Cars 3. Ma come diavolo fanno quei geni della Pixar?

Non c’è film targato Pixar in cui non ci sia l’immagine di un amore gratuito per l’altro, persino per i cattivi che non sono mai rappresentati come dei mostri

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Basterebbe guardarsi i 4 minuti e 22 secondi di Up, quelli in cui si racconta tutta la vita di Carl e Ellie, per capire che il mondo Pixar è diverso da tutti gli altri. Carl e Ellie, una vita insieme: l’innamoramento, il matrimonio, il desiderio di mettere in piedi una famiglia e la delusione di una realtà che non lo permette. E ancora: la maturità, i primi acciacchi, la vecchiaia, la morte. In quattro minuti e poco più. Ci siamo detti tutti: ma come diavolo fanno a raccontare in modo così poetico, così adatto a dei bimbi il dramma del non potere avere figli propri o la morte?

Questi ci riescono, ci riescono sempre. Questi geni della Pixar riescono sempre a stupire lo spettatore, raccontando un mondo che non è solo originalissimo, tecnicamente eccelso (da questo punto di vista Cars 3, in uscita giovedì 14 settembre, è forse il punto più alto mai toccato finora), ma è un mondo dove non si ha paura di mettere a tema la parola più abusata del mondo, l’amore, nel senso più nobile e vero del termine. Non c’è film targato Pixar in cui non ci sia l’immagine di un amore gratuito per l’altro, persino per i cattivi che non sono mai rappresentati come dei mostri, ma come figli perduti, gente non amata e arrabbiata con la vita. I casi memorabili di Lotso, Mor’du e Randall (cattivoni dei vari Toy Story 3, Ribelle e Monsters & Co.) insegnano. Un po’ come diceva Tim Burton, insomma, i mostri non esistono, sono solo persone sole. Questo ci ha sempre colpito dei film Pixar, uno sguardo positivo di fondo, questo non lasciare indietro nessuno, nemmeno i brutti, sporchi e cattivi cui è sempre riservata una possibilità di cambiamento.

La magia vera della Pixar e il suo clamoroso successo sta proprio in un abbraccio grande come il mondo: perché tu vali sempre anche se non sei perfetto, anche se hai la pinna atrofica, anche se sei un padre ansioso, anche se non ti ricordi cose di cinque minuti prima ma sai bene chi sei. Ecco un altro tema dei tanti svariati che percorrono i film di Lasseter & Co., l’identità: io sono perché sono tuo. Lo sa bene Dory che tramite i suoi amici ritrova la strada per riabbracciare i genitori; lo sa bene Woody che in Toy Story 3 fa il diavolo a quattro con i compagni giocattoli per evitare di finire in un asilo dove finirebbero per essere di tutti cioè di nessuno, quando invece l’unica cosa che conti, l’unica davvero, è amare, servire incondizionatamente. In una parola: appartenere. 

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