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“Come uccidere il padre” di Eva Cantarella

ottobre 20, 2017 Tiziana Della Rocca

Il libro di Eva Cantarella è importante poiché descrive un modello famigliare, che pur con tutte le sue trasformazioni è giunto sino a noi

cantarellaCome uccidere il padre, è il titolo del nuovo libro di Eva Cantarella, ed Feltrinelli, e nasce dalla voglia dell’autrice di accertare se la crisi che investe attualmente la famiglia, disagi, conflitti, crimini di cui le cronache ci informano continuamente e su cui si dibatte, dipenda come affermano gli esperti dalla “cosiddetta modernità”. Come se la famiglia prima della modernità fosse un modello di stabilità esemplare a riparo dai conflitti. Nell’antica Roma ad esempio la famiglia rappresenta il “baluardo della saldezza dello stato”, eppure le fonti ci informano che i rapporti tra padri e figli erano attraversati da forti tensioni e conflitti. Anzi, l’uccisione del padre è una realtà sociale testimoniata da una serie di documenti impressionanti che va dalle “leggi regie” attribuite ai sette re leggendari al Corpus Iuris Civilis di Giustiniano del sesto secolo.

Come spiegarlo? Il problema è molto complesso, il parricidio è definito una vera nevrosi nazionale, non tanto per la sua frequenza, quanto per lo stato di angoscia presente nei figli maschi dovuto alla straordinaria longevità dei poteri paterni. A differenza del mondo greco, la patria potestà non finiva con il compimento della maggiore età dei figli, ma esisteva sino a che il padre era in vita. Una pretesa questa che ebbe non poche conseguenze sulle relazioni padre-figlio. Il libro appunto si propone di gettare luce su tali rapporti.

L’immagine del pater familias romano è quella di un essere dotato di una forza salda e inamovibile, che dà equilibrio e identità ai membri della famiglia istaurando le Legge e garantendo un ordine rigorosamente gerarchico all’interno di essa; chi osava intaccarlo? «Non esistono uomini che abbiano sui loro figli un potere come quello che noi abbiamo sui nostri» scrive con un certo vanto il giurista Gaio nel II d.C., e in effetti questa caratteristica eleva per lui la cultura romana su tutte le altre. Fino a che il padre era vivo i figli degli uomini romani sottostavano al suo potere, privi di capacità giuridica, sono “filius alieni iuris”, i padri invece “sui iuris”, di diritto proprio, anche se con la maggiore età essi accedono allo status di cittadini ricoprendo cariche pubbliche, non hanno alcuna autonomia economica; una bella contraddizione! Inevitabile che sorgessero dei conflitti e che i padri vivessero a volte nel timore di venire uccisi dai figli, e viceversa nei figli l’autorità paterna fosse avvertita a volte come un peso insopportabile, oltre che inutile, di cui sbarazzarsi.

Com’erano i padri nell’antica Roma? Erano davvero capi temutissimi severi e punitivi o padri premurosi pieni di attenzioni per i figli? I figli amavano i padri solo se questi li rispettavano, e usavano il loro potere in modo mite ed equilibrato? Altrimenti no? Esistevano di certo famiglie felici in cui le relazioni erano basate sulla solidarietà e l’affetto, e altre infelici. Merito di Roma fu di aver sottolineato la gravità assoluta del crimine di parricidio, non scusandolo in nessun caso, considerato alla stregua di “una trasgressione fondamentale” la cui punizione “impegnava” l’intera città. Anche dinnanzi a un pessimo padre, un pessimo esempio, che detta regole che lui stesso non adempie, abusando del suo potere, spetta al figlio non raccogliere la provocazione, non divenire peggio di quel padre da cui dovrebbe differenziarsi, eliminandolo. E se un padre non ci ha trasmesso nulla di buono? Occorre accettarne ugualmente tutta l’eredità, partire da lì per costruire la propria autonomia. Il debito nei riguardi dei padri che ci hanno dato la vita è per i romani inestinguibile, annullandolo si annullerebbe la propria stessa esistenza.

Il libro di Eva Cantarella è importante poiché descrive un modello famigliare, che pur con tutte le sue trasformazioni è giunto sino a noi. Solo nel 1975 è stata approvata la riforma legislativa che ha cancellato la patria potestà, sostituendola con una potestà genitoriale e infine, nel 2013 al termine potestà, è succeduto quello di responsabilità genitoriale.

Oggi la famiglia composta da una coppia eterosessuale con figli, non basta più a descrivere le configurazioni attuali, come i matrimoni omosessuali, famiglie monoparentali, per non parlare di tutti gli altri fenomeni contemporanei come l’utero in affitto, l’inseminazione artificiale, che avrebbero smembrato il modello tradizionale. Quando si parla di modernità s’intende la fine del potere del padre… il padre non è più il capo indiscusso della famiglia, non esercita più alcun dominio all’interno di essa. Alcuni si esaltano per la demolizione del suo regno in modo fanatico decretandone con gioia la morte, o la sua inutilità, altri invece parlano di declino inesorabile della famiglia a causa dell’evaporazione della funzione paterna. I padri di oggi appaiono per costoro troppo vulnerabili e umani quasi opposti “al fulgore autorevole del pater familias”. Se molti rimpiangono il patriarcato, altri invece attribuiscono una serie di problemi alla sua sopravvivenza: i femminicidi, uccisioni di donne che vengono considerate di proprietà degli uccisori a cui dovrebbero sottostare, delitti d’onore, stupri, uccisione di figlie nubili “peccatrici..” in realtà la scomparsa del patriarcato ha portato dei cambiamenti che ancora si stentano a decifrare, fondamentale è studiare e conoscere il passato senza rimpiangerlo o invocarlo come antidoto al presente carpendone tutti gli aspetti positivi per custodirli.

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