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Discriminarne uno per educarne cento. Giudici, occhio al metodo Deodato

novembre 7, 2015 Alfredo Mantovano

I commenti più velenosi sono apparsi sul Corriere della Sera. D’ora in poi il quotidiano milanese pretenderà che un giudice iscritto al Wwf si astenga dai processi per inquinamento?

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Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – Essere cattolici pregiudica lo svolgimento di funzioni pubbliche? Chi per professione rappresenta lo Stato, e lo fa con riconosciuta competenza e imparzialità, deve aver timore a svelare – la Chiesa cattolica non è una setta segreta – la propria confessione religiosa? Non è fuori luogo domandarselo, alla luce della vicenda che ha interessato nei giorni scorsi il consigliere di Stato Carlo Deodato.

Riassunto: martedì 27 ottobre la terza sezione del Consiglio di Stato ha pubblicato una sentenza con la quale nega che i sindaci possano ordinare la trascrizione nei registri dello stato civile di matrimoni fra persone dello stesso sesso contratti all’estero. Lo fa con una motivazione che si fa apprezzare per completezza e logicità, e per un aggancio rigoroso al quadro normativo e alla giurisprudenza delle Corti europee e della Consulta.

Giuristi di aree libertarie, lontanissimi da agganci al diritto naturale, attestano senza reticenze che la sentenza è ineccepibile. Anche il ministro della Giustizia, per altro all’interno di un’intervista nella quale auspica non solo le nozze, ma pure le adozioni gay, riconosce onestamente la correttezza della pronuncia. Peccato che i media, nel dare l’informazione e nel commentarla, vadano nella direzione opposta: le ragioni alla base della sentenza meritano poco più di un cenno, anzi di un paio di manipolazioni che non ne fanno cogliere il senso. L’obiettivo è invece puntato sulla persona dell’estensore della stessa, e sul presidente del collegio giudicante. Nei commenti non si espongono argomenti contrari a quelli contenuti nella decisione. Si demonizzano i due giudici: l’estensore è colpevole di essersi detto “giurista cattolico”, di aver ritwittato qualche mese prima un apprezzamento per la famiglia come è in natura e di avere espresso simpatia per le Sentinelle in piedi, e il presidente Romeo di far parte dell’Opus Dei. La conseguenza è evidente: i due non avrebbero dovuto interessarsi professionalmente di sindaci e trascrizioni a causa del loro convincimento a favore della famiglia (convincimento solo presunto per il presidente).

Intimidazione a mezzo “social”?
Onestà impone però che d’ora in avanti i media – in primis il Corriere della sera, sulle cui colonne si sono letti i commenti più velenosi – applichino la medesima logica pur se non si tratta di famiglia: che pretendano con forza che un giudice notoriamente vegetariano si astenga dal processo in cui l’imputato è un macellaio; che se è iscritto al Wwf non si occupi di giudizi per inquinamento; che se risulta sposato da trent’anni sempre con la stessa moglie scelga materie che non siano separazione e divorzio (i fatti spesso contano più dei tweet); che se ha molti figli non faccia il giudice tutelare, chiamato ad autorizzare la minorenne ad abortire senza dirlo ai genitori.

Finora il sistema mediatico-culturale ha manifestato intolleranza per la famiglia fondata sul matrimonio e per i princìpi naturali: non c’è film di cassetta o fiction con discreto share che, trattando di contesti parafamiliari, non contenga esplicita propaganda per le nozze gay, con parallela propaganda al contrario per la famiglia vero nomine. Il “caso Deodato” mostra come dall’intolleranza si stia passando alla discriminazione: se sei cattolico non puoi occuparti di certe materie. E già va bene: negli Stati Uniti l’impiegata del Kentucky Kim Davis è andata in carcere per aver rifiutato di certificare le nozze gay, mentre a Londra la dipendente comunale Liliana Ladele è stata “solo” licenziata per un fatto analogo.

Aggredire mediaticamente in virtù della confessione religiosa un magistrato che decide in modo sgradito all’ideologia dominante, pur se la sentenza è ineccepibile, serve a isolare e intimidire quel giudice, contro il quale per effetto si scatenano i social network, e funge da deterrente per altri giudici, i quali – pur convinti della conformità al diritto della pronuncia che stanno per assumere – sono tentati di farsi condizionare dalle reazioni furibonde che essa potrebbe provocare. Quanto giova tutto ciò al rispetto della libertà religiosa?


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3 Commenti

  1. powerfons says:

    Che ci vuoi fare, a tanti giornalisti e capo-redazione interessa ciò che interessa al 98% della popolazione occidentale: soldi e potere. Oggi il vento dei soldi e del potere tira in là, e allora tutti a spingere in là. Domani tirerà in qua, e allora ssssswitch! Una piccola cosa potremmo farla: non comprare il Corriere né altri quotidiani simili.

  2. Menelik says:

    Il Corsera è un quotidiano molto strano, io non saprei come giudicarlo, è fortemente filo-lobbies lgbt però ogni tanto fa qualche articolo che fa pensare.
    Avete notato qualche giorno fa un articolo a piena pagina sulle malattie veneree che affliggono in particolare gli omosessuali?
    Parlava della nuova moda del “chemsex”, cioè di fare orge sotto l’effetto di alcuni stupefacenti che si crede possano aumentare la libido, tra cui il GHB e alcune anfetamine di sintesi.
    E diceva che in quegli ambienti, molto frequentati da tanti omosessuali, le infezioni spopolano, principalmente il papilloma virus, i cui casi di contagio sarebbero aumentati vertiginosamente in particolare tra gli omosessuali.
    Questo virus, difficile da debellare definitivamente (subito sembra guarire, poi ritorna) porta un cancro alla femmina, cioè la moglie/compagna/scopamica dei bisex che frequentano i raduni di chemsex.
    L’uso di queste sostanze porta un abbassamento delle difese immunitarie, teoricamente reversibile, da cui deriva maggior facilità di contagio.

  3. Sebastiano says:

    C’è anche di meglio: date un’occhiata (online) al RIRO (Registro Italiano Razzisti e Omofobi).
    Una perfetta schedatura omofascista che avrebbe fatto invidia a Clistene (510 a.C.).

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