«Chiese attaccate in Kenya? Il problema sono i terroristi in Somalia»

Attaccate quattro chiese ieri a Mombasa dopo l’uccisione di un imam legato al terrorismo. Intervista a Giulio Albanese, direttore di Popoli e Missione ed esperto di Kenya: «Sulla costa ci sono imam fanatici, la religione è strumentalizzata».

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«Qui a Nairobi sappiamo quello che c’era scritto oggi sui giornali: ieri a Mombasa è stato ucciso un imam legato ad Al Qaida e ai terroristi somali di Al Shabaab e per rappresaglia sono state colpite e saccheggiate quattro chiese» afferma padre Paolino Tuezzi Gemondo, missionario comboniano a Nairobi, a tempi.it. L’imam, Aboud Rogo Mohammed, che è stato affiancato ieri da un auto e crivellato di colpi, era sulla lista nera di Stati Uniti e Onu, perché accusato di raccogliere fondi e uomini per sostenere le azioni terroristiche di Al Shabaab. Per rappresaglia, centinaia di musulmani di Mombasa, che si trova sulla costa kenyana, hanno manifestato in piazza e attaccato quattro chiese (nella foto, una di queste distrutta, ndr), uccidendo una persona. «Sulla costa sono presenti molti imam fanatici che vorrebbero instaurare la sharia e che appoggiano i terroristi – spiega a tempi.it Giulio Albanese, direttore di Popoli e Missione, che ha vissuto a lungo in Kenya – ma il problema del Kenya e dei suoi cristiani si può risolvere solo in Somalia».

Che cosa significa?
Un anno fa il governo kenyano ha fatto irruzione militarmente in Somalia contro i terroristi islamici di Al Shabaab per salvaguardare la sicurezza del suolo nazionale e rispondere alle minacce degli estremisti contro il governo federale della capitale somala Mogadiscio. L’iniziativa del governo kenyano ovviamente è stata vista male dagli estremisti, si sapeva che l’intervento avrebbe aumentato i rischi di attentati in Kenya, cosa che è successa più di una volta.

L’imam ucciso però era kenyano.
Che Al Shabaab abbia cellule e simpatizzanti in Kenya è noto da tempo, ci sono predicatori fanatici della sharia soprattutto sulla costa che vorrebbero un ordinamento ad hoc, come avvenuto nel Nord della Nigeria, dove alcuni Stati hanno instaurato la legge islamica. Questa tentazione è forte sopratutto sulla costa perché la tradizione dei califfati è molto radicata.

In questa situazione, a rimetterci sono ancora una volta i cristiani.
Non si sa chi abbia ucciso l’imam ma il governo di Nairobi, che è molto attento, non deve gettare benzina sul fuoco. L’attacco ai cristiani purtroppo è un classico. Gli estremisti che compiono attacchi terroristici per destabilizzare il paese in nome del jihad vedono i cristiani come metafora dell’Occidente che combattono e usano la scusa della guerra di religione per fare notizia. Strumentalizzano la religione, ma non c’è niente di religioso in certi islamici e in certi imam. Noi non dobbiamo prestare il fianco a questa strumentalizzazione, non dobbiamo cadere nel tranello.

Come si possono aiutare i cristiani in Kenya?
Favorendo la nascita in Somalia di uno Stato centrale forte. Solo così l’instabilità nei paesi limitrofi non diventerà la regola. Per garantire la sicurezza ai cristiani del Kenya c’è bisogno di risolvere la questione somala. E questo può avvenire solo con l’aiuto della comunità internazionale. Ma la road map decisa, che prevedeva per il 20 agosto un cambio al governo a Mogadiscio, va a rilento ed è scandaloso che nessuno alzi la voce.

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