Da immigrati a mediatori linguistici. L’integrazione passa dal multilinguismo?

Alcune settimane fa è tornata d’attualità la storia del primo ufficio postale multietnico aperto a Roma, 2 anni fa.

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Alcune settimane fa è tornata d’attualità la storia del primo ufficio postale multietnico aperto a Roma, 2 anni fa. Una decina di impiegati tra italiani, siriani, cinesi, egiziani, rumeni e filippini, tutti assunti da Poste italiane con il “Progetto multilingua” per assistere una parte di clientela – quella straniera – sempre più numerosa e attiva. Un’iniziativa che si intreccia con le storie di immigrazione e di rivincita di uomini e donne (alcuni sbarcati con mezzi di fortuna nel nostro Paese) riusciti a conquistare, giorno dopo giorno, il loro pezzetto di integrazione nella società. Da due anni a questa parte, nel frattempo, di sportelli multilingua ne sono spuntati ben 19 in tutta Italia – a Milano, Padova, Napoli, Firenze, Bari, Prato…- e la ricerca di stranieri o di italiani in grado di parlare più lingue non si arresta (solo qualche settimana fa Poste italiane ha aperto una selezione per impiegati di front end in arabo per la Sicilia), specchio di un Paese sempre più multietnico.

Sempre più immigrati, determinanti per la crescita demografica e l’economia
A dirlo è l’ultimo dossier statistico sull’immigrazione presentato il 27 ottobre a Roma dal Centro studi Idos: si stima che gli stranieri regolarmente in Italia siano circa 5 milioni e mezzo, ai quali si aggiungono i cittadini di origine straniera – 1 milione e 150 mila – che hanno ottenuto la cittadinanza italiana. Per la prima volta dopo molti anni la loro presenza ha sorpassato quella degli italiani all’estero. Gli immigrati sono l’8,3% della popolazione, e, secondo il dossier, hanno un peso significativo “dal punto di vista demografico” in un paese a natalità decrescente come il nostro. Il loro contributo al sistema pensionistico è di 10 miliardi di euro e sono determinanti per diversi settori produttivi.

I “nuovi italiani” che producono e consumano
Nel 2015 il 28,9% dei nuovi assunti in Italia era di origine straniera. Lavoro domestico e agricoltura i principali settori di impiego ma crescono anche le imprese gestite da immigrati, oggi circa 550mila. Una fetta sempre più grande di “nuovi italiani” entra a far parte del sistema sociale ed economico, accede ai servizi, produce, consuma. Diventa potenziale cliente di servizi, come quello postale, che si attrezzano con sportelli multietnici/multilingua per assisterli: immigrati che parlano ad altri immigrati nella loro lingua madre, svolgendo spesso anche un ruolo non secondario di mediazione culturale.

Il multilinguismo fa bene all’integrazione?
C’è chi di fronte a questo meltin pot di idiomi e culture ritiene che il multilinguismo sia di ostacolo a una buona integrazione degli immigrati. Altri che sia uno dei valori della società moderna, in accordo con quanto dichiarato dall’Unione Europea sul tema. Se è vero, infatti, che l’integrazione passa attraverso l’apprendimento della lingua del paese ospitante, è altrettanto vero che il rispetto della diversità linguistica aiuta a sviluppare una “mentalità” dell’accoglienza e la costruzione di un’identità comunitaria. Così la pensano anche gli esperti di una delle più grandi agenzie internazionali di traduzione e mediazione, con più di 4000 linguisti madrelingua, che ogni anno investe 1,2 milioni di euro nella formazione di project manager, network di mediatori culturali/interpreti e in tecnologie per la mediazione, affiancando istituzioni come il Ministero dell’Interno e l’agenzia europea Frontex nella gestione dei fenomeni migratori. “La lingua è un elemento di inclusione sociale ed è importante rafforzare le politiche a favore della traduzione e mediazione culturale come strumento di integrazione” hanno dichiarato.

Al di là di storie di fallita accoglienza o di politiche internazionali più o meno efficaci sull’immigrazione, il multilinguismo resta quindi una risorsa da riconoscere e valorizzare in un contesto sociale e culturale sempre più multietnico, I trend futuri, del resto, parlano chiaro: ancora dal dossier statistico sull’immigrazione: “L’Istat ha ipotizzato, a partire dal 2011, una media di ingressi netti dall’estero superiore alle 300mila unità annue (livello rispetto al quale in questi anni si è rimasti al di sotto), per discendere sotto le 250mila unità dopo il 2020, fino a un livello di 175mila unità nel 2065”. E inoltre: “secondo le proiezioni demografiche dell’Istat, tra il 2011 e il 2065 la dinamica naturale in Italia sarà negativa per 11,5 milioni (28,5 milioni di nascite contro 40 milioni di decessi) e quella migratoria sarà positiva per 12 milioni (17,9 milioni di ingressi contro 5,9 milioni di uscite)”.

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