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Filo diretto Milano-Dili-Giakarta

ottobre 13, 1999 Zottarelli Maurizio

Giovedì scorso gli studenti della Cattolica di Milano, in collaborazione con Tempi, hanno organizzato un incontro pubblico sulla tragedia di Timor Est. Un grande avvenimento che ha documentato con collegamenti in diretta la drammatica situazione dell’isola e il clima di intimidazione e violenza che regna in Indonesia alla vigilia dell’elezione del nuovo presidente

Dovevano intervenire in diretta via telefono anche gli studenti dell’Università cattolica di Giakarta, ma come hanno spiegato nella notte via E-mail ai loro colleghi che alla Cattolica di Milano stavano organizzando l’incontro pubblico sui tragici fatti di Timor Est, l’ultimo studente che ha rilasciato un’intervista al New York Times è misteriosamente scomparso come almeno un’altra decina di giovani.

Intercettazioni sulla linea da Giakarta “Dal 23 settembre – si legge nel testo inviato dagli universitari indonesiani – gli studenti di varie organizzazioni universitarie hanno cominciato una battaglia contro la nuova legge di sicurezza dello stato. I militari ci dicono che questa legge è più democratica di quella vecchia del ’59. Ma mentono. Perché darci la scelta tra la vecchia legge e quella nuova è come chiederci se vogliamo esser sparati o accoltellati. Quindi una non scelta, che viene rigettata dal popolo. I nostri nemici sono i militari. E quindi noi chiediamo: di porre fine al doppio ruolo dei militari che hanno posti sicuri addirittura in parlamento; un tribunale per Suharto, Habibie, Wiranto e la loro cricca per l’uccisione di cittadini indonesiani; un’indagine approfondita su tutti i crimini contro l’umanità commessi in Aceh, Ambon, Timor Est, a Giakarta e in altre regioni dell’Indonesia; un nuovo governo pulito; che si ponga fine alla svendita delle ricchezze nazionali; che si ponga fine alla corruzione, alla collusione e al nepotismo. In questi giorni si costituisce il nuovo parlamento, eletto in giugno, Saremo vigili perché vogliamo che questo parlamento lavori per la vera democratizzazione del paese. Noi non vogliamo Habibie e Wiranto come prossimi presidente e vicepresidente. Ma chiunque sarà eletto presidente deve sapere che, se andrà ancora contro il popolo, riprenderemo la nostra battaglia”. E ancora: “Loro ci osservano e ci spiano. Sono morti in questi giorni due dei nostri amici. Altri sono spariti. Crediamo che ci vogliono uccidere tutti”. Il primo ottobre, annunciava l’E-mail, “ci sarà un’altra manifestazione davanti al parlamento. Non sappiamo cosa succederà. Ma siamo preparati al peggio”. Per cercare di scongiurarlo, in ogni caso, i giovani di “Ateneo studenti” che organizzavano l’incontro hanno evitato il collegamento in diretta. E in effetti, quando dalla capitale indonesiana si è collegato Johannes Von Donanhyi, si è percepito chiaramente lo scatto di un misterioso telefono che si collegava mentre la voce dell’inviato di Tempi improvvisamente si alzava.

Elezioni e giochi di potere L’Indonesia è un paese sospeso tra un passato che l’ha trasformata troppo rapidamente da mosaico coloniale a potenza regionale retta da uno spietato regime (alla sua ascesa al potere, nel ’65, si calcola che Suharto abbia lasciato sul campo circa mezzo milione di morti) e un futuro ancora incerto che passerà attraverso l’assemblea costituente che nelle prossime settimane dovrebbe portare all’elezione di un presidente finalmente eletto (Habibie è semplicemente il vice di Suharto e ne ha preso il posto quando, l’anno scorso questi si è dimesso). I principali candidati sono lo stesso Habibie, e Sukarnoputri, la figlia del defunto dittatore Sukarno che ha vinto le elezioni, ma come il suo antagonista per essere eletta ha bisogno dell’appoggio dei militari che detengono 100 seggi in parlamento. E il capo delle Forze armate Wiranto i voti li scucirà solo a chi sarà disposto ad eleggerlo vicepresidente.

Un micidiale intreccio di interessi e giochi di potere di cui, inevitabilmente, nel tentativo di trascinare i consensi dalla propria parte, la prima vittima è la libertà di stampa e di opinione. Che l’esercito abbia attivamente aiutato le milizie nei massacri di Timor Est è cosa ormai certa, ma il governo non può ammetterlo e ha gioco facile nel dipingere l’Australia come primo, se non unico, colpevole delle violenze favorendo di fatto, soprattutto ora che i soldati australiani guidano la forza di pace Onu a Timor, l’insorgere di nuovi odi e violenze.

Un popolo abbandonato da tutti (tranne la Chiesa) Violenze documentate nella straordinaria testimonianza dell’inviata di Radio Renacença di Lisbona a Dili, Annabella Gois: “Siamo bloccati a Dili perché al di fuori della capitale dove ci sono i 4.300 soldati Onu il resto dell’isola è ancora in mano alle milizie. La stessa capitale è una città fantasma dove la vita è ferma con la gente barricata in casa senza acqua e cibo. Gli stessi giornalisti devono arrangiarsi con ciò che si portano perché qui non c’è modo di rifornirsi di nulla”. D’altra parte l’hotel Makota, dove risiedevano i giornalisti è stato distrutto subito dopo l’inizio delle scorribande (“compiute sotto gli occhi compiacenti di polizia ed esercito”, conferma Annabella Gois) e i giornalisti costretti a lasciare l’isola, perciò quelli che ora sono tornati condividono, di fatto la sorte dei profughi. Senza testimoni per due settimane i timoresi sono stati in balia delle milizie che hanno distrutto e incendiato ogni cosa. “Nei momenti più terribili – racconta Rata Abecassis, caporedattore di Radio Renacença presente a coordinare i collegamenti con Dili – la gente si rifugiava nei locali della Chiesa, l’unica istituzione che è rimasta sempre a fianco del popolo (nel ’75, anno dell’invasione indonesiana i cattolici era il 30%; oggi sono oltre il 90%, ndr). A casa del vescovo di Dili, monsignor Belo, avevano trovato riparo circa 10mila persone e quando ci collegavamo durante gli attacchi sentivamo la gente cantare e recitare il rosario”.

“Per ora è impossibile fare un bilancio delle vittime tra gli 800mila abitanti – spiega ancora la Gois -, ma a Dili le forze Onu trovano cadaveri ogni giorno. Di certo si calcolano 200mila rifugiati a Timor Ovest, 100mila fuggiti sulle montagne nei pressi del comando generale della resistenza mentre molti altri sono scappati sulle montagne intorno a Dili. La cosa più urgente perciò è c he sia completato al più presto il dispiegamento delle forze Onu sul territorio: 4.300 soldati non possono bastare per un territorio che negli ultimi anni ha tenuto impiegati 20mila soldati indonesiani. E deve essere anche modificato il mandato dell’Onu: al momento, infatti, i miliziani catturati possono essere tenuti sotto custodia solo per 24 ore e poi devono essere consegnati alle autorità indonesiane che immediatamente li rilasciano. E questo certo non favorisce il ristabilimento della sicurezza”. La Gois conclude con un appello: “La comunità internazionale deve continuare ad aiutare la popolazione. Tra poche settimane incomincerà la stagione delle piogge e qui nessuno ha più un tetto. E del resto manca tutto. Oltre a Dili gli aiuti hanno raggiunto solo Baucau, la seconda città del territorio, mentre il resto dell’isola è ancora isolata”.

Anche il documento degli studenti di Giakarta si conclude con un appello: “Abbiamo un sogno: una nuova Indonesia senza violenza, un paese di giustizia, libertà, democrazia e benessere per tutti. Per questo ci battiamo. E, per favore, pregate per noi in questi giorni. Merdeka – che in Bahasa Indonesia vuol dire libertà”. Che Dio voglia concedervela.

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