Dieci anni fa moriva Terri Schiavo. Fallaci: «Negare la pietà e la speranza significa educare alla Morte»

Ecco cosa disse in una memorabile intervista la scrittrice sul caso della donna in stato vegetativo lasciata morire di fame e sete dal marito e dai giudici

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terri-schiavo-ansaIl 31 marzo di dieci anni moriva di fame e di sete, dopo due settimane di agonia, Terri Schiavo, o meglio «Terri Schindler» come si ostinava a chiamarla Oriana Fallaci che, anche con l’utilizzo del cognome da nubile, voleva segnalare la triste storia di questa donna abbandonata e fatta uccidere dal marito. Proprio a riguardo di quella vicenda, la grande scrittrice italiana concesse una memorabile intervista a Christian Rocca del Foglio (“Barbablù e il mondo nuovo”). Ne riportiamo alcuni passaggi.

Sta dicendo che lo stato-vegetativo di Terri non era irreversibile?
Non lo dico io. Lo dicono i neurologi che contestano e per anni contestarono la diagnosi dei vari Cranford. Dico “vari” perché furono almeno quattro i neurologi che determinarono la sentenza di morte emessa dai becchini travestiti da giudici. Alcuni, addirittura abbinando il vocabolo “coma” con l’espressione “stato-vegetativo”, e Cristo! Lo stato-vegetativo si distingue dal coma in modo molto preciso. Il coma è un sonno continuo. Lo stato-vegetativo è un alternarsi di sonno e di veglia durante la quale il malato vede, capisce, reagisce agli stimoli. Per esempio, alle persone che gli stanno vicino. E questo era il caso di Terri. “A vederci si illuminava come un albero di Natale” hanno detto più volte i suoi genitori. E la prova che non mentivano ci è fornita dal video trasmesso da tutte le televisioni del mondo. Quello nel quale sua madre si china a baciarla e Terri si illumina veramente come un albero di Natale. I suoi occhi si spalancano, brillano di gioia. La sua bocca si apre in un sorriso beato, e attraverso quel sorriso beato sembra dire: “Grazie d’esser venuta, mamma”. C’è di più. A un certo punto, la madre le mostra un palloncino coi personaggi di Walt Disney. E Terri lo osserva incuriosita, divertita. Il padre le pone domande e Terri risponde rantolando sì o no. “Yeaaah! Naaah!”. Lo pronuncia davvero male, quel sì e quel no. Però si tratta proprio di un sì e di un no. Chiunque abbia visto e udito quel video può testimoniarlo, e a dirlo sono anche le infermiere che la curavano. Due di loro raccontano addirittura che, a veder Barbablù (il marito, ndr), Terri si comportava in modo completamente diverso da quello in cui si comportava coi genitori. Chiudeva gli occhi oppure distoglieva lo sguardo, assumeva un’espressione ostile, taceva ostinatamente, e altro che stato-irreversibile! Quella era una donna che capiva. Che pensava, che ragionava. Io sono certa che la sua lunga agonia, la sua interminabile esecuzione effettuata attraverso la fame e la sete, Terri l’abbia vissuta consapevolmente. Quanto a quel tipo di esecuzione, alla fame e alla sete che sopravvengono quando si rimuove il tubo nutritivo, dico: gli spartani che eliminavano i bambini deformi gettandoli dalla Rupe del Taigeto erano più civili di noi. Perché a cadere dalla Rupe del Taigeto i bambini morivan sul colpo. Terri, invece, a morire ci ha messo ben quattordici giorni.

fallaci-ansaEppure il 67 per cento degli americani ha approvato il verdetto emesso dal giudice Greer e inesorabilmente confermato dai trentanove giudici che lo hanno seguito. Tra questi i giudici della Corte Suprema che col suo rifiuto ad accettare l’appello presentato in extremis dagli Schindler sigillò il suo imprimatur. Cosa ne deduce?
Ne deduco che nella nostra società parlare di Diritti-Umani è davvero un’impostura, una farisaica commedia. Ne deduco che da noi essere malati in modo inguaribile è un delitto per cui si rischia la pena capitale. Ne deduco che nel nostro tempo chi è malato in modo inguaribile viene considerato un cittadino inutile, un disturbo da cancellare, quindi un reprobo da punire. Ne deduco che, per non esser gettati dalla rupe, nella nostra società bisogna essere sani e belli e in grado di partecipare all’Olimpiadi o almeno giocare la fottuta partita di calcio. Be’, allora eliminiamoli tutti quei cittadini inutili, quei disturbi da cancellare, quei reprobi da punire. Ammazziamoli tutti gli handicappati, i paralitici, i paraplegici, i tetraplegici, i mongoloidi, i nonni e le nonne novantenni che giacciono a letto col femore rotto. E con loro i rachitici, i gobbi, i monchi, gli zoppi, i ciechi, i sordi. Anche se sono sordi come Beethoven che da sordo scrisse l’Eroica. Anche se sono ciechi come Omero che da cieco scrisse l’Iliade e l’Odissea. O come Milton che da cieco scrisse il Paradiso perduto poi il Paradiso ritrovato. Anche se sono rachitici e gobbi come Leopardi che da rachitico e gobbo scrisse A Silvia e L’Infinito. O anche se sono tetraplegici come Stephen Hawking, da circa cinquant’anni immobilizzato da una sclerosi amiotrofica e da almeno dieci incapace di parlare. Infatti vive su una sedia a rotelle dalla quale ciondola come un fiore appassito, e per comunicare usa un sofisticato computer dove non riesce a trasmettere più di quindici parole al minuto. Eppure è uno degli scienziati, dei cosmologi, più celebri della nostra epoca. In quelle condizioni ha scritto dozzine di libri tra cui il bestseller Breve storia del Tempo – I Buchi Neri e il Baby Universo. E, nel 2001, l’altro bestseller L’universo in un guscio di noce. Non solo: ha ricevuto almeno dodici lauree ad honorem nonché un numero indefinito di premi internazionali e, sebbene sia un mostro dalla testa ai piedi, per quindici anni ha avuto una moglie che gli ha dato tre figli. Ma sì: condanniamoli tutti a morte, quegli sciagurati indegni di partecipare alle Olimpiadi e di giocare la fottuta partita di calcio. Eliminiamoli tutti, inclusi gli ammalati di Aids o di Alzheimer o di cancro. E per incominciare eliminiamo subito anche me, senza attendere che mi ammazzino i musulmani dai quali sono stata condannata a morte non con l’avvallo della società ma con quello di Allah. Anch’io sono un malato inguaribile. Lungi dal curarmi con lo sciroppo per la tosse o dal definire il mio Alieno “un tipico reumatismo”, oggi tutti i medici mi dicono: “Signora, il suo cancro è inguaribile”. Lo è. Le mie illusioni di poterlo combattere, le illusioni di cui parlo nel libro Oriana Fallaci intervista sé stessa, si sono dissolte mentre scrivevo L’Apocalisse. Gli sforzi di Thomas Fahey, il mio oncologo, servono soltanto a tentar di farmi durare un pochino di più. Anch’io, dunque sono colpevole. Anch’io merito d’essere scaraventata dalla Rupe della Fame e della Sete. Qualcuno può replicare che la mia intelligenza è superiore a quella di Terri, che almeno in quel senso non sono un cittadino inutile, che anche se malata inguaribile servo a qualcosa. A scrivere, per esempio. A dialogare con le coscienze, a denunciare le verità. Ma chi ha detto che la vita sia intelligenza e basta?!?

L’astronoma Margherita Hack, per esempio. “Quando il cervello non funziona più” ha commentato durante l’agonia di Terri “non c’è più vita, si è vegetali”.
Di stelle e di galassie la signora Hack se ne intende parecchio, sì, ma di medicina assai meno. E di umanità ancor meno, vedo, sebbene sia abbastanza vecchia e di solito la vecchiaia renda più umani. Perché non è vero che la vita sia intelligenza e basta. Gli animali non scrivono l’Iliade, l’Odissea, il Paradiso perduto, l’Eroica, L’Infinito e L’universo dentro un guscio di noce. Non dipingono la Cappella Sistina, non dissertano sui Buchi Neri, non vanno sulla Luna e su Marte. E gli alberi, le piante, insomma i vegetali, lo stesso. Loro non riescono memmeno a camminare, spostarsi. Eppure sono vivi. E se non esistessero, la vita su questo pianeta non esisterebbe. Del resto chi ci assicura che gli alberi non siano intelligenti, non pensino? Il mio sospetto è che, per contribuire alla nostra esistenza, un pensiero lo debbano avere. Ma ammettiamo pure che non pensino, che come loro Terri non pensasse, reagisse agli stimoli e basta: dove li mettiamo i sentimenti e le sensazioni a cui la signora Hack sembra non dare importanza? La vita è fatta anche di sentimenti, è fatta anche di sensazioni. E chi ha detto che un malato inguaribile, un “cittadino inutile”, non sia degno di viverla attraverso i sentimenti e le sensazioni. La vita si misura sull’utilità o sull’essenza? Negli anni settanta Pearl Buck, la grande romanziera americana autrice de La buona terra, la vincitrice del Nobel quando il Nobel era una cosa seria, mi raccontò che in seguito a una lesione al cervello sua figlia viveva come un vegetale. Era bellissima, apparentemente sanissima, ma non aveva alcuna forma di intelligenza. Non serviva a nulla e a nessuno, disturbava il prossimo e basta. Però capiva la musica meglio di lei. La amava disperatamente, e quando le portavi un disco di Mozart o di Brahms o di Chopin anche lei si ravvivava tutta. Sorrideva, rideva, parlava fino a farti sperare che un giorno guarisse. Ciò era sufficiente a conferirle la dignità di vivere o no? Secondo Pearl Buck, lo era. Secondo me, lo stesso. Questo senza tener conto del fatto che se il metro di misura fosse l’utilità, la maggioranza degli esseri umani dovrebbe essere eliminata. La nostra società divampa, scoppia, di gente inutile. Di fannulloni, di scansafatiche, di buoni a nulla, di mangia a ufo. E se ho torto, se la signora Hack ha ragione, se la vita è intelligenza e basta, se in mancanza di intelligenza i sentimenti e le sensazioni non bastano a renderci degni di viverla, che ne facciamo di ciò che ha nome pietà? Che ne facciamo di ciò che ha nome speranza? Oltre che di sentimenti e di sensazioni, la vita è fatta di pietà e di speranza. E un essere umano non può negare la pietà, non può negare la speranza, perdio. Negare la pietà e la speranza, significa educare alla Morte, al Culto della Morte.

Foto Ansa

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