L’Europa butta nel cestino quasi due milioni di firme della petizione “Uno di noi”. «Ci temono. Non ci dobbiamo arrendere»

Intervista a Maria Grazia Colombo, portavoce del Comitato. «La Commissione e chi ci ha combattuto ha avuto paura che la nostra petizione facesse crollare l’impianto abortista della legislazione europea»

«La volontà di due milioni di cittadini europei è stata completamente snobbata dalle istituzioni. È successo tutto dopo le elezioni, come a dire che l’Unione Europea è ben consapevole dello scollamento fra sé e gli elettori, come se li temesse e li disprezzasse». Maria Grazia Colombo, portavoce del Comitato italiano della campagna “Uno di noi”, parla così della decisione della Commissione europea di bocciare la petizione firmata da 1.901.947 persone in 28 diversi paesi in cui si chiedono leggi a tutela dell’embrione.

Colombo, la Commissione uscente, fra i suoi ultimi atti, ha deciso di accantonare “Uno di noi”. Come mai?
Secondo i commissari era urgente ribadire l’inutilità del divieto di finanziamento della ricerca sugli embrioni, in quanto la legislazione proteggerebbe già l’embrione. Credo che, se fosse davvero così, non avrebbero avuto fretta di chiudere al più presto la porta in faccia a tante persone, proprio un momento prima di dimettersi.

Chi ha fatto pressione perché ciò accadesse?
Alcune associazioni e lobby. Il 10 aprile scorso, prima della decisione, abbiamo partecipato in circa 400 persone all’audizione di fronte alla Commissione. Lì mi sono accorta di quanto in Italia non ci si renda conto della forza dei progressisti: fuori dall’aula hanno preso in mano i cartelli a favore dell’aborto e ci hanno accusati di violenza contro la donna e la sua libertà di scelta.

Cosa c’entra l’aborto con la ricerca sugli embrioni?
Il punto è proprio questo. La Commissione e chi ci ha combattuto ha avuto paura che la nostra petizione facesse crollare l’impianto abortista della legislazione europea. Questo è il vero motivo per cui si sono spaventati. Ammettere che due milioni di persone pensino che l’embrione sia un essere umano da tutelare significa dover accettare che sia sullo stesso piano di ogni persona, con tutti i suoi diritti, compreso quello alla vita.

Cosa pensa in merito alle motivazioni della Commissione?
Sono motivazioni incoerenti: prima si dice che esiste già una legge simile poi si ribadisce che, comunque, la sperimentazione è necessaria come servizio alla ricerca contro le malattie. Come dire che non si può tollerare l’uccisione di un embrione, se non per curare un essere umano già sviluppato.

Se questa è la situazione, a cosa è servita la vostra campagna?
Innanzitutto a far capire la distanza delle istituzioni dalla volontà popolare, ma anche a evidenziare che l’Unione Europea teme fortemente la forza che può venire dai cittadini. Significa che non ci si deve arrendere, ma cominciare ad usarla di più. Conosciamo tutti i parlamentari italiani che prima di essere eletti hanno sottoscritto il manifesto in difesa della famiglia: li contatteremo, ora dovranno tener conto di quello che è successo.

Se persino il lavoro di mesi è stato snobbato, come pensate di incidere?
L’iniziativa ha generato una rete di movimenti a favore della famiglia e della vita, presenti in tutta Europa e forti in alcune nazioni come la Polonia. Questo era solo l’inizio, credo che con un’azione congiunta nel tempo si possa contenere meglio la deriva. Ma anche non ottenessimo una vittoria numerica ora, è necessario per il futuro che ci sia chi continua ad affermare ciò che è bene.