Con la sua rinuncia il Papa costringe il mondo a fare i conti con un Mistero irriducibile

Intervista al filosofo Fabrice Hadjadj. «Non parlate di “dimissioni”, ma di rinuncia, termine virile. La sua modestia, questo uscire di scena, è una lezione divina per il nostro tempo»

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Nemmeno ventiquattr’ore dopo l’annuncio, sulle pagine dei principali quotidiani e nelle parole dei commentatori abituali, lo shock era già riassorbito. Troppo impegnativo stare di fronte al mistero di una rinuncia decisa nel faccia a faccia fra Dio e il suo Vicario, cioè nell’appartatezza della preghiera. E così ci si è lanciati nelle interpretazioni storico-politiche: il Papa che ha accettato lo spirito relativista della modernità relativizzando il papato, coerente con le correnti progressiste del Concilio Vaticano II (Repubblica), ovvero il Papa che ha lottato come ha potuto per la riforma della curia romana, è stato sconfitto e allora ha deciso che l’unico modo di riaprire la partita era dimettersi (Corriere della Sera). I credenti sono un po’ più avanti: dopo l’iniziale sconcerto cominciano a far proprio il senso del gesto, a riconoscerlo come atto supremo di paternità e non come abdicazione alla stessa. Benedetto XVI resterà per sempre come il papa che con lo stesso e medesimo atto ha insegnato, non con le parole ma con l’esempio, come si debba aver fede nella Provvidenza di Dio, di cui tutti siamo strumenti ma nessuno indispensabile, e che il soccorso dello Spirito Santo non va inteso come una forza magica che supplisce alle carenze psico-fisiche della persona. Gli eccessi dello spiritualismo e quelli del realismo sono stati smentiti nello stesso gesto. Nello stesso giorno in cui la Corte di giustizia europea confermava con una sua sentenza che gli uomini sono liberi di scimmiottare Dio, ricorrendo alla fecondazione assistita per produrre una discendenza che risponda a criteri e modelli fissati dalla fantasia umana, il rappresentante di Dio in terra affermava nella sua stessa persona la finitezza, la mortalità dell’essere umano che non è Dio ma creatura.

Il Papa certamente parlerà ancora prima del 28 febbraio e approfondirà, ma la domanda sull’accaduto comunque sia resta aperta, sia per chi non vuole capire nulla come per chi si è aperto alla comprensione, e per chi esprime perplessità in buona fede. Come documenta anche l’intervista che segue al filosofo Fabrice Hadjadj, noto in Italia per i suoi libri Mistica della carne. La profondità dei sessi, La fede dei dèmoni e Farcela con la morte. Anti-metodo per vivere, e dall’estate scorsa direttore dell’Istituto europeo di studi antropologici Philanthropos di Friburgo (Svizzera), fondato nel 2004 da un gruppo di universitari e responsabili cattolici francofoni in risposta all’esortazione di Giovanni Paolo II Ecclesia in Europa. Hadjadj, di cui è apparso in traduzione italiana poche settimane fa Il Paradiso alla porta. Saggio su una gioia scomoda (Lindau), ha risposto da Friburgo alle nostre domande.

Professor Hadjadj, cosa pensa dell’atto di dimissioni di papa Benedetto XVI, un atto così raro nella storia della Chiesa?
Bisogna essere precisi coi termini. Il Codice di Diritto canonico non parla di dimissioni, ma di rinuncia. La dimissione può assumere un significato peggiorativo, può mostrare connotati di debolezza, di vigliaccheria e anche di rifiuto della missione che Dio dà. La rinuncia, al contrario, ha degli accenti virili. Essa si fonda nella forza di un’abdicazione che è ancora esemplare, che è ancora un atto pontificale, un atto del Vicario di Cristo: essa è imitazione di Gesù che si ritira quando lo vogliono fare re nell’ordine temporale. Altra differenza radicale: il Papa non consegna una lettera di dimissioni a un superiore, al cardinale camerlengo o a un membro superiore della curia. Non c’è nessuno al di sopra di lui, tranne Cristo. Dunque è un atto che ha il suo fondamento nella preghiera, in un faccia a faccia col Mistero. Pretendere di giudicarlo dall’esterno pertanto corrisponde a uno sfiguramento e a un’usurpazione. Ma i giornalisti non esitano a credersi Dio.

Alcuni osservatori criticano l’atto del Papa, dicono che non aveva il diritto di rinunciare alla Croce, o che un Padre non può dimettersi dal suo ruolo di padre. Hanno ragione o hanno torto?
Il Papa non è un capo spirituale. Il capo della Chiesa è Cristo, e Benedetto XVI è il suo vicario. Quando recitiamo il Padre Nostro, non ci rivolgiamo al Santo Padre, la cui paternità sulla Chiesa universale è una paternità di supplenza e di visibilità, che può essere facilmente trasmessa a qualcun’altro. Per quanto riguarda la Croce, l’argomento è più valido, e questa è la ragione per cui un atto del genere è molto raro nella Chiesa. Il Sovrano Pontefice non è un potente seduto sul suo trono, egli ha per vocazione di essere identificato con Cristo il crocifisso; ciò significa che il suo trono deve testimoniare la Croce, manifestare questa debolezza di Dio più forte della forza degli uomini, questa follia di Dio più saggia della saggezza degli uomini. Giovanni Paolo II ci ha dato un magnifico esempio: rannicchiato, tremante, la bava alla bocca, dichiarava al mondo i diritti della vulnerabilità, distruggeva il culto del giovanilismo e dell’efficienza. Ma, appunto, abbiamo già questo esempio ed esso è ben presente nella nostra memoria. Benedetto XVI ci svela un’altra cosa, un’altra dimensione della Croce: quella del ritirarsi, dell’oscurità, dello sprofondamento nel silenzio. Secondo il Codice di Diritto canonico la rinuncia esige una ritirata assoluta. Joseph Ratzinger non tirerà i fili del pontificato nell’ombra. Egli ha scelto questa umiltà profonda di assistere all’elezione di un altro papa, di vederlo governare dal basso, dalla platea dove ci troviamo tutti, e di applaudirlo come un semplice fedele. Questa modestia, questo uscire di scena, è una lezione divina per il nostro tempo. È anche ciò che permette, per contrasto, di non interpretare il fatto di morire nella carne di san Pietro, nei papi precedenti, come un intestardimento, una maniera ostinata di aggrapparsi a un potere.

Cosa si può dire delle ragioni che ha dato della sua rinuncia, e cioè il venir meno delle forze, il bene della Chiesa, un governo della barca di Pietro che sarebbe meglio attuato da qualcun altro?
Come ho già detto, prima dei motivi esteriori c’è la certezza interiore, il faccia a faccia con Dio. La responsabilità non ha nulla a che vedere con un ragionamento di tipo matematico. Le scelte morali non si riducono a una deduzione a partire da precetti, perché i precetti sono generali, mentre la scelta si gioca in modo personale, in circostanze particolari. Ecco perché tutte le ragioni avanzate, anche se valgono in se stesse, restano insufficienti, e noi resteremo davanti a qualcosa di singolare, di irriducibile, di totalmente insostituibile come il volto stesso di Benedetto XVI. C’è tuttavia qualcosa che mi piacerebbe sottolineare a proposito delle ragioni invocate. Il Santo Padre ha innanzitutto osservato che la carica pontificale non si riassume in una semplice funzione, e che essa si dispiegava anche e anzitutto attraverso «la sofferenza» e «la preghiera»; poi ha pronunciato questa frase: «Nel mondo d’oggi, soggetto a rapidi cambiamenti e agitato da questioni di grande importanza per la vita della fede, per governare la barca di Pietro e annunciare il Vangelo, anche il vigore del corpo e dello spirito sono necessari». Questa rinuncia dunque ci dice anche qualcosa intorno al «mondo d’oggi». Questo mondo della prestazione, nel quale gli esseri e le cose diventano rapidamente obsoleti, è diventato incapace di comprendere direttamente il mistero della Croce, attraverso la presenza di un papa debole, povero, morente. E forse d’altra parte non è solo il mondo esteriore, ma il mondo infiltrato all’interno della Chiesa, della curia romana, che impone esigenze nuove e temibili per il successore di Pietro…

Cosa cambierà questo gesto nella Chiesa e nel mondo? Sarà possibile aggirarlo, fare come se non fosse successo nulla?
La Chiesa è assistita dallo Spirito Santo, le cui vie sono insondabili. Ecco quello che credo. Io credo anche che il seme caduto per terra, ricoperto dal terreno, dà molto frutto. E sarà ciò che accadrà con questo atto di nascondimento: sono sicuro che determinerà una grande fecondità. Sin d’ora quel gesto afferma che la santità la vince su tutte le grandezze di gerarchie, e che il segreto di Dio vale più di tutti i nostri programmi pianificati, un messaggio a mio parere essenziale per questa nuova evangelizzazione che è stata oggetto dell’ultimo sinodo. Dopodiché, tutte le logiche dei commentatori ideologizzati, quelli che si chiedono «il prossimo papa sarà un conservatore? Sarà un progressista? Segnerà una svolta in direzione della post-modernità?», ecco, questi modi di pensare ignorano che, attraverso il conclave, il Papa è anzitutto eletto dall’alto. Questa verticalità fa sì che la questione non si possa affrontare in termini di continuità o rottura in rapporto al pontificato precedente. Il nuovo papa sarà anche lui un supplente dell’Eterno. Trarrà del nuovo dall’antico, sarà allo stesso tempo radicalmente lo stesso, perché si tratta dello stesso Cristo, e radicalmente inatteso, perché si tratta sempre dell’avvenimento della fede.

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