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Un algoritmo vi renderà liberi

luglio 1, 2016 Caterina Giojelli

Tra giacobini da tastiera, notizie filtrate e standard di comunità, Facebook ci regala “l’esperienza migliore”. A colloquio con Botturi, Gomez, Sofri, Vietti

Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti)

«La morte di uno scoiattolo davanti a casa può essere più pertinente per i tuoi interessi immediati di quella di una persona in Africa» (Mark Zuckerberg)

Harambe è un gorilla dello zoo di Cincinnati, viene abbattuto per proteggere un bimbo caduto nella sua gabbia, la rete si indigna e al grido di “Justice for Harambe” raccoglie 400 mila firme per chiedere all’Ohio di togliere ai genitori la custodia dei figli. Stesso copione per l’uccisione dell’orsa Daniza, o del leone Cecil, perfino del coniglio mangiato in diretta da Giuseppe Cruciani alla Zanzara: Luca Bizzarri posta un selfie con un salame analogo a quello brandito da Cruciani per difendersi da un assalto di vegani e la foto viene rimossa in quanto «non rispetta gli standard della comunità». Trattasi delle regole del padrone di casa che attraverso un algoritmo individuano cosa è ammesso pubblicare e conferiscono all’utente il suo strapotere 2.0: la segnalazione di contenuti di nudo, che incitano all’odio, le discriminazioni di razza, sesso, genere o identità di genere eccetera.

Siamo tutti Robespierre 2.0? A vedere Facebook parrebbe di sì: non diciamo sia uno spettacolo formidabile, ma almeno è la conferma che, abbattuti i confini tra sfera pubblica e privata, il raddrizzamento del legno storto dell’umanità è diventato uno sport internazionalpopolare. E che sul valore di quel posto al sole («diamo voce a tutte le idee» è il “manifesto virtuale” di Mark Zuckerberg) nel mare magnum della democrazia della rete e la sua fisiologica, irresistibile vocazione alla predicazione morale, stanno campando imprese di servizi, pubblicità, politica, poraccitudine popolare. Ma anche editori e giornalisti: accreditato Facebook come canale social preferito quando si ricercano informazioni volte a effettuare una decisione d’acquisto, non c’è nuovo studio che non rilevi la tendenza delle persone a utilizzare i social come prima fonte di informazione.

L’algoritmo e i suoi giannizzeri lavorano a tempo pieno, e i casi di censura non si contano, parlino in ordine sparso la rimozione dello scatto della fotografa Heather Whitten al marito che tiene il figlio in braccio nella doccia, quella di Francie, newyorkese che partorisce in casa, la copertina del primo numero del 2016 dell’Espresso “Sul corpo delle donne”: la modella della cover mostra un capezzolo. Ce n’è perfino per la Sirenetta di Copenaghen: la socialdemocratica Mette Gjerskov non è riuscita a caricare una foto della statua perché viola la policy sulla nudità dell’algoritmo pornofobico. Non per nudità ma perché «contraria alla nostra politica su Salute e Fitness» è stata invece censurata la foto della modella oversize Tess Holliday in bikini che promuoveva un evento del collettivo femminista australiano Cherchez la Femme.

Dai gorilla ai gay, al business
Il 14 giugno Facebook censura il profilo di Mario Adinolfi, l’immagine del logo del suo partito, il Popolo della Famiglia (giudicato omofobo a causa della scritta “no al gender nelle scuole” che scatena le segnalazioni dell’attivissima comunità Lgbt), la pagina del Pdf e quella del quotidiano La Croce. L’oscuramento arriva all’indomani della strage di Orlando a proposito della quale Aurelio Mancuso, presidente di Equality Italia (“la prima rete trasversale italiana per i Diritti Civili”) dice di Adinolfi: «Lui è uno di quei maestri d’odio in Italia che alimenta un clima dove poi appunto si possono giustificare alcuni matti o alcuni fanatici». Che i gay fossero diventati un tabù verbale è del resto noto all’utente più sprovveduto: al comparire della parola “frocio” et similia scatta la segnalazione e la pena (dalla rimozione del post al blocco del profilo per i recidivi) comminata da Facebook: e fa niente se «l’algoritmo non sa che sul Foglio una storica rubrica scritta da uno scrittore gay che si chiama Daniele Scalise aveva per titolo, appunto, “froci”. E che quella rubrica era nata sul settimanale di sinistra intellettuale, l’Espresso, col titolo “gay”», scrisse Giuliano Ferrara scagliandosi contro l’oscuramento del suo editoriale “Oggi froci”; fa niente se il blocco non risparmia nemmeno Luca Paladini, difensore dei diritti degli omosessuali e tra i fondatori del gruppo Sentinelli di Milano, reo di aver usato ironicamente e non certo omofobicamente l’infame parola.

La libertà di espressione costante delle proprie idee, in una infrastruttura che dà voce a poco meno di 1,6 miliardi di utenti, è diventata il terreno fertile per un business tutt’altro che virtuale. Quando la Corte suprema degli Stati Uniti ha imposto a tutti gli Stati i matrimoni omosessuali, 26 milioni di persone hanno usato il filtro arcobaleno proposto dal social per colorare la propria foto profilo: il dilagare del “love is love” ha così segnalato a Zuckerberg e ai suoi investitori pubblicitari una fetta di utenti che rivendica empatia con le battaglie Lgbt. Un regime di contagio emotivo (“Stai bene? Dillo a Facebook” è la funzione che ti localizza durante attentati o catastrofi naturali) fatto di like, “Justice for tizio o caio” o “Je suis questo o quello”, che forniscono dati su di noi, dove siamo, cosa pensiamo e vogliamo, che concorrono a realizzare quella che Zuckerberg chiama “l’esperienza migliore”: l’algoritmo rielabora le informazioni aggiornando la nostra “news feed” sulla base di quelli che presuppone essere i nostri interessi, ovviamente “addomesticati” dal mainstream. Ma non solo.

A metà maggio scoppia in America il caso Gizmodo, quando una fonte interna a Facebook rivela al sito tecnologico l’esistenza di un pool di redattori impiegati nella selezione delle trending news che eliminano sistematicamente le notizie di interesse per i lettori conservatori: dichiarazioni che sfatano il mito dell’imparziale algoritmo che Facebook dice di utilizzare per rilevare i temi più discussi sul social. Pochi giorni dopo il Guardian rincara pubblicando le linee guida riservate del team per la gestione dei trend. Questa volta è Zuckerberg a non passare il test della neutralità. Recentemente il fondatore di Facebook ha annunciato di aver modificato nuovamente l’algoritmo e di voler privilegiare, a dispetto dei titoli acchiappa click, gli articoli capaci di catturare più a lungo possibile l’attenzione del lettore. Una novità per le testate già alle prese con Instant Articles, il servizio che permette di leggere gli articoli direttamente da Facebook, dimezzando i tempi di caricamento: una migliore “esperienza di lettura” che ha già generato il 20 per cento di traffico in più rispetto ai link verso siti esterni, il 30 per cento in più di condivisioni e il 70 per cento in meno di abbandoni della lettura.

Il mestieraccio di informare
Pagina del Foglio, seguita da oltre 92 mila persone e tra questi un pool di utenti attivi che rappresenta la seconda fonte del traffico (il 13 per cento circa) del sito del quotidiano. «Facebook ci ha portato lettori molto diversi dal fogliante standard, capace di destreggiarsi tra le otto pagine e gli spigoli dei rubrichisti: sul social le posizioni sono livellate e nel momento in cui viene riportata la rubrica di Camillo Langone che scrive che la Città della scienza doveva essere bruciata prima, la polemica sulla linea editoriale del giornale è scontata – spiega Piero Vietti, caporedattore e social media editor del quotidiano –. Ovviamente la cosa ha i suoi vantaggi: il nostro pezzo più letto negli ultimi sei mesi è quello in cui ancora Langone spiega “Perché la laurea delle donne è una causa del declino demografico”». Per Vietti la neutralità non è cosa fisiologica a Facebook: «Scopo dichiarato di Zuckerberg, che pure non ha mai nascosto il suo orrore per Trump, è infatti raggiungere il maggior numero di utenti per offrire loro “la migliore esperienza possibile”, la sua priorità non è generare un pensiero quanto raccogliere dati e in base a questi orientare i servizi. A filtrare i contenuti sono gli utenti stessi che si muovono condividendo o polemizzando con e contro chi ha idee diverse dal pensiero politicamente corretto in cui siamo immersi».

Un pensiero ossessionato dal rispetto dei diritti e dalla libertà di espressione che produce paradossi: «Accade così che alcuni utenti chiedano la rimozione di un video che pubblicizza un detersivo cinese (un uomo di colore infilato in una lavatrice esce con gli occhi a mandorla), ma non quella del Gay Pride di Cagliari in cui un bimbo, guardando delle drag queen che gli mandano baci e mostrano la lingua, scompare e riappare in boa di struzzo e movenze effiminate seguite dal claim “diventa gay anche tu”. O che il profilo di Mirko Volpi, ricercatore di letteratura italiana all’università di Pavia e collaboratore fogliante, venga bloccato dopo che aveva raccontato sulle nostre pagine di come Facebook lo avesse già sospeso per aver scritto che “a Nosadello non ci sono culattoni”». Nelle maglie del politicamente corretto finisce infatti anche il Foglio, «abbiamo pubblicato la famigerata opera di Courbet, L’origine du monde. In questo tempio di voyeuristi la patonza non è “social”, lo abbiamo capito, quello che non abbiamo capito è invece l’ossessione del padrone di casa per il ravvedimento: riabilitare l’account bloccato significa rispondere a una serie di domande per verificare che avessimo capito l’errore, che non l’avremmo fatto più… Rieducazione a parte, è un fatto che il social tenga per le palle i giornali, la gente oggi si informa così. Nei paesi in via di sviluppo – dove Zuckerberg sta promuovendo il suo progetto di internet gratuito per tutti, da cui nei prossimi anni arriveranno decine di milioni di nuovi utenti connessi al web – è dimostrato che per molti, soprattutto giovanissimi, internet non esiste, ma esiste solo Facebook».

Pagina del Fatto quotidiano, piace a quasi 1 milione e novecentomila utenti. Per molti commentatori resta la testata dei record col merito di avere rivoluzionato l’informazione sul web: «Tra i media italiani siamo stati i primi a sbarcare su Facebook dove attiriamo il 38 per cento del traffico sul sito», spiega Peter Gomez, cofondatore del giornale e direttore de ilfattoquotidiano.it. «In Italia le trending news non sono ancora attive, non conosciamo l’algoritmo di Facebook ma non mi sorprende che vi sia un intervento umano a gestire i risultati prodotti: se ci limitassimo a selezionare le notizie che generano più traffico troveremmo sempre ai primi posti le dieci posizioni per fare sesso dell’Huffington Post, è naturale che dove non arriva l’intelligenza artificiale ci voglia l’intelletto umano per discernere cosa è notizia è cosa no». Quanto al fattoquotidiano.it «possiamo dire che di quanto postiamo solo il 10-12 per cento arriva ai lettori e che sono premiati i contenuti originali, che non leggono su altre pagine. La censura? Ci ha colpiti due volte, una volta per la foto di una protesta di Femen, un’altra per quella di Sabrina Ferilli sul divano de La grande bellezza. Il problema sono le tette: abbiamo scritto al social, ci ha riattivato l’account, ma niente tette. Poi, uno nel suo club detta le regole che vuole, non ne farei un caso».

Scoiattoli virtuali e peccati reali
Il caso è semmai un altro: «La facilità con la quale ciascuno cede pezzi di privacy in cambio di un servizio: ora Facebook per la gestione delle sue funzioni da mobile ti chiede il numero di telefono, capisco che nessun posto è gratis, ma che assurdità! Credo però tuttavia che i benefici che traggono oggi gli iscritti al social restino superiori alle cose negative. Le stesse domande sui rischi potremmo farcele sui motori di ricerca. Prendiamo il bullismo: c’è qualcosa che arriva prima del social, di internet, del mondo virtuale, ed è la responsabilità reale ed educativa dei genitori».

Luca Sofri, direttore de il Post, 240 mila utenti attivi su Facebook da cui il quotidiano online ricava circa il 30 per cento del suo traffico, non ama il gergo degli internauti, parlare di utenti, ma nemmeno di neutralità della piattaforma: «La maggior parte delle persone iscritte non si pone il problema, così come la maggior parte dei lettori dei giornali non se lo pone rispetto all’affidabilità degli stessi. Io ho solo questo pensiero: che la questione che si pone con Facebook (quanto il messaggero influisce deliberatamente sulla nostra comprensione del mondo) sia la stessa che riguarda gli altri mezzi di informazione. Trovo più pericoloso chi produce informazione falsa, parziale, mediocre, che chi la diffonde o chi la diffonde parzialmente». Ma se i social stanno diventando il primo strumento di informazione, aumenta la libertà di informazione o la quantità di informazioni nasconde di fatto le verità più scomode al mainstream? Luca Botturi, docente-ricercatore, responsabile della comunicazione del dipartimento formazione e apprendimento Supsi, ritiene vere entrambe le affermazioni: «I social media danno più libertà di informazione, e allo stesso tempo hanno fatto crescere una foresta che nasconde le piante più rare. Internet è un luogo digitale interconnesso con oltre 3 miliardi di voci: una foresta immensa e intricata. Chi impara a controllarlo acquisisce inevitabilmente un certo potere».

Ricapitolando, Facebook non è un giornale o una tv, il suo obiettivo non è diffondere informazioni di qualità, ma fare utile, avere più utenti, più visite: una sorta di tempio aconfessionale dove ci si ritrova tutti sacerdoti, un organo apartitico dove diventiamo tutti politici. Dove il progressismo tecnologico che ignora l’ironia è il portatore (sano?) della censura contemporanea. «La morte di uno scoiattolo davanti a casa può essere più pertinente per i tuoi interessi immediati di quella di una persona in Africa», dice Zuckerberg. L’impressione è tuttavia che nessun interesse virtuale per scoiattoli o gorilla, né i repulisti più severi di salami e patonze, riesca a cancellare il nostro, vero peccato originale. Quello di essere, una volta iperconnessi, ontologicamente tutti un po’ più “cazzoni” (e chissà se questa ultima parola sarà l’utile argomento per bruciare anche questo articolo sul rogo tecnologico).

Foto Ansa

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4 Commenti

  1. Giannino Stoppani says:

    Non capisco che gusto ci sia a far parte di una comunità tanto bigotta. Un bel gesto dell’ombrello e alé.

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