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«Chi sono i nemici lo sappiamo. Ma chi sono i nostri alleati?»

agosto 20, 2016 Redazione

L’intervento al Meeting di Rimini di Alberto Negri, da 35 anni inviato de “Il Sole 24 Ore” in Medio Oriente. «Con l’Isis le loro guerre sono diventate le nostre guerre»

Rimini. «Oggi la cosa più difficile della politica internazionale non è individuare i nostri nemici, ma capire chi sono i nostri alleati». Invitato da FederlegnoArredo a spiegare ai visitatori del Meeting di Rimini che cosa accade “Da Istanbul a Teheran”, Alberto Negri, da 35 anni inviato de Il Sole 24 Ore in Medio Oriente non è stato avaro di aforismi illuminanti, dispensati al culmine di una serie di excursus attraverso la storia recente e antica di quella parte di mondo che più correttamente e meno anglosassonicamente noi italiani dovremmo chiamare Vicino Oriente o Levante. Nello specifico Negri si riferiva al caso della Libia, dove la Francia, dopo aver giocato insieme ai britannici un brutto scherzo all’Italia di Berlusconi cinque anni fa scatenando l’inferno contro Gheddafi che da poco aveva suggellato una storica riconciliazione con Roma, adesso sembra voler concedere il bis. A parole infatti tutti i paesi del mondo dicono di voler sostenere il governo di Tripoli frutto degli accordi di Skhirat, ma nella realtà Francia, Egitto e Russia sostengono l’esecutivo di Tobruk per loro interessi geopolitici ed economici. E se non siamo più sicuri che i francesi siano i nostri alleati, figuriamoci i turchi: «La Turchia era il paese ponte fra Oriente e Occidente, rappresentava l’Occidente in Oriente e viceversa. Oggi più che un ponte è un pendolo: per ragioni di sopravvivenza oscilla fra Est e Ovest, ora si è avvicinata alla Russia a causa dell’insuccesso della sua politica verso la Siria: ha alimentato per cinque anni la guerra civile trasformandosi in “autostrada del jihad”, con l’unico risultato di creare le condizioni per la nascita di uno Stato curdo siriano di fatto lungo il suo confine meridionale, destinato ad alimentare le fiamme dell’irredentismo curdo in Turchia. E siccome gli Usa, alleati dei curdi siriani in funzione anti-Isis non offrono sufficienti garanzie contro questa eventualità, ecco che Erdogan deve chiedere scusa a Putin per il cacciabombardiere abbattuto e riconciliarsi con lui. C’è da dubitare che la nuova intesa da tattica diventi strategica, perché 24 basi Nato sul territorio turco non possono sparire d’incanto, ma certamente la consistenza che gli accordi turco-russi, compresi quelli di natura economica come l’ipotizzato gasdotto Turkish Stream, mostreranno di avere o non avere, sarà il termometro dell’evoluzione geopolitica della regione».

E il discorso ovviamente si sposta sulla Siria, la nuova “madre di tutte le battaglie” (per usare il linguaggio di Saddam Hussein alla vigilia della seconda guerra del Golfo). «Quella di Siria è la guerra che decide tutto, il risultato del campo di battaglia siriano definire il futuro geopolitico internazionale per gli anni a venire. Non è un caso che l’alleanza di fatto fra Russia, Iran e Cina in difesa del regime di Bashar el Assad sia diventata un’alleanza formale e ostentata. È stata la disfatta del suo progetto sulla Siria a spingere Erdogan a riallacciare i rapporti con russi e iraniani. L’Europa ha giustificato il suo allineamento coi ribelli in nome delle speranze democratiche delle primavere arabe e del rispetto dei diritti umani violati dalla dittatura, ma in realtà si è accodata per comodità e consuetudine all’agenda di Hillary Clinton, che coincide con quella di Arabia Saudita e Qatar. Ma la realtà è che ci troviamo di fronte a una guerra per procura che coinvolge tutto il quadrante orientale, fino alla Cina. L’Europa dovrebbe ricominciare a ragionare con la sua testa».

FederlegnoArredo aveva invitato Negri soprattutto perché parlasse dell’Iran, che da poco è diventato l’Eldorado per i produttori italiani del settore: l’export è passato da 7,7 a 17 milioni di dollari fra il 2014 e il 2015, e con 400 cantieri aperti per la costruzione di altrettanti hotel a cinque stelle nelle principali località iraniane a vocazione turistica, i nostri imprenditori ritengono di poter aumentare il volume di affari fino a 21 milioni di euro nel 2020. Ma sono preoccupati per il mancato impegno della finanza internazionale del paese, anche se formalmente le sanzioni conto Teheran sono state sospese dopo la firma dell’accordo sul nucleare. Negri, che ha cominciato a fare l’inviato speciale proprio con un reportage dall’Iran del 1980, quello che aveva appena compiuto la sua rivoluzione islamica ispirata dall’ayatollah Khomeini ed era alla vigilia dell’aggressione militare da parte dell’Iraq di Saddam Hussein, non si è fatto pregare, e ha sciorinato un excursus storico che gli ha permesso di concludere con un «la politica dell’Occidente verso l’Iran è stata ed è quasi suicida».

Naturalmente l’errore di fondo è quello storico di avere organizzato un colpo di Stato contro il primo ministro Mossadeq in nome degli interessi delle grandi compagnie petrolifere britanniche e americane negli anni Cinquanta, rifiutando di accettare una gestione autonoma della ricchezza petrolifera da parte di Teheran, con maggiori benefici per gli iraniani. Gestione che gli iraniani avrebbero potuto realizzare con l’Eni di Enrico Mattei, meglio disposta a un rapporto paritario. La rivoluzione khomeinista si poté così presentare come una liberazione dal neocolonialismo anglosassone e più in generale occidentale. L’aver scatenato nel 1980 l’Iraq di Saddam Hussein armato e finanziato dalle monarchie arabe del Golfo e dall’Occidente contro la neonata Repubblica islamica dell’Iran non ha certo migliorato le cose: gli iraniani, unendo il tradizionale nazionalismo (la forma statale dell’Iran è vecchia di 3 mila anni) al fanatismo religioso, dimostrarono di poter tenere testa a un esercito meglio armato e organizzato del loro grazie anche al sacrificio di decine di migliaia di giovani che si fecero esplodere sui campi minati per aprire la strada alle truppe di assalto. Portavano al collo le chiavi di plastica made in Taiwan che dovevano permettere loro l’accesso al Paradiso dei martiri: l’epopea dei combattenti del jihad cominciava allora, come cominciava pure lo scenario di una guerra di religione interna all’islam fra sunniti (Saddam Hussein e i suoi alleati arabi) e sciiti (la versione dell’islam dominante in Iran sin dal sedicesimo secolo). Il “quasi suicidio” che spinge oggi l’Iran di Rouhani fra le braccia di un’alleanza globale anti-occidentale, nonostante l’attuale presidente non sia un falco come lo era Ahmadinejad, è rappresentato dal mancato impegno sul fronte creditizio da parte delle grandi banche internazionali nonostante l’accordo firmato sul nucleare. Esse temono che col nuovo presidente degli Stati Uniti successore di Obama gli accordi decadranno, e a quel punto sarebbe impossibile recuperare i crediti.

«L’unica lezione che si apprende dalle vicissitudini del Medio Oriente è la lezione della sopravvivenza: paesi e popoli passano attraverso tragedie terribili, ma non sprofondano, ed è la lezione che arriva dall’Algeria e dall’Iran. La Siria, che era la Jugoslavia del Medio Oriente dal punto di vista della varietà etnica e religiosa, non ha fatto finora la stessa fine della Jugoslavia, ma ad un prezzo terribile. Il panorama di questi ultimi dieci anni è sconvolgente. Oggi quando parliamo di Siria e di Iraq non parliamo più di popolo siriano e popolo iracheno, ma di sunniti, sciiti, alawiti, cristiani, curdi, eccetera. Le loro guerre sono diventate le nostre guerre con l’apparizione dell’Isis. Su questo riesco a dire una cosa sola: se vogliamo ricevere del bene da chi non è come noi, dobbiamo imparare ad avere rispetto gli uni degli altri».

Foto Ansa/Ap

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2 Commenti

  1. Sebastiano says:

    Un serio tribunale penale internazionale avrebbe messo in stato d’accusa:
    a) la turchia di Erdogan, per i noti traffici di armi e passaggi con i jihadisti di tutto l’occidente;
    b) il trio di comici Cameron-Sarkozy-Clinton per i disastri che ha combinato in Libia.
    Ma figuriamoci…

  2. Ferruccio says:

    « … Su questo riesco a dire una cosa sola: se vogliamo ricevere del bene da chi non è come noi, dobbiamo imparare ad avere rispetto gli uni degli altri»

    onestà e rispetto in campo internazionale. sottoscrivo.

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