Giuseppe Gulotta, assolto dopo 22 anni di carcere: «La mia storia sia di esempio per i magistrati»

Intervista all’uomo accusato di avere massacrato due carabinieri e giudicato innocente dopo 22 anni di carcere. E che ora racconta la sua storia in un libro

«Ho avuto giustizia dopo 36 anni, 20 trascorsi in carcere da innocente. Però adesso la verità su di me è emersa. Vorrei, sarebbe giusto, che le vittime di quella strage potessero avere anche loro verità e giustizia»: così conclude Giuseppe Gulotta con tempi.it la ricostruzione della sua vicenda. Un caso di malagiustizia durato sino al 2012, e adesso narrato nel libro Alkamar (ed. Chiarelettere) scritto dallo stesso Gulotta.

Cominciamo da una data, 27 gennaio 1976. Cosa ricorda di quel giorno?
È il momento in cui è iniziato tutto. Quella notte nella caserma dei carabinieri di Alcamo Marina (Tp) qualcuno massacrò due militari di turno, Carmine Apuzzo e Salvatore Falcetta, rubandone le armi. Anche io avevo 18 anni e vivevo ad Alcamo, ed ero un ragazzo semplice. Facevo il muratore e sinceramente sognavo anche di indossare la divisa, perché speravo mi prendesse la Guardia di Finanza. Quello che era successo ad Alcamo marina, io lo venni a sapere il giorno dopo dai giornali. Ma per me, forse stupidamente, fu solo una notizia qualsiasi, alla quale non avevo dato chissà quale peso.

Una seconda data importante nella sua vicenda è il 12 febbraio 1976.
È stato il giorno in cui mi prelevarono da casa. Erano le 22 e bussarono a casa mia dei carabinieri, mi chiesero di seguirli. Io non sapevo nemmeno il perché, strada facendo glielo chiedevo, ma loro non mi rispondevano. Mi portarono in caserma e ricordo che ero tranquillo quando mi dissero di aspettare in una stanza. Mi lasciarono lì per un po’. Attorno alla mezzanotte, d’improvviso, entrarono un folto gruppo di carabinieri, circa una decina. Mi legarono alla sedia mani e piedi con le manette, e mi iniziarono a massacrare di botte. Prima davano calci alla sedia, poi mi lasciarono penzoloni, continuando a darmi botte. Mi accusavano dell’uccisione dei due carabinieri. Io gridavo solo quello che sapevo, che non ero stato io e che non ne sapevo nulla. All’alba svenni. Loro mi svegliarono gettandomi dell’alcool in faccia. Dissi che avrei detto tutto quello che volevano. Loro mi dissero che o dicevo che avevo ucciso i carabinieri o mi avrebbero ammazzato. Credo che il verbale d’interrogatorio fosse già stato scritto, perché come risposta dovevo dire solo sì, e basta. “Gulotta è vero che lei ha ucciso i carabinieri?”, era tutto pre-impostato. Il pomeriggio del 13 febbraio, quando venni portato in carcere e interrogato dal magistrato, a lui dissi subito che la confessione mi era stata estorta con calci e botte. Ma già da quel momento tutti i giudici avevano smesso di credermi e ascoltavano solo i carabinieri. Ecco, così è iniziata la prima carcerazione preventiva, durata due anni, tre mesi e sei giorni al carcere San Giuliano di Trapani.

Lei era stato accusato per la prima volta da un diciannovenne di Alcamo, Giuseppe Vesco. Chi era?
Era un mio conoscente, lo avevo incontrato pochi mesi prima attraverso due miei amici, Vincenzo Ferrantelli e Gaetano Santangelo, e nell’estate del ’75 andavamo al mare o uscivamo la sera tutti insieme. Solo dopo il mio arresto venni a sapere, leggendo i verbali d’interrogatorio di Vesco, che nella sua Fiat 127 erano state trovate due pistole, tra cui una calibro 9 con matricola abrasa da un trapano come quella in dotazione ai militari, che erano state rubate. In casa sua era stato poi ritrovato un trapano, compatibile con quello usato sulla pistola. Poco dopo l’arresto anche lui aveva confessato, facendo i nomi mio, di Ferrantelli e Santangelo come quelli dei suoi complici. Vesco, nell’ottobre del 1977 venne trovato impiccato nella cella. Eravamo nello stesso carcere, ma non ci eravamo mai incontrati perché in sezioni diverse. Dal nostro arresto e fino al suicidio Vesco aveva ritrattato e sempre protestato la nostra innocenza. Anche lui avrebbe fatto i nostri nomi solo perché sotto tortura. I successivi 13 anni, fino al 1990, per me sono trascorsi in processi, tra primo grado, appello e Cassazione. E sempre si è creduto più alla versione dei carabinieri che non alla mia.

Nel 1990 lei ha varcato un carcere con una condanna definitiva per strage. Cosa ricorda?
Dopo la prima scarcerazione nel 1978, venni trasferito a Firenze, in libertà, e da lì nel 1990 entrai nel carcere di San Gimignano (Siena). Non potevo che accettare la sentenza e andare in carcere. A quel punto ricordo che mi cadde il mondo addosso. Sì, è vero che pensavo sempre di chiedere una revisione, ma di fatto non avevo più speranza. In carcere ho cercato di rimanere per conto mio, perché non mi vedevo in quelle vesti. L’ora d’aria la facevo raramente, perché preferivo stare per conto mio e non avere contatti con altri. Della mia storia ne parlavo anche, e alcuni mi credevano. Altri no, anzi in carcere succede che le guardie ti facciano quasi un “lavaggio del cervello”, nel presupposto che se stai lì, certamente un motivo c’è. “Ma sta zitto, certamente qualcosa tu l’avra’ fatta” mi dicevano ogni volta. Poi nel 2007 mi è capitato di seguire una trasmissione televisiva, Blu Notte.

Cosa successe?
La puntata era sulla strage di Alcamo, e in conclusione si diceva che gli autori erano stati tutti assolti. “Veramente io sono in carcere, invece” mi dissi. Così abbiamo contattato la rai e scoperto che in effetti c’era stata una persona che aveva scritto dicendo di voler raccontare la verità. Ci diedero una mail, ricordo che il nickname era Sedik74. Confermò di poter raccontare. Siamo venuti così a sapere che si trattava di un ex carabiniere (Renato Olino, che aveva condotto le indagini con il reparto Antiterrorismo di Napoli nel 1976, ndr) che non riusciva più a tacere e voleva raccontare la verità. È stato intercettato, poi interrogato dalla Procura di Trapani, e lì raccontò di come con la tortura i carabinieri avevano estorto le nostre confessioni. Grazie all’interrogatorio che ha reso ai magistrati è stata possibile la revisione.

Il suo ultimo processo si è concluso il 13 febbraio 2012, esattamente dopo 36 anni dal suo arresto, a Reggio Calabria, con l’assoluzione piena da ogni accusa. A chiedere il suo proscioglimento è stato lo stesso procuratore generale che rappresentava l’accusa.
Sì è vero. Quel giorno ricordo un’emozione fortissima. Solo la nascita di un bambino è paragonabile. Dopo di me, anche Vincenzo Ferrantelli e Gaetano Santangelo sono stati assolti con la revisione. Un quarto imputato, Giovanni Mandolà, è morto purtroppo intanto di cancro in carcere. Ieri mi è capitato di vedere una trasmissione che commemorava un’altra vittima di malagiustizia, Enzo Tortora. Ricordo che quando è morto ci stetti male, esclamai che non sarebbe dovuto morire, perché lottava con e per i detenuti. Io oggi ho avuto la fortuna di potere racontare la mia storia; lui meno: e il libro che ho scritto l’ho voluto proprio come una denuncia, per dire ai magistrati che indagano, che quando le forze dell’ordine portano loro le prove, stiano attenti a valutarle bene.

Cosa significa il titolo, Alkamar?
Alkamar è il nome della località da dove è partito tutto, quella della caserma. Dopo la mia assoluzione, seppure dopo 36 anni, io posso dire di aver avuto giustizia. Però anche il giorno in cui sono stato prosciolto dalle accuse ho pensato a quei due carabinieri morti nella strage: sarebbe bello che anche Apuzzo e Falcetta possano avere giustizia e verità. Al processo di revisione ci sono stati pentiti che hanno parlato del coinvolgimento della mafia, e ho sentito che si fa anche l’ipotesi dell’organizzazione Gladio (che a Trapani aveva delle basi. Nel processo che i due carabinieri siano stati uccisi per aver fermato giorni prima una camionetta e sequestrato armi dirette a Gladio, ndr.) Non si è capito ancora bene cosa possa essere accaduto.