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Giù le mani dai miei Balcani

luglio 4, 2017 Alessandro Sansoni

Perché le avance occidentali nei confronti della Serbia e del Montenegro proprio non vanno giù ai circoli dell’orgoglio russo

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Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – C’è una diffusa preoccupazione nei circoli politici e culturali russi dall’orientamento più spiccatamente “patriottico” rispetto all’attivismo che nel corso degli ultimi anni la Nato e l’Unione Europea hanno dispiegato sullo scenario balcanico. In un saggio apparso nel nuovo portale multilingue Geopolitica.ru, l’Occidente è esplicitamente accusato di mettere in campo azioni destabilizzanti nei Balcani, al limite del golpe, con l’ausilio delle attivissime Ong finanziate da George Soros. L’attenzione è alta soprattutto per quanto sta accadendo in Macedonia, che in futuro sarà un hub logistico strategico per l’intera Europa sud-orientale, mentre è forte l’irritazione provocata dall’adesione del Montenegro alla Nato: «L’espansione dell’Alleanza Atlantica è un argomento sensibile per Mosca, specialmente quando riguarda paesi tradizionalmente neutrali o alleati del Cremlino», spiega l’analista russo Leonid Savin.

La rielezione di Aleksandar Vucic a presidente della Repubblica serba, principale partner balcanico di Putin, non basta a rassicurare i russi, che ne conoscono il doppiogiochismo, confermato dalle dichiarazioni da lui rilasciate il 23 giugno, subito dopo l’insediamento e il colloquio con il capo della delegazione russa presente alla cerimonia, il vicepremier Dmtrij Rogozin: «L’integrazione nell’Unione Europea per noi resta un impegno strategico, ma non influirà sulle nostre buone relazioni con la Russia».

Ma quali sono le linee guida strategiche di Mosca nei Balcani? Stando al documento ufficiale con cui la Federazione russa ha definito la propria dottrina in politica estera, pubblicato il 15 luglio 2008 e aggiornato nel novembre 2016, i principali obiettivi sono la salvaguardia del diritto internazionale e della piena sovranità nazionale, in un quadro regolato dall’Onu, unica istituzione legittimata a dirimere le dispute internazionali; il mantenimento di buone relazioni con i paesi confinanti e l’eliminazione delle ragioni che possono determinare il sorgere di nuovi conflitti in qualsiasi parte del mondo; la diffidenza nei confronti dei processi di integrazione in atto nello spazio euro-atlantico, nella misura in cui tendono a diminuire il ruolo dello Stato sovrano come soggetto protagonista delle relazioni internazionali, a classificare gli Stati in categorie con diritti e obblighi differenti, a interferire arbitrariamente negli affari interni dei paesi e ad alterare il diritto internazionale vigente.

Non è una questione economica
Prioritario, naturalmente, è il rafforzamento delle posizioni russe, ma in una logica di reciproci vantaggi da garantire ai vari partner, in particolare l’Europa e i paesi della Comunità degli Stati Indipendenti. Molta importanza è riconosciuta inoltre allo sviluppo dell’Unione economica eurasiatica e della Csto (Organizzazione del Trattato di sicurezza collettiva). Nel documento vengono menzionate diverse nazioni, soprattutto asiatiche, ma anche africane, particolarmente importanti per le strategie russe. In nessun caso, però, i paesi balcanici vengono nominati singolarmente: sono sempre visti nel più generale quadro dei rapporti con l’Europa.

In Occidente è opinione comune ritenere che la penisola balcanica sia vista con particolare interesse dalla Russia per ragioni di natura economica: in realtà, se si considerano le statistiche, questo giudizio non appare suffragato dai fatti. Consideriamo, nella tabella pubblicata in pagina, i dati (in miliardi di dollari) relativi ai principali partner commerciali russi dell’area balcanica e confrontiamoli con i big europei prima dell’introduzione delle sanzioni. La comparazione è eloquente e rispecchia in qualche modo la “Petropolitics” euro-russa degli ultimi vent’anni. Il gasdotto South Stream che dalla costa bulgara avrebbe irradiato il gas russo in tutta l’Europa sud-orientale avrebbe dovuto riequilibrare proprio questa situazione, ma si sa come è andata a finire. Non è dunque l’economia a spiegare l’interesse russo verso i Balcani. Le ragioni sono innanzitutto di ordine storico e culturale.

La comune appartenenza alla Chiesa ortodossa, ma anche le suggestioni panslaviste periodicamente risorgenti e le alleanze che nell’Ottocento portarono Mosca a sostenere le guerre d’indipendenza degli slavi contro l’Impero ottomano e addirittura a ingaggiare il Primo conflitto mondiale contro gli imperi centrali per garantire la sovranità serba. Una simpatia, quella dei russi verso i “fratelli meridionali”, peraltro ricambiata da una vera e propria dedizione, molto diffusa a livello popolare, tendente all’idealizzazione della “Madre di tutti gli Slavi”, ben tratteggiata nel romanzo storico Migrazioni del grande autore serbo Milos Crnjanski.

È da tale comunanza etnica, storica e culturale che i circoli “patriottici” russi partono per suggerire un maggiore impegno della diplomazia russa nei Balcani, facendo leva sia sulle forniture militari, già abbondanti, a favore di Belgrado, sia su una partnership sempre più stretta con i cinesi, impegnati in importanti investimenti infrastrutturali nell’area, legati al progetto “Via della seta”, i cui interessi, strettamente economici, sono ritenuti complementari con quelli russi, più politici e legati al fattore sicurezza.

Foto Ansa

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