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Effetto Trump. Come si spiega il boom borsistico

gennaio 26, 2017 Redazione

Si evocavano catastrofi, è andata diversamente. Come mai? Le opinioni degli analisti sul record fatto registrare dalla Borsa

Dopo aver segnato per 16 volte il nuovo record storico giornaliero successivamente all’elezione del nuovo presidente americano Donald Trump (9 novembre 2016), il 25 gennaio l’indice borsistico Dow Jones ha superato per la prima volta nella storia i 20.000 punti. Il Dow Jones Industrial Average, che viene calcolato soppesando il prezzo dei principali 30 titoli di Wall Street, non è l’unico né il più importante degli indici borsistici che hanno registrato un’impennata con l’ascesa al potere del miliardario newyorkese. Anche l’S&P 500, che segue l’andamento di un paniere azionario formato dalle 500 aziende statunitensi a maggiore capitalizzazione, trattate alla Borsa di New York (Nyse) e al Nasdaq, sta facendo sfracelli. Giorno dopo giorno segna nuovi record storici, giovedì 26 gennaio ha toccato quota 2.298 punti.

Fra le molte catastrofi che una vittoria di Donald Trump alle presidenziali avrebbe dovuto comportare, anche quella dei mercati finanziari globali era stata evocata. Il ragionamento più o meno era: coi suoi provvedimenti protezionistici Trump causerà un rallentamento dell’economia mondiale, e questo si rifletterà anche sugli indici di borsa. Il giorno stesso dell’elezione il Guardian di Londra aveva pubblicato un articolo a firma Stephen Koukoulas che esordiva così: «I mercati finanziari hanno detto al mondo quello che pensano dell’elezione di Donald Trump come presidente americano: non è una buona cosa. I titoli azionari globali, sia i futures che nel mercato fisico, hanno cominciato a indebolirsi quando i primi voti scrutinati hanno fatto intuire che Trump poteva vincere. Sono crollati quando è stato chiaro che avrebbe probabilmente vinto».
Che cosa ha fatto cambiare radicalmente parere ai mercati nelle settimane seguenti fino ad oggi? Osservatori e analisti oscillano fra scetticismo, prudenza e riconoscimenti obiettivi. Il Sole 24 Ore affida il commento al premio Nobel per l’economia Robert J. Shiller che esordisce nel più scettico dei modi: «I mercati speculativi sono sempre stati vulnerabili all’illusione», e che prosegue sottolineando che il Dow Jones aveva segnato per nove volte il record storico di giornata anche prima del voto del 9 novembre, «quando i pronostici davano per scontata la vittoria di Hillary Clinton». Quindi conclude che non si possono fare pronostici, ma solo qualche ipotesi: «Trump non è mai stato chiaro e coerente su come si muoverà da presidente. Gli sgravi fiscali sono chiaramente sulla sua agenda, e lo stimolo potrebbe portare a una risalita degli indici azionari. Una flessione delle imposte sulle imprese dovrebbe tradursi in un rincaro degli indici borsistici, mentre i tagli relativi all’imposta sui redditi personali potrebbero tendere a trascinare a al rialzo i prezzi immobiliari (eventualmente controbilanciato da altri modifiche del sistema tributario)».

Insomma, il boom borsistico dell’alba dell’era Trump rimane senza spiegazioni. Il Financial Times, invece, testata che non simpatizza certamente per le politiche dichiarate del nuovo presidente, ha le idee chiare sulle cause degli ultimi rialzi: «L’indice S&P 500 ha registrato nuovi massimi storici, aiutato dai rallies nei settori economicamente sensibili interessati direttamente dai primi atti esecutivi del presidente Trump, incluso il provvedimento che esige che sia usato acciaio prodotto negli Usa per oleodotti e gasdotti nazionali e quello relativo alla costruzione di una barriera lungo il confine col Messico. Gli investitori hanno riversato denaro nelle azioni di banche e altre compagnie del ciclo economico nella convinzione che un mix di tagli alle tasse e stimolo fiscale da parte dell’amministrazione Trump accelereranno la crescita economica e l’inflazione».
Il quotidiano finanziario londinese evidenzia che Dow Jones e S&P 500 non sono gli unici indici che hanno tratto giovamento dalle politiche del neo-presidente. «I piani dell’amministrazione Trump di aumentare la spesa in infrastrutture, diminuire le regolamentazioni e ripensare l’atteggiamento dell’America per quanto riguarda il commercio mondiale hanno sollevato le attese sia riguardo all’inflazione che alla crescita economica, favorendo il rialzo del valore delle azioni dell’industria mineraria in questi primi giorni dell’anno. L’indice ACWI Metals & Mining, termometro dell’andamento dei grandi giganti minerari, è cresciuto di quasi il 15 per cento nel corso del 2017, il suo risultato migliore in più di un decennio».

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