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Dell’arte cristiana (che non esiste)

novembre 18, 1999 Frangi & Stolfi

Senza ombrello, sotto il temporale 43

È uscito un libro utile anche se un po’ pretenzioso. S’intitola “Storia dell’arte Cristiana”. Lo ha scritto uno studioso olandese, Jan van Laarhoven. In Italia lo ha appena pubblicato Bruno Mondadori (£.55mila). Il libro è utile perché fa conoscere o richiama le ragioni pratiche e concrete che stanno dietro a tanti capolavori che hanno fatto la storia dell’arte tout court. Il libro diventa invece un po’ pretenzioso quando cerca di dare spiegazioni culturali e un po’ astratte sul declino drammatico che l’arte a funzione religiosa ha subito soprattutto nell’ultimo secolo. In realtà l’errore sta proprio nel titolo. L’arte cristiana infatti è una categoria che non esiste. Proviamo a spiegarci. Se c’è una caratteristica che contraddistingue la presenza della Chiesa sin dalle prime battute della sua storia, è quella di non inventare nulla. Guardate i primi edifici cristiani: non inventano nulla rispetto alla basiliche che per i romani erano i luoghi pubblici per eccellenza. Prendono di sana pianta e riadattano ai nuovi scopi. Oggi lo chiamerebbero plagio o parassitismo culturale. Le chiese a pianta centrale, come San Lorenzo di Milano o san Vitale di Ravenna? Krautheimer ha dimostrato che derivano dal modello “nobile” della Minerva Medica di Roma. Sono chiese pensate per un pubblico di standard alto, niente di più. Il libro in oggetto addirittura dimostra come le prime rappresentazioni dell’Ultima Cena derivino direttamente da alcune rappresentazioni di Socrate a tavola con i suoi discepoli. Per non parlare del Buon Pastore, una derivazione da tante immagini di Ermes. Non c’è da stupirsi: il cristianesimo non ha mai avuto il problema di riorganizzare il mondo. La novità che introduce è decisamente un’altra: un cambio di soggetto. Il soggetto della storia e della salvezza è un Altro, il Dio che si è chinato sull’uomo. Il Tutto che sceglie il rapporto con il nulla. E l’uomo che, per grazia, è stato chiamato a questo riconoscimento, d’istinto lascia che sia Lui, l’Altro, ad agire. Anche la storia delle immagini si adatta a questa regola. Chi meno inventa più si avvicina alla grandezza miracolosa dell’avvenimento cristiano. Prendete la triade Giotto, Masaccio, Caravaggio: li accomuna una semplicità assoluta. Sono pittori persino spogli. Non li muove un protagonismo, ma una forza di adesione, elementare e potente, ai fatti che devono raccontare per immagini. E questo li proietta su un orizzonte di grandezza da far sembrare dei patetici burattini tanti bravi artisti che si muovono intorno a loro, affannati ad inventare qualcosa di nuovo (valga per tutti il paragone tra Masaccio e il buon Masolino alla cappella Brancacci di Firenze).

Per concludere: parlare di storia delle immagini cristiane piuttosto che di storia dell’arte cristiana è una prospettiva culturalmente più sana e più realistica. Secondo: la possibilità di aderire invece che di inventare è una possibilità sempre aperta, anche in un’epoca travolta dalla secolarizzazione come la nostra. Ricordiamocene e sgraniamo gli occhi…

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