Ci facciamo una Brexit?

L’omicidio di Jo Cox e l’establishment schierato contro l’uscita del Regno Unito dall’Europa influenzeranno l’esito del referendum. Che finora era in bilico

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Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti). All’indomani dell’orripilante omicidio di Jo Cox, la deputata laburista assassinata da uno squilibrato con simpatie neonaziste, le intenzioni di voto in vista del referendum sulla permanenza del Regno Unito nell’Unione Europea si sarebbero spostate verso la posizione favorevole all’adesione di Londra alla Ue. È stupefacente che fino a quel momento i sondaggi indicassero un sostanziale pareggio fra Leave e Remain, cioè fra i sostenitori dell’uscita e quelli favorevoli a restare. È stupefacente perché tutta l’artiglieria pesante dell’establishment politico, economico, finanziario, imprenditoriale, sindacale, scientifico, religioso britannico era già schierata da mesi contro la Brexit (il neologismo con cui viene indicata l’uscita del Regno Unito dall’Europa), settimanalmente bombardata di statistiche e proiezioni che dimostrano i danni che l’uscita causerebbe all’economia britannica.

Il referendum è una promessa elettorale mantenuta da parte di David Cameron, il leader del partito conservatore che anche in forza di essa vinse inaspettatamente le elezioni politiche l’anno scorso, ma lui stesso e 22 dei suoi 29 ministri sono contrari alla Brexit, come pure la maggioranza dei deputati conservatori al parlamento (165 contro 130, più 35 che sono ancora indecisi o non vogliono dichiararsi pubblicamente, secondo i più recenti conteggi); i deputati dell’opposizione – laburisti, nazionalisti scozzesi, liberal-democratici – sono quasi tutti a favore del Remain.

Due nazioni risolute
Poi c’è la finanza. Basta leggere l’Economist e il Financial Times per rendersi conto che la grande maggioranza dei banchieri, finanzieri, gestori di fondi e assicuratori vedono la Brexit come fumo negli occhi: temono di perdere la facilità di accesso al mercato dei capitali europeo. I favorevoli alla Brexit stanno fra i broker e i gestori di hedge fund, insofferenti della stratificazione di regolamenti europei intervenuta dopo la crisi del 2008. Ma pesi massimi del settore che vanno da JPMorgan a Merril Lynch, da HSBC a Deutsche Bank, da Moody’s a Goldman Sachs, insistono a dichiarare per bocca dei loro vertici che l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea sarebbe un disastro per l’industria dei servizi finanziari di Londra.

La Banca d’Inghilterra ammonisce che la Brexit creerebbe pressioni sulla sterlina, inciderebbe negativamente sul Pil, metterebbe in pericolo la stabilità finanziaria, favorirebbe l’aumento dei prezzi e la perdita di posti di lavoro. Un rapporto del ministero del Tesoro dice le stesse cose. I think tank economici delle università (Centre for Economic Performance della London School of Economics e Oxford Economics) prevedono flessioni del Pil nel breve e nel medio termine come impatto della Brexit.

La Cbi, cioè la Confindustria britannica, è favorevole al Remain e chiede ai suoi affiliati di fare campagna a favore. La Nfu, la Coldiretti del Regno Unito, non dà indicazioni di voto ma in un rapporto scrive che gli interessi dei contadini sono maggiormente protetti dalla partecipazione del paese all’Unione, che assicura i fondi della Politica agricola comune e l’accesso ai mercati europei. Sono contro il Leave gli scienziati, che ringraziano per i finanziamenti alla ricerca di origine europea; i britannici che lavorano e risiedono all’estero in un paese dell’Unione, che vedrebbero le loro pratiche per la residenza trasformate in un incubo; di fatto la Chiesa anglicana, che attraverso il suo primate Justin Welby bacchetta Nigel Farage, leader dell’unico partito importante favorevole alla Brexit (l’Ukip), accusato di attizzare sentimenti xenofobi per guadagnare consensi.

Eppure, nonostante tutto questo, il risultato resta in bilico e se anche la mattina del 24 giugno, come prevedono i bookmaker, a Londra continuerà a sventolare la bandiera blu stellata a fianco dell’Union Jack, gli effetti dirompenti sul partito conservatore e sull’architettura stessa dell’Unione Europea si faranno sentire. Così come diventerà più visibile la dicotomia fra una Gran Bretagna metropolitana, giovane, benestante, lettrice dell’Economist e del Guardian, e una più rurale, anziana, povera, disoccupata e lettrice del Daily Telegraph o del Daily Mail. La prima è convinta sostenitrice dell’affiliazione del Regno Unito all’Europa, la seconda era e resterà risolutamente contraria.

Il fattore immigrazione
L’antologia di servizi rigorosamente anti-Brexit della pagina dedicata del sito dell’Economist è sovrastata da una stima delle intenzioni di voto che rappresenta la media di una mezza dozzina di sondaggi di importanti istituti. Il “sì” e il “no” alla fuoriuscita dall’Europa risultano appaiati, ma è possibile leggere i risultati dei sondaggi anche in un altro modo: distinguendo il voto maschile da quello femminile, il voto dei benestanti da quello degli indigenti, il voto dei giovani da quello degli anziani, il voto dell’Inghilterra settentrionale da quello dell’Inghilterra meridionale, il voto della Scozia da quello del Galles. Si scopre così che il 60 per cento dei giovani voterebbe Remain e solo il 22 Leave, mentre invece il 58 per cento degli anziani voterebbe Leave e il 32 Remain; i ricchi sono contrari alla Brexit per il 50 per cento (10 per cento indecisi), i poveri sono favorevoli alla Brexit per il 52 per cento (13 per cento indecisi). La Scozia è per restare, il Galles vuole andarsene.

Sky News ha fatto una mappa dei distretti pro-Brexit, e ha scoperto che dominano fra le aree costiere, tranne quelle della Scozia meridionale, mentre all’interno del paese prevale nettamente il Remain, soprattutto nella regione della Grande Londra e lungo l’asse che da sud a nord va da Oxford a Birmingham a Liverpool (o a Manchester). East Anglia, Cornovaglia, Northumberland e Glouchestershire sono le aree più favorevoli al Leave. Sono anche regioni a forte vocazione agricola, e questo sorprende, perché l’agricoltura ha tratto beneficio dalla adesione del Regno Unito all’Unione Europea. Eppure secondo un sondaggio della rivista specializzata Farmers Weekly il 58 per cento dei contadini è a favore della Brexit. Oppure sono porti come Hull sull’Humber.

Tutte queste località sono accomunate dallo stesso fenomeno: una fortissima immigrazione negli ultimi anni. Questa c’è stata in tutto il paese, ma l’incidenza relativa è stata diversa. Fra il 1995 e il 2014 la popolazione straniera del Regno Unito è aumentata di 4 milioni di unità. A Londra l’aumento è stato del 68 per cento rispetto agli stranieri presenti nel 1995, ma nell’Inghilterra orientale l’aumento è stato del 122 per cento. A Hull alla fine degli anni Novanta gli stranieri non superavano il 2 per cento dei residenti, oggi sono il 10 per cento. Ciò crea due ordini di problemi, materiali e culturali. L’arrivo di lavoratori-consumatori stranieri stimola la crescita economica, ma spinge verso l’alto il tasso disoccupazione e verso il basso il livello dei salari della manodopera locale non qualificata. Braccianti agricoli, muratori e manovali trovano più difficilmente lavoro e a salari infimi. Poi c’è il problema della pressione sui servizi pubblici. Lo riconosce anche l’europeista Financial Times: «L’argomento dell’immigrazione funziona (a favore della Brexit, ndr) perché è basato sulle lamentele quotidiane per le liste di attesa negli ospedali, le classi sovraffollate nelle scuole, vittime delle politiche di austerity governative, così come le retribuzioni stagnanti e il caro degli affitti».

Spazio vitale tedesco
Ma non va trascurato il versante culturale del problema: il mondo rurale e la provincia lontana dalla cosmopolita Londra in generale rappresentano quella componente del mondo britannico più attaccata ai temi dell’identità e della sovranità. Quella che dice: “Questo paese non è più nostro”, “Abbiamo perso il controllo dei confini”, e ragiona in termini di identità nazionale. A interpretare le ragioni di questa parte della società britannica e a dar loro tutta la dignità intellettuale possibile è un pensatore di caratura mondiale come Roger Scruton.

Ecco cosa ha detto in sintesi durante una recente conferenza a Tilburg, in Olanda: «Noi britannici ci sentiamo europei, ma l’Unione Europea non rappresenta l’Europa che siamo e amiamo. Il Regno Unito non è stato occupato dai nazisti come gli altri paesi europei, e questo implica una differenza psicologica profonda. Noi non ce la sentiamo di devolvere sovranità a un potere sovranazionale dopo che abbiamo lottato tanto per conservarla, vincendo con tante sofferenze. In secondo luogo, noi abbiamo avuto un genere di governo e di legge diversi da quelli degli altri paesi che si sono ritrovati sotto il codice napoleonico. Da noi la legge si è creata nelle corti di giustizia, non era imposta dall’alto. Le corti di common law “scoprono” la legge: si portano i conflitti davanti a un giudice imparziale, e lui attraverso la giustizia naturale scopre la soluzione. Abbiamo creato un sistema legale che procede dal basso, attraverso la risoluzione di conflitti fra la gente comune, non con interventi dall’alto da parte del legislativo. Oggi Bruxelles produce regolamenti che sono decisioni dall’alto, e questo provoca ribellione nella nostra gente: i regolamenti non risolvono i conflitti, bensì li provocano. La terza e decisiva questione è quella dell’immigrazione: siamo sotto assedio a motivo della clausola europea sulla libertà di movimento e soggiorno delle persone. Questa norma fa parte dei trattati e non si può togliere, ed è ciò a cui i britannici obiettano di più: abbiamo perso il controllo delle nostre frontiere, grandi quantità di persone provenienti dall’Europa dell’Est competono con noi per il lavoro e la casa. La gente si chiede che cosa significa sovranità nazionale, se abbiamo perso il controllo delle nostre frontiere. Nel suo entusiasmo per dissolvere i confini, l’Unione Europea è rimasta senza protezione dalle migrazioni di massa. Il comportamento della Germania nasce dal suo storico senso di colpa e si riflette su di noi: costringono noi, che ci siamo difesi al prezzo di molto sangue in passato da chi cercava il suo “spazio vitale” qui da noi, ad accettare tutte le persone che vogliono entrare. Si pretende che ignoriamo fattori come la diversità di religione, cultura e adattabilità. Di tutto questo l’Unione Europea si rifiuta di discutere».

Il non voto di Peter Hitchens
Un altro intellettuale che la pensa come Roger Scruton è Peter Hitchens, il fratello cristiano del defunto militante ateista Christopher Hitchens. In comune i due fratelli hanno una giovinezza da militanti trotzkisti e una maturità da editorialisti e autori di best-seller, ma mentre il secondo è morto ateo dopo aver scritto molto contro le religioni, il primo è tornato alla fede dei padri ed è approdato a posizioni politiche conservatrici. A differenza di Scruton, però, Hitchens dichiara che non andrà a votare, perché considera il referendum perfettamente inutile.

Ha scritto sul Mail on Sunday: «Abbiamo dimenticato come si fa ad essere indipendenti e abbiamo dimenticato di essere stati indipendenti. A gran parte degli abitanti di questo paese non importa nulla dell’indipendenza. E il numero di coloro che, giustamente, hanno fatto il collegamento fra l’appartenenza all’Unione Europea e l’immigrazione di massa e la perdita di controllo sulle nostre frontiere, benché significativo, ha raggiunto il suo culmine col voto all’Ukip nel 2015: non sono abbastanza per ribaltare la situazione. E anche se votassimo per la Brexit, chi renderebbe operativa poi la decisione? Se in questo paese ci fosse un vero desiderio di lasciare l’Unione, ci sarebbe anche un partito politico serio, in grado di vincere le elezioni alla Camera dei Comuni, che avrebbe questo tema al centro del suo manifesto. Nulla del genere è alle viste. Per questo resterò a casa il giorno del referendum: non voglio legittimare o in alcun modo contribuire a questo futile esercizio di falso potere popolare, il cui risultato sarà usato per proclamare, negli anni a venire, che la questione è chiusa».

Foto Ansa

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