Centrafrica, chiesa attaccata con le granate: almeno 15 morti, tra cui un sacerdote

L’attentato è avvenuto nella capitale Bangui, alle porte del quartiere a grande maggioranza musulmano PK5 della capitale

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Almeno 15 persone, ma potrebbero essere più di 30, sono rimaste uccise ieri a Bangui, capitale del Centrafrica, all’interno di un attacco da parte di milizie islamiche alla chiesa Nostra Signora di Fatima, alle porte del quartiere a grande maggioranza musulmano PK5 della capitale.

SPARI E GRANATE. Si sospetta che gli autori dell’attentato siano i ribelli Seleka, che dopo essere stati in parte allontanati dalla capitale sono riusciti a riorganizzarsi nel nord del paese, anche se non è certo. Ieri, fuori dalla chiesa, è cominciata una sparatoria: «Eravamo dentro quando abbiamo cominciato a sentire degli spari. Sentivamo delle urla e dopo 30 minuti c’erano corpi ovunque». A causa della sparatoria, centinaia di persone sono entrate nel compound cattolico della chiesa, quando uno degli assalitori ha lanciato oltre il muro una granata facendo una strage. Tra le vittime anche un sacerdote di 76 anni, Paul-Emile Nzale.

DISARMO NECESSARIO. Nonostante migliaia di soldati dell’Unione Africana, della Francia, dell’Unione Europea e dell’Onu siano schierati sul territorio, non sembrano in grado di risolvere il conflitto. Secondo Joseph Bidoumi, presidente della Lega centrafricana per i diritti dell’uomo, «le violenze continuano perché i membri della comunità internazionale, le numerose forze dispiegate in Centrafrica, non applicano la risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, che chiede il disarmo dei belligeranti».

VIOLENZE SENZA FINE. Il Centrafrica, che oggi è a «rischio genocidio», è in guerra  da oltre un anno, da quando nel marzo 2013 la coalizione di ribelli Seleka guidata da Djotodia ha deposto il presidente Bozizé. Sono seguiti otto mesi di violenze atroci e persecuzioni di cristiani. Dopo l’intervento della comunità internazionale, Djotodia è stato deposto ma milizie animiste e in parte cristiane, gli  anti-balaka, che significa “antidoto”, hanno cominciato a vendicarsi sui musulmani delle violenze ricevute. Oggi anche i Seleka si sono riorganizzati e gli scontri non sembrano avere fine.

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