Pentitismo senza limitismo. Ogni giorno nei tribunali i camorristi inventano nuovi “referenti politici”

Bocchino, la Mussolini, ma anche i democratici Bassolino, Caputo e Fecondo. In Campania nei processi di camorra i pentiti scodellano nomi a raffica. Riscontri? Zero

L’ultimo in ordine di tempo è stato due giorni fa il consigliere regionale campano Nicola Caputo (Pd), che ha subito minacciato querele a Michele Froncillo, il pentito di camorra che all’improvviso, mentre deponeva come testimone al processo contro l’ex coordinatore del Pdl il Campania Nicola Cosentino, ha tirato in ballo l’esponente del centrosinistra come altro politico di riferimento del suo clan, insieme al sindaco di Marcianise, Filippo Fecondo (Pd), e all’ex senatore Gennaro Coronella (ex Msi poi passato al Pdl, non ricandidato all’ultima tornata elettorale). Quest’ultimo, peraltro, a maggio si è visto citato anche nel processo Eco 4, sempre contro Cosentino, da un altro pentito, Luigi Guida, che l’ex senatore ha poi subito querelato.
Froncillo comunque non è il solo a tirare fuori dal cilindro “politici di riferimento” a raffica. Come lui altri “colleghi” rilasciano dichiarazioni in aule pubbliche quasi a sorpresa. E ogni volta c’è un nuovo politico a finire sotto accusa mediatica (lo schieramento non importa, i pentiti sono bipartisan). Spiega Gianluca Abate, giornalista del Corriere del Mezzogiorno, a tempi.it: «Nicola Cosentino è un caso a parte. Lui è imputato, quindi nel suo caso le dichiarazioni dei pentiti sono vagliate dal giudizio di un gip, un gup. E poi, proprio perché imputato, Cosentino può difendersi contestando date, nomi, circostanze contenuti nelle accuse dei pentiti: poi saranno i giudici a decidere, ma almeno lo faranno in base a un contradditorio. Il problema si pone per chi viene tirato in ballo in un processo a cui è estraneo e nel quale non può difendersi».

Chi sono i pentiti che stanno accusando nuovi politici?
I pentiti sono almeno tre, tutti dall’area dei Casalesi. Uno è Michele Froncillo, membro del clan Belforte di Marcianise, un clan federato con i casalesi di cui è stato reggente (è anche il pentito che recentemente ha querelato Cosentino che ha definito i pentiti “bastardi”, ndr). Poi c’è Gaetano Vassallo, una sorta di “manager” del clan dei casalesi, che ha dato un contributo alle indagini sul business dei rifiuti, e Domenico Bidognetti, membro della famigerata famiglia. Quest’ultimo, per esempio, con una sola dichiarazione ha accusato due politici, Antonio Bassolino e Alessandra Mussolini. Nel corso del processo Cosentino, Bidognetti ha riferito che nel 1993 alle elezioni comunali di Napoli i Casalesi (che, si tenga ben presente, sono invece di Caserta) chiesero al clan Lago Pianura (Na) di appoggiare la Mussolini per fare un dispetto al clan Moccia di Afragola che invece sosteneva Bassolino. Bidognetti ha fatto questa dichiarazione vent’anni dopo i fatti, ma non risulta che Bassolino né la Mussolini in tutti questi anni siano stati mai indagato per rapporti con la camorra. Si tratta di dichiarazioni di un pentito prive di riscontro. Analogo discorso si può fare in relazione alle dichiarazioni di Froncillo, che in questi giorni ha dichiarato: «Noi marcianisani abbiamo appoggiato direttamente Filippo Fecondo quando si candidò e divenne sindaco di Marcianise. I politici di riferimento dei Casalesi erano Nicola Cosentino, Gennaro Coronella e Nicola Caputo: del sostegno dato ai primi due mi fu riferito, tra gli altri, da Michele Zagaria (il più noto boss dei Casalesi, ndr) e dal fratello Pasquale, mentre Antonio Iovine (numero due tra i boss Casalesi, ndr) e Peppe Misso mi parlarono anche di Caputo». Così come accuse in aula, in questo caso all’indirizzo di Italo Bocchino, ha lanciato il pentito Vassallo.

È certo che non ci siano riscontri a queste dichiarazioni? E come è possibile che i pentiti lancino in aula accuse prive di conferme senza che pm o giudici le abbiano verificate?
Le dichiarazioni di Bidognetti, come degli altri, hanno un solo “pregio”, tra molte virgolette: il fatto che tengono insieme eredi del partito comunista e del Msi, quanto di più lontano politicamente. Quindi si può riflettere sulle dichiarazioni senza apparire di parte.

E qual è il ragionamento bipartisan che bisogna fare?
Perché un collaboratore di giustizia può liberamente citare episodi anche iperdatati, come in questo caso, e totalmente privi di pubblici riscontri? E una Mussolini o un Bassolino come si possono tutelare da queste dichiarazioni? Certo, hanno tutti mandato note alla stampa, ma dopo che i giornali riportano le accuse contro di loro, cosa resta per difendersi, una querela? E un pentito, accusato di associazione mafiosa, estorsione, traffico di droga e in qualche caso di omicidio, potrebbe mai preocupparsi per una querela? Bisogna capire come difendersi da questo fango nel ventilatore. So per esperienza che la procura antimafia di Napoli è una delle più attente a verificare le dichiarazioni rese ai pm dai pentiti. Non sappiamo se queste dichiarazioni rese in aula fossero state già rilasciate ai pm e verificate. Se ciò fosse avvenuto, però, trattandosi anche di fatti lontani vent’anni, sappiamo per certo che le accuse non sono sfociate in indagini o arresti, quindi non hanno trovato riscontri. Va posto seriamente problema dei limiti delle dichiarazioni rese dai pentiti in aula a carico di persone estranee al processo.