Fasci metropolitani. Viaggio nelle catacombe nere

La musica, le utopie, i film, i loghi e le iniziative dell’estrema destra romana. Chi sono gli inquilini delle case occupate, ma non ‘okkupate’. Impresentabili in un mondo di anime belle

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Roma, via Napoleone III, quartiere Esquilino a due passi dalla Stazione Termini. Sembra una delle tante Chinatown. Per arrivarci ci si fa largo tra negozi cinesi e tanti orientali per strada, ma non solo. Sarà per la vicinanza con la stazione, ma è uno di quei quartieri che si è soliti definire ‘multietnici’. Come tutti i grandi quartieri delle grandi città, anche questo ha le sue occupazioni e una sta proprio lì, al numero 8 di via Napoleone III. Si chiama ‘Casa Pound’ e dal 2003 ospita una ventina di famiglie, tre invalidi al 100 per cento, una decina di neonati. Ma non è un’occupazione come le altre: non trovi rifiuti sparsi in giro, gente ammassata in una stanza, via vai di immigrati irregolari, spacciatori che stazionano al portone, bivacchi. Trovi invece famiglie che vivono in case vere, con tinello, cucina, camera, bagno, come negli annunci delle agenzie immobiliari, un ascensore rimesso in funzione, pulizia, gente che ti sorride se ti incontra per le scale. Un condominio modello, insomma. Per questo deve essere sgomberato. E a chiederlo non è il Prefetto o il proprietario dell’immobile. A chiederlo è Nunzio D’Erme, barricadero consigliere comunale di Rifondazione (quello del letame a Berlusconi) e leader di Action, gruppo legato ai Centri Sociali, che ha come ragione sociale proprio quella di occupare case. Casa Pound deve essere sgomberata perché è un’occupazione senza la ‘k’. Ci sono tricolori e non bandiere rosse alle finestre. In via Napoleone III, 8 ci stanno i ‘fascisti’. Gli ‘strani fascisti’ delle Osa (Occupazioni a scopo abitativo) e delle Onc (Occupazioni non conformi), cioè i centri sociali di destra. «Siamo entrati in uno stabile vuoto da molti anni – spiegano – abbiamo dato casa a venti famiglie. Siamo italiani. Non siamo emarginati sociali. Siamo lavoratori, studenti, madri e padri».

TARTARUGHE TRIBALI
Era il 26 dicembre 2003: pochi mesi dopo all’occupazione di via Napoleone III ne seguiranno altre in quella che il sito della sinistra estrema Indymedia.org chiamerà allarmato «la nera estate romana». Il 10 luglio 2004 viene occupato uno stabile in via Lima, vi entrano 23 famiglie di disoccupati, disabili, anziani e immigrati del Corno d’Africa (ma i fascisti non erano razzisti?), nasce così, nel cuore della ‘Roma bene’, ‘CasaItalia Parioli’. Il 17 luglio 10 famiglie danno vita a ‘CasaItalia Boccea’, nella palazzina che ospitò il consolato iracheno. Il 14 agosto 18 famiglie con invalidi e bambini occupano una palazzina che diventerà ‘CasaItalia Torrino’. Tutta gente in cima alle graduatorie per l’assegnazione delle case popolari, ma a cui l’alloggio non arriva mai. Nasce il coordinamento ‘Case d’Italia’. La sinistra, esclusivista nel campo del disagio sociale, di ritorno dalle vacanze estive si accorge che in città c’è un nuovo soggetto politico con cui fare i conti.
Il simbolo di Casa Pound è una tartaruga stilizzata, che ricorda molto i tatuaggi tribali che si vedono in giro, cioè casa e movimento. Casa in movimento. Segno che a destra molto è cambiato. Il fascismo delle origini, quello di sinistra, movimentista e trasgressivo, l’estetica futurista e dannunziana dell’azione, il poeta dei ‘Cantos’ anti-usura Ezra Pound che preferì Mussolini a Jefferson, e poi Kerouac, Pasolini, Fante, Bukowsky, Jeremy Rifkin, i no-global Sem Terra brasiliani e José Bové, l’anarca descritto da Ernst Junger, il Muay Thai (la boxe tailandese), il ‘dàje camòn rock’ degli Zetazeroalfa, Guy Montag protagonista del romanzo di Ray Bradbury ‘Farenheit 451’, Capitan Harlock e Corto Maltese, lo street fighter/insurrezionalista Tyler Durden diventato mito dei giovani di destra grazie al libro di Chuck Palaniuk e al film di David Fincher ‘Fight club’, Mr. Tuttle il tecnoribelle del film ‘Brazil’, le lucide utopie negative di Orwell, Ballard e Huxley: eroi, miti, simboli e suggestioni che popolano l’immaginario dei nuovi avanguardisti sono difficili da tracciare. Un mood che si diffonde come un virus tra i giovani della capitale, nelle curve degli stadi come nei quartieri di periferia. «Il fascismo non è più neo, né post – spiega Angelo Mellone autore di Dì qualcosa di destra – ma ‘pop’: popular. Mentre nella classe politica si continuava a dividersi tra fascisti e antifascisti, la società è andata avanti». «Oggi dirsi fascista – lamentava pochi mesi fa il Manifesto – fa quasi tendenza».

IL RIGHT ROCK DEGLI ZETAZEROALFA
Tutto ruota attorno a un pub, il Cutty Sark, storico luogo di ritrovo della destra radicale romana. Sono ex militanti del Fronte della Gioventù, della Fiamma Tricolore e dei tanti gruppi extraparlamentari da Meridiano Zero a Movimento Politico. Cani sciolti ormai, che danno vita alla Comunità Farenheit 451. E a Guy Montag, l’eroe del romanzo di Bradbury, il pompiere che salva i libri dai roghi imposti dal potere catodico, sarà dedicata la prima occupazione di questi ‘strani fascisti’, il centro sociale di destra ‘Casa Montag’, appunto. Attorno al Cutty Sark nascono anche il Dogo Clan Muay Thai Roma, palestra e squadra agonistica di Thai boxe, la libreria Testa di Ferro, il club di motociclisti ‘Fratelli Omunghus’, la rivista Occidentale e soprattutto il gruppo rock Zetazeroalfa.
«Siamo quelli che nel bene o nel male, ma sempre col cuore. Quelli genericamente alterati che non puoi più alterare geneticamente», cantano gli Zetazeroalfa. Un gruppo musicale, «ma anche uno stile di vita, uno stile per distinguerci dalla folla», spiega Gianluca Iannone, il cantante, 35 anni, sposato, una figlia in arrivo. Magari con una delle magliette che vanno a ruba, oggi introvabili. Un logo no-logo. «Zetazeroalfa non è un prodotto commerciale – si legge nel cartellino che accompagna i capi d’abbigliamento col marchio del gruppo – indossare questa maglia significa incarnare il messaggio e il simbolo che rappresenta. Sii degno e pronto a difendere le tue scelte. Sempre». Su maglie e felpe, scritte che sono un misto di goliardia e denuncia sociale: «Sorridi qualcuno ti sta spiando», «Morirai una rata alla volta», «Picchia il vip», «Nel dubbio mena», «Accademia della sassaiola». E, ovvio, «Una nera estate romana».
Il gruppo nasce nel 1997 e avvia una strepitosa operazione di homemade marketing: 15 mila adesivi con il nome del gruppo aggrediscono lampioni, semafori, cartelli stradali, locandine dei cinema. Zetazeroalfa. Niente più. «La gente iniziava a chiedersi ‘che sarà mai?’», racconta Nico, chitarra del gruppo. «Poi sono arrivati i manifesti: folle di volti dagli occhi vuoti, un sorriso seriale e un codice a barre stampato in fronte». «Squadrismo mediatico», lo chiamano loro. Spiazzare per creare curiosità. L’operazione funziona: tanti concerti e poi, nel ’99, il primo album ‘La dittatura del sorriso’. Seguiranno ‘Kriptonite’ un anno dopo, ‘Fronte dell’Essere’ nel 2002 e ‘Tante botte’ il live del 2005. Mettono in note i temi della globalizzazione, la vita delle periferie romane, la filosofia ultras («entra a spinta nella vita»), la militanza politica, la lotta alla droga («siamo quelli che non riesci a impasticcare»), la situazione internazionale. Così tra dischi, concerti, magliette, Zetazeroalfa diventa un fenomeno musicale di costume. Al punto che l’Unità si trova a denunciare «l’eccessiva naturalezza» con cui i ragazzini romani sfoggiano il cappellino del gruppo a spasso per le vie del centro.

‘W LA RESISTENZA’
A sinistra le Osa non piacciono proprio. E se giornali come l’Unità e il Manifesto si limitano a parlarne male, a volte sceglie vie più spicce la sinistra antagonista che si sente erodere il terreno in campi di quasi esclusiva competenza, le mode giovanili, la musica underground, il disagio sociale, l’emergenza abitativa, gli spazi di aggregazione. Dalle ingiunzioni di sgombero, paradossali per uno che occupa case, che Nunzio D’Erme produce continuamente e che il Prefetto trasforma, spesso, in atti esecutivi, alle minacce che rimbalzano su Indymedia che diventano talvolta atti concreti, come le molotov lanciate contro le Case d’Italia, o la bomba che ha devastato nel marzo del 2005 il Cutty Sark o le frequenti aggressioni fisiche. La più recente, ironia della sorte, si è conclusa con la devastazione della pizzeria di un immigrato egiziano, la cui moglie è rimasta ferita da un sasso alla testa, in cui alcuni militanti delle Osa stavano pranzando. «Su Indymedia – racconta divertito Iannone – si parla molto di noi. Pare che almeno il 50 per cento dei frequentatori del sito abbia pestato personalmente uno degli Zetazeroalfa. Io, per esempio, sono morto». A proposito di antifascismo, «te ne racconto una divertente: di fronte a Casa Torrino ci sono appartamenti da 800 mila euro abitati dalla borghesia romana, un 25 aprile questi espongono, convinti di provocarci, uno striscione con scritto ‘W la Resistenza’. Capito i proletari? Noi con i poveretti senza casa e loro in salotto a prendere il tè».
Settimana scorsa alcuni militanti antifascisti hanno occupato per alcune ore la sede della storica casa editrice di sinistra Castelvecchi, rea di aver pubblicato un libro su Casa Pound e dintorni. Si tratta di Centri sociali di destra. Occupazioni e culture non conformi, lo ha scritto Domenico Di Tullio, l’avvocato che li difende. «La vera libertà è impedire ai fascisti di parlare in ogni modo», si legge su Indymedia. è proprio Di Tullio che racconta perché alla sinistra antagonista le Osa proprio non vadano giù. «C’è una grande differenza – spiega a Tempi – tra le occupazioni di destra e quelle di sinistra: nelle prime alle famiglie si dà una casa vera e propria, ci sono sempre alcuni militanti che garantiscono che non entri droga e che sia mantenuto in ordine lo stabile, altrove le famiglie sono stipate in una stanza e le occupazioni sono in mano a immigrati e criminalità, c’è un gran disordine e la droga circola liberamente. Se fate un giro a Casa Pound o in un’altra delle Case d’Italia, troverete ascensori che funzionano, estintori, pulizia, utenze con regolare contratto. Nelle case occupate dalla sinistra no. Non è un caso che la gente scappi da queste ultime per bussare alla porta delle Osa». Anche le istituzioni sembrano comportarsi diversamente: «Lo sgombero di una casa occupata da Action avviene solo se per gli occupanti si sono trovate sistemazioni alternative. Le famiglie che vivono nelle occupazioni di destra vengono messe in strada e buonasera. Chiediamo almeno parità di trattamento».

LA LEGGE SUL MUTUO SOCIALE
Ma le differenze non finiscono qui. Non stiamo parlando di dreadlocks contro sfumatura alta e basettoni, ma di progettualità politica. Ci viene in aiuto Simone Di Stefano, presidente del comitato promotore della Legge sul Mutuo Sociale: «La sinistra, Action come altri, propone il canone sociale che porta a palazzoni-alveare in cui infilare a forza famiglie che per tutta la vita pagheranno un affitto senza mai ottenere la proprietà della casa che abitano. è una logica disumana che crea ghetti sociali in cui regnano l’incuria e l’abbandono. Noi pensiamo invece che la proprietà della casa sia un diritto. La nostra proposta di ‘Legge sul mutuo sociale’ prevede invece che siano costruite case dignitose per cui le famiglie diventino proprietarie dell’immobile pagando un mutuo non superiore a un quinto delle loro entrate. L’edilizia popolare può diventare in questo modo fattore di elevazione, anche sociale, per le famiglie».

INQUILINI DI UNA BARRICATA
Quella per il Mutuo Sociale diventa così la battaglia simbolo delle Osa. Una battaglia che porta anche ad azioni di protesta spettacolari, come quella organizzata contro la Rassegna del Mercato Immobiliare nel novembre del 2004. Decine di palloni aerostatici cui erano impiccati dei manichini e appesi striscioni contro ‘l’usura degli affitti’ accoglievano i visitatori della fiera con uno spettacolo agghiacciante. Il 16 gennaio 2006 i romani si svegliano con la città invasa da 400 manichini impiccati ai semafori, ai lampioni, sulle facciate delle banche e delle grandi agenzie immobiliari. Ognuno porta al collo un cartello: «30 anni di mutuo», «Vivevo in affitto», «Ho chiesto un mutuo». L’iniziativa cui i media danno ampio risalto suscita curiosità in tutta Italia e sdegno a sinistra: «Un macabro inizio di campagna elettorale», lo giudica Walter Veltroni, «iniziativa ridicola» giudicano gli okkupanti di Action, ma ha anche conseguenze politiche, «è stata un’iniziativa scioccante che ha dato una spinta al decreto di proroga degli sfratti», riconosce Gianni Alemanno.
Il fenomeno non è più solo romano: i manichini compaiono a Milano, Varese, Firenze, Arezzo, Catania, Palermo, Siracusa, Chioggia, Massa Carrara, Siena, si formano i primi coordinamenti regionali per il Mutuo Sociale in Piemonte, Lombardia, Toscana, Lazio, Puglia. A Cave nasce la prima Osa non romana, a Catania lo spazio Cervantes, a Rieti la Sala Macchine Teseo Tesei, a Fiumicino l’associazione 2punto11 occupa il faro. Pochi giorni fa nel quartiere Monteverde di Roma dopo 15 anni viene rioccupato lo stabile che ospitò ‘il Bartolo’, il primo centro sociale di destra chiuso, dopo un anno di attività, perché reso inagibile da un incendio rivendicato da una sigla dell’antifascismo militante.
«Siamo quelli che trovano terribile, doveroso, ma tutto sommato divertente, costruire sulle macerie del tuo odio», cantano gli Zetazeroalfa. Colonna sonora di una generazione di ‘fasci metropolitani’ che, tra occupazioni, sgomberi forzati e ‘squadrismo mediatico’, poco sembra avere a che spartire con gli stereotipi del razzista sprangatore o del governativo post-Fiuggi. Ma chi siete, insomma? «Ribelli contro l’utopia. Inquilini di una barricata».

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