D’Amico non era malato. Ma in Svizzera lo hanno ucciso lo stesso. Come funziona il suicidio assistito?

L’autopsia rivela che il magistrato morto a Basilea non era affetto da mali incurabili. Ieri un altro caso. Una vicenda su cui occorre fare luce, anche per altri aspetti

Non era malato. La vicenda del suicidio assistito in una clinica svizzera del magistrato Pietro D’Amico arriva a una svolta sorprendente. D’Amico, 62 anni, come vi avevamo già raccontato qui, senza avvisare la famiglia, in aprile si era recato in una clinica svizzera a Basilea per sottoporsi a suicidio assistito. Ora, dopo l’insistenza della moglie e l’autopsia, si è venuto a scoprire che il magistrato non era affetto da quella «incurabile patologia dichiarata da alcuni medici italiani e asseverata da alcuni medici svizzeri». Lo ha detto il legale della famiglia, l’avvocato Michele Roccisano, presentando i risultati medici e parlando di «errore scientifico fatale».

NON FU SOTTOPOSTO A ESAMI. Solo un errore medico? Ieri tempi.it vi ha raccontato la vicenda del dottor Philippe Freiburghaus che è stato condannato a una multa simbolica di 500 franchi svizzeri per aver prescritto a un paziente il farmaco letale utilizzato nei casi di suicidio assistito senza neanche fare una diagnosi completa della malattia.
Di certo, per quanto riguarda la vicenda D’Amico, ha detto il legale, sia i dottori italiani che quelli svizzeri «avrebbero dovuto sottoporre il paziente a esami strumentali specifici prescritti dalla scienza medica, esami a cui D’Amico non fu mai sottoposto». D’Amico era convinto di essere gravemente malato e certamente era depresso e lo diceva anche ai parenti. «L’errore scientifico gli ha dato quella terribile conferma che lo ha spinto a richiedere l’assistenza della clinica di Basilea». Sulla vicenda ora indagheranno sia la magistratura italiana sia quella elvetica.

DOTTORESSA MORTE. Di certo la vicenda getta un’ombra inquietante sul mondo del “suicidio assistito”. Lo ha detto sempre l’avvocato Roccisano: «In precedenti tentativi, non ancora provvisto di quelle errate certificazioni, D’Amico non aveva ottenuto dai medici svizzeri il suicidio assistito. Ma anche l’indagine in corso in Svizzera stabilirà se sia stata violata anche la meno severa legislazione svizzera che, comunque, impone ai medici che assistono il paziente al suicidio di accertarsi che sia affetto da una patologia terminale, non potendo gli stessi accogliere acriticamente i referti presentati dal paziente e/o i sintomi descritti dal paziente che, spesso, specie se depresso, tende a somatizzare disturbi a volte dovuti a malanni molto più benigni. La legge svizzera prescrive anche che la diagnosi sia fatta da almeno due medici svizzeri diversi da quello che poi assiste il paziente al suicidio, mentre, nel caso, ciò sembra non essere avvenuto, poiché uno dei medici che ha confermato la malattia era la stessa “dottoressa morte”». E parla di «sconvolgente verità che rende, se possibile, ancora più dolorosa la morte di quel grande intellettuale e grande magistrato».

MACCHINA DELLA GOGNA. Ma la vicenda D’Amico meriterebbe di essere indagata anche per altri motivi. Il magistrato, infatti, come arrivò a essere stanco della vita? D’Amico fu al centro di uno scontro tra procure che lo debilitò nel corpo e nello spirito. Nel 2007, anche grazie a certi “accertamenti tecnici” di Gioacchino Genchi, si ritrovò indagato dalla procura di Salerno, competente sui magistrati del distretto di Catanzaro, per presunte fughe di notizie sull’inchiesta Poseidone, una delle indagini che resero noto l’allora pm Luigi De Magistris. D’Amico a Salerno fu messo sotto indagine perché sospettato di aver passato informazioni ad uno degli indagati dell’inchiesta Poseidone, l’avvocato e allora parlamentare di centrodestra, Giancarlo Pittelli.
Come scrisse giustamente sul Corriere della Sera Pierluigi Battista la storia di D’Amico è quella di un innocente che non ha retto «il peso della macchina della gogna che gli hanno costruito addosso».