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Così il Belgio è diventato la capitale europea del jihad

maggio 30, 2018 Leone Grotti

L’attentato di Liegi è l’ultimo di una lunga serie. Ma il paese è soprattutto il cuore pulsante del fondamentalismo islamico, che da Bruxelles si ramifica in tutto il Continente.

Il terrorismo islamico torna a colpire in Belgio. A Liegi un uomo di 31 anni, da poco uscito di prigione, ha accoltellato ieri due poliziotte, alle quali ha poi rubato l’arma da fuoco con cui le ha uccise insieme a un giovane nel centro città. Una donna aveva un figlio di 25 anni, l’altra due gemelli di 13, già orfani di padre. Dopo essersi barricato nel liceo Léonie de Waha con un ostaggio, è uscito sparando all’impazzata e gridando «Allahu Akbar» nel tentativo di oltrepassare il cordone di sicurezza delle forze speciali. È rimasto ucciso davanti al liceo, dopo aver ferito quattro agenti, mentre la donna sequestrata sta bene.

 RADICALIZZATO IN CARCERE. L’attentatore si chiamava Benjamin Herman, originario di Rochefort, ed era più volte entrato e uscito dal carcere per crimini comuni. Considerato «violento e pericoloso», secondo LaLibre si era radicalizzato in carcere ed era sotto osservazione dal 2017. Lunedì aveva ottenuto un congedo penitenziario di due giorni, come già successo altre 13 volte in passato, concesso in vista del suo reinserimento nella società. Secondo il procuratore si tratta di «attentato terroristico». Secondo altri giornali locali, l’uomo sarebbe anche sospettato di avere ucciso il complice di una rapina a colpi di martello lunedì notte.

L’ULTIMO GRANDE ATTENTATO. Il Belgio sembra incapace di contenere e neutralizzare il terrorismo islamico, che da Bruxelles parte in modo preoccupante per estendersi in altri paesi, come la Francia, ma non solo. L’ultimo grande attentato che si è verificato nel paese che ospita le istituzioni europee è quello del 22 marzo 2016, quando 32 persone (più tre attentatori) morirono nelle esplosioni all’aeroporto di Zaventem e alla stazione della metropolitana di Maalbeek. Due anni prima quattro persone erano state uccise al Museo ebraico di Bruxelles. Ma la rete jihadista europea, che ha il suo centro nevralgico nella capitale belga, è molto più ampia di questi due episodi.

ESTREMISMO ISLAMICO. È a Charleroi, poco a sud della capitale belga, che Amedy Coulibaly, attentatore dell’Hyper Cacher (2015), si era procurato le armi per poi uccidere quattro persone nel supermercato kosher. Ed è a Molenbeek, sobborgo di Bruxelles, che fu preparata la strage del novembre 2015 al Bataclan in Francia. Ed è sempre nello stesso quartiere che una delle menti della strage, nonché unico sopravvissuto, Salah Abdeslam, è stato catturato dopo l’attentato.

TUTTI A MOLENBEEK. Se Molenbeek è conosciuta come «fabbrica di jihadisti» c’è un motivo: non solo perché il quartiere è in mano a salafiti e fondamentalisti islamici, che fanno il bello e il cattivo tempo in barba alla legge, non solo perché da qui sono passati quasi tutti gli attentatori di Parigi e Bruxelles, ma anche perché nella capitale belga sono stati accolti Hassan el Haski, tra gli ideatori degli attentati di Madrid del 2004, Tarek Maaroufi, uno dei preparatori dell’attacco sventato ai mercatini di Natale di Strasburgo nel 2000, Mehdi Nemmouche, il killer del museo ebraico, Ayoub el Khazzani, che nel 2015 è stato neutralizzato sul treno ad alta velocità Amsterdam-Parigi prima di poter usare il suo fucile d’assalto.
E ancora, a Molenbeek hanno diffuso il verbo del jihad, generosamente mantenute dai sussidi statali, due donne sulfuree: Fatima Aberkan e Malika al Aroud. Quest’ultima, in particolare, è famosa per avere sposato in seconde nozze Abdessatar Dahmane, il tunisino che è riuscito ad assassinare il 9 settembre 2001 il comandante afghano Shah Massoud, spianando la strada all’attentato delle Torri gemelle.

IL PECCATO ORIGINALE. Per anni il Belgio si è rifiutato di vedere quello che era sotto gli occhi di tutti, ovvero un’espansione incontrollata e incontrastata del fondamentalismo islamico. È impossibile rintracciare con precisione l’inizio del problema, ma se proprio bisogna scegliere una data, quella giusta è il 1969. È allora che Bruxelles appaltò all’Arabia Saudita l’educazione dei suoi musulmani, concedendo al Centro islamico e culturale del Belgio (Cicb) la gestione della Grande Moschea di Bruxelles.

«È TROPPO TARDI»? Non è casuale che la collaborazione si sia interrotta quest’anno. Alla decisione del governo ha sicuramente contribuito un’inchiesta dell’Ocam, secondo cui il Cicb educava gli imam con testi utilizzati anche da Al-Qaeda, dove si incita a uccidere gli omosessuali e perseguitare ebrei e infedeli. Per anni chiunque abbia provato in Belgio a denunciare il pericolo, come fece Hind Fraihi già nel 2005, è stato tacciato di «razzismo e islamofobia». Ora il paese deve cambiare atteggiamento, anche se secondo la giornalista freelance «probabilmente è troppo tardi».

Foto Ansa

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