvenuta e significativa la mia presenza, tant’è che Sergio Chiamparino, prima sindaco di Torino, poi presidente della Regione Piemonte, soleva scherzosamente dire alla partenza del corteo: «Se c’è Leo possiamo partire, altrimenti no perché saremmo incompleti».

Nell’approcciarsi del 25 aprile 2020, il noto fondatore di Slow Food Carlin Petrini ha rilasciato a Repubblica una bellissima intervista, nella quale esalta la festa della Liberazione e la Costituzione, come figlie legittime delle grandi culture popolari e storiche del Paese: quella socialista e comunista, quella liberale, quella cattolico democratica/democristiana, quella moderata-conservatrice. 

A questo punto avrei voluto raccontare a me stesso che l’epoca delle barriere ideologiche, delle prevenzioni, della faziosità, dell’arroganza pseudo-intellettuale era finita. Avrei voluto, ma poi ho dovuto prendere atto della realtà! La cultura cattolica sempre più marginale, nonostante lo straordinario carisma di papa Francesco (acclamato dagli opinion maker solo su metà del suo messaggio, perché quando parla della difesa integrale della vita e della innaturalezza della teoria gender, viene semplicemente oscurato), il rispetto delle libertà e del pluralismo educativo – così come previsto dalla Costituzione – ancora oggi precarie e in bilico, così come dimostra il trattamento pesantemente discriminatorio nei confronti  della scuola paritaria, ad onta della legge Berlinguer del 2000, eccetera.

Infine, l’incredibile, volgare “fatwa” lanciata da Roberto Saviano contro i sedicenti cristiani. Se perfino gli apostoli avevano difficoltà a leggere, nel cuore e nella vita della gente quali fossero “i veri cristiani”, che potenza deve essere questo Signore per saperlo lui! Non vorrei dargli una delusione, ma non è neanche originale. Senza scomodare i leader dei regimi totalitari, mi permetto di fargli sapere che già ai tempi della violenza ideologica, nella società in genere, e in particolare nelle fabbriche, nelle scuole e nelle università, c’erano già degli integerrimi “comitati etici” di robusti e “spranga muniti” baldi giovani e di raffinati intellettuali – destinati a far rapida carriera in università – che in ogni occasione, per decidere se avevamo diritto di andare a votare, intervenire in assemblea o semplicemente volantinare, pretendevano di farci un esame di “vero cristianesimo”, ove il trucco per superarlo e non essere quindi considerati “sedicenti cristiani”, era affermare energicamente che Pol Pot era un grande modello da seguire, mentre mostri orrendi erano Andreotti, Moro, la Dc, il Vaticano e giù per li rami (un altro slogan dedicato ai “cattolici sedicenti” era: «Non son figli di Maria, ma son servi della Cia»). Mi fermo qui, sperando che quando – se Dio vorrà – mi ritroverò a partecipare alle celebrazioni del 25 aprile del 2021, queste stupidaggini – accogliendo l’appello di Carlin Petrini e di tante persone di buon senso come lui – non si debbano più leggere o sentire. Invece finalmente prevalgano il rispetto dell’altro, del diverso, delle varie identità, della libertà, delle realtà popolari e non populiste, del diritto di non aderire al pensiero unico dominante. Per intanto, visto che al momento le cose non stanno esattamente così, mi sento in dovere di ringraziare di cuore una rivista intelligente, coraggiosa e libera come Tempi, che ci dimostra come il cammino per una piena “liberazione” richieda ancora tanto impegno, coraggio e passione. Almeno da parte di tutte le persone consapevoli – come ci è stato insegnato in passato da grandi maestri – che “l’essere umano, o serve Dio o serve il potere”, la terza posizione è per i “tiepidi”.

Giampiero Leo
portavoce del coordinamento interconfessionale del Piemonte. Vice presidente del Comitato diritti umani della Regione Piemonte