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Candido (non con le Mani pulite)

settembre 15, 1999 Gulisano Paolo

L’Italia del Dopoguerra dei don Camillo e Peppone raccontata da Giovanni Guareschi: avversario ante litteram del politically correct che alla definizione di “uomo probo” preferiva quella di “reazionario”. Deportato dai nazisti, anticomunista incarcerato da De Gasperi, l’autore di Piccolo Mondo scriveva: “Per noi esistono al mondo due idee in lotta: l’idea cristiana e l’idea anticristiana. Noi siamo per l’idea cristiana e siamo perciò con tutti coloro che la perseguono e soltanto fino a quando la perseguono”.

L’Italia ferita, devastata, avvelenata dagli odi e dai rancori dell’immediato Dopoguerra trovò ben presto le risorse morali per reagire agli orrori del conflitto. Era l’Italia profonda, contadina, solidale, ancora (per poco) radicata sul solido ceppo secolare del cattolicesimo. L’Italia del buonsenso che ne aveva avuto abbastanza di labori, di romanità posticcia, così come del vecchio notabilato liberale e risorgimentale, e che guardava con preoccupazione ai nuovi furori rivoluzionari, alle bandiere rosse che sventolavano nelle piazze promettendo una “nuova primavera”, ovvero l’ennesimo bagno di sangue con cui “rigenerare” il Paese.

Tra la via Emilia e il Messico Questa Italia trovò il suo paladino e il suo cantore in un giornalista poco meno che quarantenne, reduce dal campo di prigionia, che si rivelò ben presto uno dei più grandi scrittori del Novecento. Era il dicembre del 1946. Allo scoccare del suo primo anno di vita, la pugnace rivista “Il Candido” vedeva nascere sulle sue pagine un nuovo personaggio, ad opera del suo vulcanico direttore, Giovannino Guareschi. Lo scrittore parmense, oltre che a dirigere il settimanale coordinando un gruppo di spiriti ribelli e anticonformisti, firmava personalmente alcune seguitissime rubriche: “Lettere al postero”, “Ieri-oggi” (con Mosca), “Giro d’Italia”. Quest’ultima, attraverso il linguaggio umoristico e scanzonata, era in realtà una autentica cronaca “alternativa” degli avvenimenti del Paese: qui venivano denunciate le soperchierie della Ricostruzione, dell’Epurazione: qui nacquero quelle definizioni che sarebbero diventate famosissime, come quella di “trinariciuto”, riferita ai comunisti (ma non solo) forniti di una terza narice dalla quale lasciare effluire la materia grigia. In queste pagine venivano denunciati gli omicidi che insanguinavano, a dispetto di tutta la retorica sulla pacificazione nazionale, vaste zone della Penisola, in particolare quell’Emilia Romagna che Guareschi soprannominò “il Messico d’Italia”, memore dello spaventoso genocidio che era stato perpetrato dal 1926 al 1929 contro i cattolici messicani (i “Cristeros”). In soli dodici mesi “Il Candido” aveva avuto modo di conquistare l’attenzione e l’affetto di migliaia di lettori, di diventare un punto di riferimento per tutti coloro che non avevano alcuna intenzione di versare il cervello all’ammasso delle nuove parole d’ordine, dei nuovi protagonisti della vita politica italiana. Il settimanale, grazie soprattutto alla fantasia, alla creatività e alla determinazione di Guareschi, ebbe un ruolo decisivo nel determinare la sconfitta del Fronte Social-comunista il 18 aprile del 1948, ma in seguito non risparmiò certo i suoi strali anche alle forze moderate, ai leader come De Gasperi di cui Guareschi intuì fin da subito l’ambiguità e l’opportunismo: lo scrittore parmense amava appassionatamente l’Italia, per essa aveva lavorato in tempo di pace e sofferto in tempo di guerra, finendo internato in un lager nazista per la sua caparbia ostinazione a voler servire un solo Paese e una sola bandiera. Quell’Italia, in effetti tanto diversa da quella attuale, ma con tante sorprendenti analogie, in particolare per quanto riguarda vizi e meschinità, non si poteva tuttavia raccontare in semplici articoli, contenere in poche battute.

Un Mondo Piccolo di uomini Guareschi percepiva il respiro profondo ed epico della terra e degli uomini, delle vicende storiche piccole e grandi – dalla Guerra Fredda alla bega di paese, da Stalin alla vecchia maestra. Il giornalista, il polemista brillante e bruciante lasciò il posto al grande narratore. Nacque così Mondo Piccolo, il teatro sfondo delle imprese di don Camillo e Peppone, piccolo specchio in cui si riflettono i tormenti umani, le torbide storie narrate da tempo immemorabile nei casolari, i drammi e le sofferenze della guerra e l’ancor più cruda guerra civile. Guareschi incominciò a raccontare, in quel dicembre del 1946, e in don Camillo e il suo Cristo, in Peppone e nei compagni della Sezione, trasfuse tutta la sapienza della sua antica arte di bardo, illuminata da una filosofia del buon senso e da una teologia della speranza, espressione di un profondo senso religioso che non diventò mai clericalismo e che pure a tanti clericali spiacque non poco. Alle critiche (con termine eufemistico) che da sempre gli giungevano da parte dei comunisti si aggiunsero le prese di distanza dei moderati: perché il “cattivo prete” don Camillo se la intendeva col “bolscevico” Peppone? Il presunto anticomunista Guareschi propugnava forse un abbraccio coi comunisti? Con chi stavano realmente il Candido e il suo direttore? Guareschi ebbe modo di esplicitare chiaramente il suo pensiero in un editoriale del 7 dicembre 1947: “Noi non apparteniamo a nessun ismo. Abbiamo un’idea, sì, ma non finisce in -ismo. La cosa è molto semplice: per noi esistono al mondo due idee in lotta: l’idea cristiana e l’idea anticristiana. Noi siamo per l’idea cristiana e siamo perciò con tutti coloro che la perseguono e soltanto fino a quando la perseguono. Quando, a nostro modesto avviso, qualcuno si distacca da questo principio, chiunque sia (fosse anche il nostro parroco) noi diventiamo automaticamente suoi avversari. Siamo contro ogni forma di violenza, e perciò non possiamo ammettere nessuna guerra santa. Per noi la guerra è sempre un delitto da qualunque parte venga dichiarata. La nostra strada è dritta e su di essa camminiamo tranquilli. Alla fine, magari, ci troveremo con sei lettori in tutto”.

Reazionario anticonformista Così era Guareschi, e così dava vita ai suoi personaggi di Mondo Piccolo, che conobbero ben più di sei lettori, a ragione di quelle storie intense, vere, grondanti umanità concreta, umorale, pulsante. Guareschi dovette subire fino alla morte l’ostracismo della critica “ufficiale”, della cultura progressista. “Un uomo di difficili costumi”: di se stesso aveva dato questa appropriatissima definizione. Un uomo cioè di forte moralità, intransigente, ma – è quasi superfluo dirlo – di una moralità che nulla ha a che fare con la rigidità puritana, in quanto ricca della misericordia. Questa virtù Guareschi la coltiva in tutti i suoi anni e in tutte le circostanze: dal lager di Hitler alla galera di De Gasperi. Mai lo scrittore fece trapelare la minima parvenza di odio, di rancore, di rabbia. Al più provava e manifestava sacrosanta indignazione nel vedere offesa la giustizia. Quella misericordia che non è mai negata a nessuno dei numerosi episodi di Mondo Piccolo, sia che venga manifestata dal Crocifisso, sia che venga praticata – ringhiando a denti stretti – dal sindaco e dal parroco, fu dunque la matrice delle profonde virtù di Guareschi. La sua sfida beffarda e insieme carica di bontà rivolta ai conformismi di ogni genere è ben riassunta nelle parole che seguono, apparse sul numero di Candido del 25 maggio 1946: “Proprio così, postero diretto, quando vedrai sulla terra che coprirà lo chassis di tuo padre il marmo recante inciso ‘Fu un uomo probo’ cancella e scrivi ‘Fu un reazionario’. Non lasciare che si calunni la memoria di tuo padre”.

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