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Dogma e liturgia. Il Concilio secondo il cardinale Giuseppe Siri

giugno 15, 2014 Giuseppe Brienza

In un nuovo libro le istruzioni pastorali date dall’arcivescovo di Genova alla sua diocesi sull’applicazione della riforma liturgica del Vaticano II

Nell’ultima riunione della Congregazione dei vescovi, che papa Francesco ha tenuto in Vaticano il 27 febbraio scorso, il Pontefice ha tracciato le linee della missione episcopale secondo il suo pensiero. Non è stato molto ripreso dai media ma, in tale rilevante circostanza, Bergoglio ha indicato l’esempio di un pastore poco amato dai “progressisti” come il cardinale Giuseppe Siri (1906-1989, sopra nella foto con re Baldovino del Belgio), noto soprattutto per il suo impegno, durante il Concilio Vaticano II, nel cercare d’innestare i necessari “aggiornamenti” nella solida cornice della tradizione. Per esempio in campo ecclesiologico quando, all’inizio della discussione sullo schema De ecclesia nel dicembre 1962, al fine di contrastare una visione “troppo orizzontale” della Chiesa che andava profilandosi nelle discussioni e nelle prime bozze del documento, l’allora arcivescovo di Genova (lo fu dal 1946 al l987) pronunciò un vigoroso intervento per chiedere ai padri conciliari di dedicare piuttosto un doveroso approfondimento al rapporto tra chiesa visibile e Corpo mistico di Cristo.

WOJTYLA E BERGOGLIO. Siri fu pubblicamente elogiato, per il suo encomiabile ruolo di pastore, da san Giovanni Paolo II quando si recò in visita pastorale a Genova nel giugno del 1985 e, come anticipato, anche Francesco ne ha richiamato di recente il luminoso insegnamento. Nel suo discorso alla Congregazione dei vescovi, infatti, ricordando la loro chiamata ad essere custodi ed apostoli della Verità, Bergoglio ha richiamato al proposito «[…] che il Cardinale Siri soleva ripetere: “sono le virtù di un Vescovo: prima la pazienza, seconda la pazienza, terza la pazienza, quarta la pazienza e ultima la pazienza con coloro che ci invitano ad avere pazienza”» (L’Osservatore Romano, 28 febbraio 2014).

LA RIFORMA LITURGICA. Del cardinal Siri, che per lunghi anni è stato presidente della Conferenza Episcopale Italiana ed è considerato uno dei maggiori teologi del XX secolo, esce ora la raccolta Dogma e liturgia, che riunisce scritti e discorsi del porporato raccolti e commentati da monsignor Antonio Livi.
Dalla lettura di tutti questi testi emerge una costante e “profetica” preoccupazione di Siri per salvaguardare, nell’applicazione delle riforme del Concilio, quel motivo teologico di fondo per cui il dogma dovrebbe continuare a suscitare ed orientare, anche in tempi di rinnovamento profondo, la vita liturgica e la prassi sacramentale della Chiesa. Nell’inviare i fedeli a rispondere alla rispettiva e specifica missione nel mondo, infatti, quella dottrina custodita e trasmessa infallibilmente che è il dogma, rappresenta l’unico mezzo in grado di far conoscere e guarire le malattie mortali dell’anima. «La fede viva e vissuta – scrive Livi nella presentazione -, che non può esistere senza una sempre più convinta adesione al dogma – porta innanzitutto allo spirito di adorazione, cioè a lodare e a ringraziare Dio che ci ha rivelato la sua natura (la trinità delle Persone nell’unità della sostanza divina) e i suoi disegni di salvezza in Cristo (l’Incarnazione, la Redenzione, la Chiesa). Ma l’adorazione non si esprime solo nell’intimità della preghiera individuale ma anche nella preghiera comunitaria e nei riti pubblici, e questo è appunto la liturgia».

DOGMA E LITURGIA. Le norme liturgiche oggi vigenti, dopo la riforma voluta dal Vaticano II, prevedono infatti l’istruzione catechistica (omelia) dopo le letture scritturistiche della santa Messa, all’inizio del rito del Battesimo e anche del Matrimonio fuori della Messa, come anche un ricordo esplicito della dottrina rivelata all’inizio del rito della Penitenza sacramentale. Ai tempi di Siri, la Conferenza Episcopale Italiana ebbe cura appunto di fissare delle norme precise in merito nel celebre documento che si intitola appunto “Evangelizzazione e sacramenti” e che fissa il piano pastorale per gli anni dal 1973 al 1980. Questi principi teologici riguardanti il rapporto tra dogma e liturgia hanno guidato i Pontefici che nell’ultimo secolo sono intervenuti con l’aggiornamento dottrinale e le necessarie riforme in materia liturgica, a partire da Pio XII, che pubblicò un’enciclica sul rinnovamento liturgico (la Mediator Dei et hominum, del 20 novembre 1947) e inoltre provvide a un’importante ristrutturazione dei riti della Settimana Santa.
Tra i vescovi italiani diversi sono stati quelli che, nel “post-Concilio”, hanno tentato con successo d’impostare la loro azione pastorale assicurando nella propria diocesi l’osservanza delle norme liturgiche, sia tradizionali che nuove, facendo sì che l’adeguata conoscenza e a personale interiorizzazione dei misteri rivelati servissero a incrementare lo spirito di adorazione di tutti i fedeli e la loro la fruttuoso partecipazione all’azione liturgica comunitaria nelle parrocchie e negli istituti religiosi.

PASTORALE DEL LAVORO. Ma il card. Siri è stato anche un precursore dell’azione pastorale in Italia nei luoghi di lavoro. Infatti, come è stato recentemente ricordato anche dal suo successore della diocesi di Genova e nella CEI, il cardinal Angelo Bagnasco, nell’omelia pronunciata per la scorsa solennità di San Giuseppe patrono dei lavoratori, l’apostolato svolto nella diocesi dai Cappellani del lavoro è soprattutto «merito della tenacia lungimirante del cardinale Giuseppe Siri, che volle garantire questa forma di servizio pastorale anche in tempi difficili».
Per rendere accessibili oggi a un pubblico vasto i documenti dell’illuminata azione pastorale del cardinale Siri la raccolta in questo libro dei suoi più significativi interventi dottrinali e disciplinari che vanno dal 1955 al 1972, è sicuramente opera meritoria ed, anzi, necessaria, per alimentare la santità del popolo di Dio a partire soprattutto dalla vita liturgica e sacramentale.

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