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Fate l’amore non la pillola

luglio 25, 2018 Assuntina Morresi

A cinquant’anni dalla sua pubblicazione ecco cosa l’Humanae Vitae di Paolo VI ha ancora da dire alla nostra epoca del sesso senza figli e dei figli senza sesso

A cinquant’anni dalla pubblicazione enciclica Humanae Vitae firmata da papa Paolo VI vi proponiamo un articolo tratto dal numero di Tempi di maggio (vai alla pagina degli abbonamenti). 

Un’intuizione geniale, profetica, all’avanguardia dei tempi: potremmo definire così, sinteticamente, l’Humanae Vitae, contestatissima, sofferta e scomoda enciclica firmata da papa Paolo VI cinquanta anni fa, il 25 luglio 1968.
E non è certo una coincidenza la sua pubblicazione proprio nel ’68, due mesi dopo il memorabile maggio parigino, quello della contestazione giovanile per antonomasia: Giovanni XXIII e il Concilio Vaticano II, il presidente Kennedy, Martin Luther King, e poi Kruscev, i Beatles, Yuri Gagarin, e potremmo continuare a lungo nell’elenco di persone, fatti ed eventi che, in quegli anni di crescita economica e benessere, sembravano indicare che il cambiamento globale fosse lì, a portata di mano. E mentre il mondo assaporava tutto questo – una rivoluzione di libertà, di giustizia sociale, rinnovamenti epocali, la fantasia al potere – che sembrava realizzarsi attraverso una nuova categoria, i “giovani”, finalmente protagonisti della storia, la Chiesa cattolica se ne uscì con quell’enciclica assolutamente controcorrente, anacronistica, apparentemente fuori dal tempo.

Come sappiamo le contestazioni furono aspre, durissime, e si diffusero velocemente in tutto il mondo, compreso quello cattolico, tanto che nel settembre successivo, poco prima di morire, padre Pio da Pietralcina sentì la necessità di scrivere una lettera di sostegno al Papa, a nome di tutta la sua «famiglia spirituale» – benefattori, gruppi di preghiera, eccetera – per ringraziarlo per l’Humanae Vitae, promettendogli la sua preghiera e i propri sacrifici perché trionfasse la Verità della Chiesa e del suo Magistero. Come osservato dal cardinale Joseph Ratzinger, «raramente un testo della storia recente del Magistero è divenuto tanto un segno di contraddizione come questa enciclica, che Paolo VI ha scritto a partire da una decisione profondamente sofferta».
Non è una coincidenza, dicevamo, perché l’enciclica metteva in guardia da quella che appariva una conquista di quei tempi rivoluzionari, il controllo delle nascite con la contraccezione chimica, e che invece stava mettendo le basi per cambiamenti antropologici importanti, inquietanti e irreversibili, che si sarebbero manifestati solo decenni dopo in tutta la loro portata.
Il “no” ai metodi contraccettivi si basava infatti sulla necessità di mantenere unite procreazione e sessualità: secondo il Magistero scindere la finalità procreativa dalla sessualità non significava affrontare il problema del controllo delle nascite, ma minare le fondamenta antropologiche della società umana.
Le conseguenze del “sesso senza figli” della contraccezione, resa facile e disponibile con la pillola, e quindi totalmente a carico della donna, sarebbero diventate palesi con un evento avvenuto esattamente dieci anni dopo la firma di quell’enciclica, quando, il 25 luglio 1978, è nata Louise Brown, la prima bambina concepita in provetta, cioè la prima di milioni di “figli senza sesso”.

Il rovesciamento delle parti
Paolo VI non aveva previsto la possibilità di riproduzione asessuata al di fuori del corpo della donna, ma aveva intuito che separando la generazione dalla relazione sessuale si sarebbero aperte le porte alla manipolazione dell’umano, e lo aveva compreso nonostante le conseguenze dei metodi artificiali di controllo delle nascite apparissero innanzitutto morali – si parla di fedeltà e castità, ad esempio – e non antropologiche.
Più che con la contraccezione, infatti, gli esiti della scissione fra procreazione e sessualità sono eclatanti con la fecondazione in vitro, dove la separazione è tale che al momento del concepimento i genitori sono addirittura assenti. Il concepimento in provetta, infatti, porta una vera e propria rivoluzione nella storia dell’umanità: è possibile trasferire l’embrione formato in laboratorio nell’utero di una donna diversa da quella che ha messo a disposizione l’ovocita. È possibile cioè avviare una gravidanza in modo che una donna possa partorire un figlio che non le appartiene dal punto di vista genetico.
Da sempre nella storia dell’umanità il parto è stato prova e sinonimo di maternità, e la madre è sempre stata certa, unica, mentre la paternità era garantita solo dalla parola della madre. Solo lei poteva sapere con certezza chi fosse il padre dei nati: è per questo motivo che gli uomini hanno sempre cercato il pieno controllo sulle loro donne, per evitare di trasmettere nome e beni a figli non propri. Ma adesso le nuove tecnologie hanno rovesciato questa condizione che da sempre ha accompagnato l’umanità. Se con la scoperta del Dna il padre è diventato riconoscibile, e quindi certo, restando unico dal punto di vista biologico, con la fecondazione assistita la figura materna si sdoppia: può esistere una madre genetica diversa da quella gestazionale. E non c’è più un criterio biologico oggettivo per stabilire quale sia la “vera” madre fra le due, quella certa.

Sempre “nell’interesse del bambino”
Nel momento in cui la procreazione non ha bisogno della sessualità, la madre non è più colei che genera mediante un rapporto fisico, ma colei che, mediante un contratto stipulato prima del concepimento, manifesta l’intenzione di avere un bambino e di prendersene cura. E così il padre. I due genitori intenzionali saranno la madre e il padre legali del futuro nato; poi potremmo avere una “donatrice” di gameti, madre genetica, che rinuncia al nato, un “donatore” di gameti, padre biologico, che rinuncia al nato, e in questi due casi abbiamo la fecondazione eterologa. Possiamo anche avere una madre gestazionale che rinuncia al nato, e allora ci troviamo di fronte all’utero in affitto. In totale possiamo avere fino a cinque persone a contribuire alla nascita di un bambino: tre che danno un contributo biologico (due madri e un padre biologici) e due che si impegnano pubblicamente (padre e madre sociali/legali).
Ma se si diventa genitori manifestandone l’intenzione per contratto, e non perché si genera fisicamente un bambino, abbiamo tutte le conseguenze del rapporto contrattuale: innanzitutto il contratto è “gender neutral”, cioè non è necessaria la differenza sessuale. Anche due persone dello stesso sesso possono stipulare il medesimo contratto, e quindi essere dichiarati genitori, esattamente come due persone di sesso diverso. Questa prima conseguenza è già attuata in molti paesi, laddove l’estensione del matrimonio alle coppie omosessuali ha consentito loro di avere accesso alla filiazione, cioè di avere figli mediante la procreazione assistita, fingendo quindi che esistano bambini nati da due persone dello stesso sesso: il contributo biologico mancante viene fornito in laboratorio, ma non compare nel certificato di nascita.
In secondo luogo, per il contratto non è necessario essere in due, come nella realtà antropologica naturale. L’intenzione può essere manifestata anche solo da una persona o da più di due. Ed anche questo è già realtà: in California dal 2013 una legge stabilisce che, «quando più di due persone richiedono di essere genitori, il tribunale può, se altrimenti si reca danno al bambino, riconoscere che il bambino ha più di due genitori». Ovviamente in nome del “migliore interesse del bambino”.
Ed infine: se vale l’intenzione, nessuno può garantire che sia per sempre. Nell’antropologia naturale un figlio è per sempre perché una volta generato il legame biologico non si può più spezzare né cancellare. Si può divorziare dal marito o dalla moglie, non certo da un figlio. Ma se la genitorialità è definita da una intenzione realizzata da un contratto, nessuno può garantire che sia senza fine. E se questa ultima conseguenza non si è ancora concretizzata, finora, è anche vero che, leggendo le esperienze dei nati dall’eterologa, l’incertezza sulle proprie origini biologiche e sulla propria collocazione nelle reti parentali fa emergere tutta la fragilità dei legami contrattuali, quando questi vengono alla luce e i nati ne acquistano consapevolezza.

Una scelta che può esserci o no
L’esito della contraccezione è stato a sua volta una rivoluzione antropologica, meno sconvolgente di quanto accade con la fecondazione assistita perché apparentemente reversibile, ma non certo meno efficace. È grazie alla contraccezione che da un lato si è potuta anticipare l’età dell’attività sessuale, e dall’altro posticipare quella in cui si diventa genitori. Il risultato è sotto gli occhi di tutti, e ancora una volta a carico soprattutto delle donne, per le quali il periodo di massima fertilità coincide con quello in cui non si vogliono figli.
Una relazione sentimentale quindi non ha più niente a che fare con l’intenzione di avere bambini, e la si vive fine a se stessa: si può iniziare presto la propria vita sessuale e, poiché non c’è più una finalità procreativa (la procreazione resta solo come rischio), è facile avere più partner sessuali.
Avere un bambino non è più un evento naturale nella vita di una coppia, ma una scelta che può esserci o no, a prescindere dalla solidità della coppia stessa, e il matrimonio sempre più spesso avviene dopo anni di convivenza proprio dopo la nascita di un figlio, mentre fino a cinquant’anni fa era la precondizione per mettere al mondo bambini. In questo modo è facile che il primo figlio arrivi a un’età sempre più avanzata, rendendo sempre più improbabile averne un secondo, successivamente. La contraccezione ha infatti introdotto una “libertà negativa”, cioè quella di dire no alla filiazione in età fertile, ma non quella di avere un figlio a qualsiasi età. E per le donne il cosiddetto “orologio biologico” è restato ovviamente quello di sempre, indifferente alla pillola contraccettiva: si può essere splendide cinquantenni quando, biologicamente, non si può più diventare madri, a meno di ricorrere alla fecondazione assistita, con gameti e/o uteri di altre donne, procedure che però hanno comunque una scarsa probabilità di successo, cioè una bassa probabilità di avere alla fine il “bimbo in braccio”.

Le cause del gelo demografico
Ecco quindi la preponderanza di famiglie con un solo figlio o senza figli, il che significa una società vecchia e stanca, e soprattutto senza quelle reti parentali – zii, cugini, nipoti – che costituiscono da sempre l’ossatura solidale delle comunità umane, la rete di protezione e anche la via per conoscere il mondo.
Demografi, sociologi, storici, studiosi in genere del comportamento umano hanno scritto milioni di pagine sulle modifiche sostanziali di certa società occidentale soprattutto negli ultimi cinquant’anni, che si possono sintetizzare abbastanza efficacemente con un’espressione: inverno demografico. Quest’ultimo ha molte cause, innanzitutto culturali, che si intrecciano e si realizzano mediante l’efficacia della contraccezione.
Ma se è stato relativamente facile scindere procreazione e sessualità, sia nel senso della possibilità della sessualità sterile che in quella della filiazione asessuata, tornare indietro dalla rivoluzione antropologica che ne è scaturita, adesso, appare impossibile, a meno che non intervenga un qualche elemento di novità, che metta le condizioni per cambiare ancora tutto.
Resta la straordinaria modernità di quella enciclica che, cinquant’anni fa, pur non avendo previsto con precisione gli scenari futuri, aveva comunque presagito il peso delle conseguenze della mutilazione della relazione più coinvolgente fra un uomo e una donna, quella sessuale, quando se ne spezzi il legame con la possibilità di generare una nuova vita.

Foto Ansa

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