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Cosa accade ogni giorno in un gulag della Nord Corea, dove è legale «lasciare morire di fame»

dicembre 18, 2014 Leone Grotti

Le torture, il lavoro massacrante, la rieducazione, gli uomini «sepolti come spazzatura». La testimonianza di un ex detenuto: «Dopo 11 anni soffro ancora di insonnia per gli incubi»

Sono passati 11 anni e otto mesi da quando Jeong Kwang-il (qui la sua testimonianza integrale) è stato liberato dal campo di concentramento di Yodok in Corea del Nord. Eppure l’uomo che il 30 aprile 2003 è riuscito a scappare dal Paese e dal regime comunista dei Kim ancora soffre «di insonnia a causa degli incubi che i ricordi del campo mi provocano».

L’ARRESTO. «Sospettato di essere una spia», Jeong è stato arrestato il 22 luglio 1999 per aver contattato un cittadino della Corea del Sud mentre si trovava in Cina come manager di una compagnia commerciale. Trascinato in un campo di prigionia, luogo di detenzione diverso dal gulag, «sono stato picchiato con una mazza spessa cinque centimetri. Sono stato percosso così violentemente che ho ancora i segni sulla parte posteriore del capo. Tutti i miei denti sono stati spezzati».

corea-del-nord-torture-hDA 75 A 35 KG. Nel campo di prigionia di Hoeryong, Jeong è passato in otto mesi «da 75 a 35 chili». In cella con altri due prigionieri politici, è l’unico sopravvissuto. Nel campo ha subito la terribile «tortura del piccione», che causa crampi e impedisce di addormentarsi, e non potendo andare al bagno era costretto a «urinare in cella. Ogni tanto le guardie mi dicevano: “Ti sarebbe convenuto morire”». Per sopravvivere, Jeong ha confessato crimini «che non ho mai commesso» e senza processo nel marzo del 2000 è stato spedito nel campo di concentramento di Yodok.

LA GIORNATA. Nel gulag «c’erano centinaia di prigionieri. Venivano trattati come bestie. La maggior parte erano colpevoli di aver criticato il sistema politico della Corea del Nord». Jeong ha impiegato un mese per imparare a vivere nel gulag: sveglia alle cinque di mattina, il lavoro cominciava alle sei e continuava fino a mezzogiorno. Un’ora per il pranzo, «una ciotola di riso con fagioli e mais e zuppa di verdure», e poi lavoro fino alle sette di sera. Dopo cena, «venivamo rieducati politicamente» con lezioni sui «Dieci principi» per l’instaurazione di un unico sistema ideologico di Kim Jong-il: «Fino a quando non avevamo imparato a memoria la lezione non potevamo andare a dormire».

DUE MODI DI MORIRE. I prigionieri di solito o «venivano picchiati fino alla morte» oppure «venivano lasciati morire di fame»: «Entrambe le cose sono legali» nel gulag. Morire di fame è la cosa più comune: a chi non termina il suo carico di lavoro non viene dato da mangiare, ma il lavoro è tale che «i prigionieri non riescono a rispettare le quote» prefissate e così diventano ogni giorno più deboli fino a quando «non muoiono di fame. Da quando si indeboliscono a quando muoiono di solito passano 15 giorni».

«LE GUARDIE PROVAVANO PIACERE». In estate e primavera Jeong lavorava nei campi e le guardie «mischiavano i semi con le feci perché non li mangiassimo». In inverno trasportava tronchi di legno lunghi oltre quattro metri per circa quattro chilometri «ed era un lavoro molto duro». «Chi si infortunava, non poteva più lavorare e quindi moriva di fame». Le guardie «del campo di concentramento non si curavano della morte dei prigionieri. Molti di loro anzi provavano piacere a vederli morire».

SEPPELLIRE I MORTI. Toccava ai sopravvissuti seppellire i loro compagni deceduti ma di inverno «non era possibile» perché il terreno ghiacciava. Così i cadaveri venivano tutti stipati in un magazzino, che veniva aperto solo a marzo. «Quando entravamo per rimuovere i corpi era orribile perché erano tutti putrefatti e divorati dai ratti». La gente veniva seppellita come se fosse «spazzatura. Nessuna conosce i loro nomi o ricorda chi fossero».

GULAG ATTIVI OGNI GIORNO. Jeong è stato rilasciato il 12 aprile 2003 ed è scappato dal Paese il 30 aprile 2003. Il 22 aprile 2004 è arrivato in Corea del Sud e oggi è direttore per le inchieste sui diritti umani in Corea del Nord per NK Watch, organizzazione riconosciuta dal governo che a Seul cerca di diffondere la verità sui gulag nordocoreani. Jeong è uscito dal campo numero 15 di Yodok 11 anni fa ma il gulag oggi è ancora aperto, insieme ad almeno altri tre: il campo numero 14 di Kaechon, il numero 16 di Myonggan e il numero 25 di Chongjin.

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6 Commenti

  1. giesse says:

    Ma vogliamo credere alle fandonie di un transfuga sospetto o alla veritiera testimonianza del capo-Lega?

    • Laura says:

      ??
      Basta osservare le oceaniche manifestazioni che avvengon nella Corea del Nord, con una massa compatta che si muove in sintonia perfetta e fa gesti ripetitivi ma è priva di individui, per essere certi che quanto descritto è vero.

    • Jens says:

      Curiosità: lo sei o lo fai? Se lo sei, informati. Se lo fai, sappi che questo non è un posto per trolls e gente ideologica.

  2. mauro says:

    Bene, diciamolo a quelli che vogliono rifondare il comunismo in questo paese, dato che le svastiche e i fasci sono illegali ma le falci e martello perfettamente normali, anzi fanno cultura di alternativa e libertà di pensiero.
    Diciamolo a quelli che pensano che mettersi un passamontagne e tirare un estintore in nome di quell’ideologia sia da eroi e martiri del libero pensiero.

  3. Livio says:

    Devo dare atto che solo Tempi e in parte minore il Corriere della sera danno voce al dissenso di ciò che accade in quel paradiso comunista che è la Corea del Nord…

  4. Menelik says:

    Ricordo che i komunisti del Belpaese ti ripetono a pappagallo la cantilena che quello non è comunismo, ma fascismo, o meglio, clerical-fascismo.
    Il comunismo vero non è stato mai attuato finora, quelle sedicenti tali erano solo dittature che hanno abusato il termine “comunismo”.
    E come tale il comunismo non è mai fallito, in quanto mai attuato.
    E tutto quello che è scritto sui libri di Marx si è verificato tutto, cioè la crisi irreversibile del capitalismo occidentale e del cristianesimo, mentre il comunismo, essendo ancora inattuato, non è mai fallito.
    E noi siamo “su un binario morto” come recita 101 Chilum.

    (Avete capito chi è quello che chiamo 101 Chilum, vero?)

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