Egitto e Tunisia: stato di emergenza contro il terrorismo per salvare la democrazia

Gli osservatori internazionali temono che una svolta autoritaria riporti i due paesi ai vecchi regimi. Ma se perdono contro il terrorismo, Tunisi e Il Cairo finiranno nel caos

Gli osservatori internazionali temono un «ritorno al passato» e criticano le iniziative da ancien regime prese da Egitto e Tunisia per contrastare il terrorismo. La realtà però, al di là della favola della Primavera araba, è complessa e gli attentati dei jihadisti rischiano di far piombare nel baratro i due paesi del Nord Africa.

STATO DI EMERGENZA. A Tunisi, domenica 4 luglio, il presidente Caid Essebsi ha dichiarato lo stato di emergenza. Per giustificare la decisione, ha citato un «pericolo imminente» che, per essere sventato, «ha bisogno dello spiegamento di tutte le unità di sicurezza della polizia, della guardia nazionale e dell’esercito».

ATTENTATI. La Tunisia conosce bene questa condizione, perché ha vissuto sotto lo stato di emergenza dal 14 gennaio 2011, giorno in cui l’ex dittatore Ben Alì è fuggito dal paese, al 6 marzo 2014. Un anno dopo la fine dello stato di emergenza, il 18 marzo 2015, lo Stato islamico ha assaltato il museo del Bardo, uccidendo 22 persone, tra cui 21 turisti. Quando la minaccia sembrava essere rientrata, il 26 giugno è toccato a 38 turisti in vacanza a Sousse essere massacrati da un jihadista dell’Isis.

SALVARE L’ECONOMIA. Lo stato di emergenza dà il potere al ministro degli Interni di proibire manifestazioni e assemblee pubbliche, censurare la libertà di stampa, limitare la libertà di movimento dei cittadini. Contrariamente agli anni passati, sembra che verrà applicato «in modo draconiano». Inoltre, l’esercito avrà nuove prerogative e potrà agire a fianco della polizia.
Per Human Rights Watch questi poteri sono «esorbitanti ed eccezionali», ma dalle parti di Tunisi sanno bene che, con 3 mila tunisini partiti per il jihad in Siria (500 tornati) e centinaia di migliaia di giovani senza lavoro, se non riuscirà a garantire la sicurezza del paese, e magari salvare la stagione turistica, con l’economia crollerà anche la fragile democrazia tunisina.

ANTI-TERRORISMO. Nelle stesse turbolenti acque si trova il vicino Egitto. Il capo dello Stato Abdel Fattah al-Sisi ha promesso che questa settimana il governo varerà una nuova legge anti-terrorismo per contrastare gli attentati che nell’ultima settimana hanno di nuovo sconvolto il paese.
Secondo le prime indiscrezioni, sembra che la nuova legge garantirà poteri quasi illimitati alla polizia, velocizzerà i processi eliminando un grado di giudizio, censurerà la stampa e minerà la libertà di espressione. Ad esempio, è prevista una pena minima di due anni di carcere per la pubblicazione di «false informazioni sugli attacchi terroristici che contraddicono le dichiarazioni ufficiali».

JIHADISTI IN SINAI. Sulla partita della sicurezza Al-Sisi, ex comandante in capo dell’esercito, si gioca tutto. Se gli egiziani l’hanno eletto presidente è perché non ne possono più di anni di insicurezza e terrorismo, e vorrebbero uscire dalla “fase rivoluzionaria” per tornare un paese normale. Ma il recente assassinio del procuratore generale Hisham Barakat, responsabile di molte condanne a morte di Fratelli Musulmani, e l’uccisione nel Sinai da parte dell’Isis di oltre cento persone, rischiano di far naufragare questo desiderio.

SVOLTA AUTORITARIA? Alcuni aspetti della nuova legge sono «incostituzionali», come scritto anche dall’importante quotidiano egiziano Al Ahram, e molti temono una svolta autoritaria di Al-Sisi, visto che al Cairo ancora non è stato eletto un Parlamento. Ma se il paese non riuscirà a sventare la minaccia terroristica, ricadrà di nuovo nel caos. E Al-Sisi lo sa.

Foto Ansa/Ap