Credere fra le bombe

La sua famiglia ha dovuto abbandonare la città e la casa che abitava da molti anni per cercare riparo in un villaggio della piana di Ninive. Uno dei suoi fratelli è rimasto ferito mentre faceva la guardia alla chiesa dello Spirito Santo, colpito da schegge e proiettili di un assalto di terroristi. Un altro è minacciato di morte perché si è occupato delle salme delle vittime dell’attacco del 2 giugno, quando furono assassinati il parroco e tre suddiaconi che lo accompagnavano, e ha contribuito a evitare un’altra strage lanciando l’allarme per le mine che erano state collocate sotto i cadaveri. Il sacerdote assassinato, padre Ragheed Ghanni, era stato prima suo insegnante alla facoltà di teologia a Baghdad e poi compagno nel ministero pastorale a Mosul. E adesso due dei pochi sacerdoti cristiani rimasti in città, i padri Pius Afas e Mazen Ishoa della Chiesa siriaca cattolica, sono stati rapiti e il loro destino, al momento in cui scriviamo, è estremamente incerto. Eppure Samer Yohanna, monaco caldeo di 27 anni, ha gli occhi del bambino contento. Complice il fisico pacioccone e il sorriso intelligente del ragazzo che studia senza fatica e impara tutto rapidamente. Il pensiero di tornare a Mosul una volta terminati gli studi a Roma pare non turbarlo: «Padre Ghanni diceva sempre: “Dobbiamo esprimere la speranza che è nella fede cristiana rimanendo presenti, continuando a dire Messa. Questo farà crescere la fede e la speranza della gente”. Sapeva quello che rischiava, gli arrivavano minacce di morte e “inviti” a non dire più Messa in parrocchia, ma mi diceva: “Dobbiamo essere come il buon pastore che dà la vita per le pecore. Io vivo giorno per giorno, non so se mi uccideranno mentre torno a casa. Ma non posso smettere di fare quello che faccio”».
Prima della guerra del 2003 Mosul era la seconda città dell’Iraq per numero di cristiani: caldei, siriaci cattolici e ortodossi, assiri, melchiti, armeni, eccetera. Insieme superavano le 100 mila unità. Proprio per questo il primo assalto terrorista in grande stile contro la presenza cristiana in Iraq, quello del 1° agosto 2004, coinvolse quattro edifici di culto di Baghdad e due di Mosul. Dopo di allora gli edifici sacri, i vescovadi, i conventi e il personale apostolico della città sono sempre rimasti sotto tiro. La capitale ha conosciuto il più alto numero di sacerdoti rapiti, ma a Mosul è finito nelle mani dei sequestratori anche un vescovo (il siriaco cattolico Basile Georges Casmoussa), e di Mosul erano i due preti iracheni uccisi dalla guerriglia: oltre a padre Ghanni il siriaco ortodosso Paulos Iskandar, assassinato nell’ottobre 2006. Dopo oltre tre anni di aggressioni di tutti i tipi, le comunità cristiane in città si sono ridotte al lumicino. La Chiesa siriaca cattolica, che prima della guerra contava 35 mila fedeli, 12 parrocchie e 23 sacerdoti diocesani, oggi conta appena 300 famiglie e 3 sacerdoti. I caldei, un po’ meno numerosi come fedeli, avevano 11 parrocchie, 8 monasteri, 10 sacerdoti. Ora sono rimasti solo 3 sacerdoti che devono garantire la Messa in tutte e 11 le chiese, che vengono aperte solo il sabato e la domenica (ma non sempre e non tutte). La chiesa dello Spirito Santo, che era la principale parrocchia caldea della città con 1.200 famiglie prima della guerra, era scesa a 300 famiglie alla vigilia dell’assassinio del parroco e oggi non ne rimangono più di 80. Le prime comunioni riguardavano 200-300 bambini all’anno negli ultimi tempi del regime. Nel 2006, l’ultima volta che padre Ghanni poté assistere, erano ridotti a 80; e nel luglio scorso, quando il rito è stato celebrato dal vescovo, monsignor Rahho, solo 17 bambini e bambine si sono presentati all’appello. In settembre l’ennesima bomba è stata fatta esplodere davanti alla chiesa e un pulmino della parrocchia è stato portato via a mano armata.
Eppure quella di Mosul non è solo la cronaca di una persecuzione dei cristiani con l’inevitabile effetto della dispersione del gregge e dei pastori. È anche la storia della trasformazione del ruolo sociale dei sacerdoti e insieme del loro doloroso cammino di santificazione, prodotti del fatto che sono diventati bersagli di una violenza mirata. «In Iraq tradizionalmente il sacerdote era oggetto di rispetto da parte di tutti per la sua figura sacrale. E ancora oggi al prete si baciano le mani. Quando appare in una stanza tutti si alzano in piedi per cedergli il loro posto a sedere. Al tempo di Saddam chiunque avesse non dico aggredito, ma minacciato un sacerdote cristiano sarebbe stato arrestato. Dopo la guerra è cambiato tutto: a causa dei pericoli che corriamo, ci vestiamo in maniera da non essere riconosciuti, e la gente sa che non deve sottolineare la nostra identità in pubblico. Ricordo un giorno che portai un gruppo di orfani in un negozio del centro. Ero vestito in borghese per non farmi riconoscere, dicevo ai commessi che ero lo “zio” di quei ragazzi, e loro sapevano di non dovermi contraddire». Il prestigio sociale dei sacerdoti è andato in frantumi, mostrare riguardi o semplicemente rispetto nei loro confronti è diventato un atto che mette in pericolo chi lo compie. La scelta vocazionale è tutta sotto il segno del sacrificio. «Ho preso i voti solenni proprio nel 2003, sono un monaco antoniano di sant’Hormiza», spiega padre Samer. «Quando ero ancora un professo, padre Ghanni mi voleva con lui sull’altare col mio saio. Io mi vergognavo, ma lui diceva che dovevo farlo per aiutare le vocazioni. Ricordo sempre quello che diceva: “Dirci cristiani di questi tempi è una sfida a noi stessi, ma dobbiamo farlo. Altrimenti, che ne sarà della nostra gente?”. Cercava di rassicurare sempre i fedeli. L’ho visto aprire e chiudere lettere di minacce, dicendo a chi aveva vicino: “È la lettera di un amico, la leggo dopo”».

Il coraggio in eredità
Quanto sia centrale la figura dei sacerdoti martiri per i cristiani iracheni lo si è visto alla Messa di commemorazione delle vittime dell’eccidio del 2 giugno presso la chiesa di San Paolo la settimana dopo, col presbiterio affollato di simboli inconsueti. Oltre alle foto dei quattro uccisi (quella di padre Ragheed Ghanni più grande al centro, le tre immagini dei suddiaconi subito sotto, appoggiate alla prima) c’erano una gabbia con dentro un cocorito verde, alcuni pacchi di pasta, un cellulare e un computer portatile. Erano gli oggetti personali di padre Ghanni, che sono stati spartiti fra i familiari dei tre laici uccisi insieme a lui, consegnati dal vescovo in persona. Un modo per dire che quel prete ha dato tutto se stesso per il suo gregge, e che il gregge ha meritato di ereditare la sua fede, la sua forza, il suo coraggio.

  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •